Borsalino
LA MODA CHE CAMBIA
24 Dicembre Dic 2017 1212 24 dicembre 2017

Non facciamo del male ulteriore a Borsalino

Dandola per morta prima del tempo, i media rischiano di far crollare le vendite e gli ordini e magari di gettare davvero a terra la storica azienda di cappelli.

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Telefonata di un collega spagnolo, ops basco, che chiede delucidazioni e qualche osservazione su Borsalino «pobrecita, che chiude. Una otra hacienda italiana». Scatto di orgoglio per il mio Paese, amore di verità, tono di voce gelido che mi esce di bocca prima che riesca a controllarlo; certe volte gli istinti hanno il sopravvento: «Guarda che non chiude affatto. Il tribunale ha respinto la seconda proposta di concordato, che è un male naturalmente, ma questo non vuol dire che Borsalino chiuda». «Ah, e i servizi televisivi? E i giornali?». Qui la risposta si fa leggermente più spinosa, perché bisogna difendere Borsalino, che non chiude, e non smentire nel frattempo i tanti colleghi che, occupandosi magari di moda ma essendo del tutto privi di competenza in economia (fallire o non rientrare in una procedura fallimentare non significa chiudere automaticamente i battenti, anche se purtroppo le premesse non sono certo favorevoli) hanno servito a mezzo mondo un’informazione definitiva, condendola per di più con dolenti ma efficacissime immagini di Humphrey Bogart in Casablanca.

CATENA DI CATTIVE GESTIONI. Dunque, situazione gravissima, ma non definitiva: l’azienda fallisce per i danni pregressi di una incredibile catena di cattive gestioni, mentre il valore del suo marchio resta intatto e gli ordini non smettono di arrivare, almeno fino a quando noi dei media non gli avremo assestato il colpo definitivo. Proprio quest’anno, il ministero dello Sviluppo Economico aveva dedicato a Borsalino, nata nel 1857, un francobollo, e io stessa, proprio conoscendo le difficoltà in cui si stavano dibattendo lavoratori e azienda non per proprie colpe, avevo seguito un servizio destinato ai mercati televisivi stranieri, ben conscia che le cose avrebbero potuto prendere una cattiva piega.

TRENT'ANNI DI MALVERSAZIONI. Che cosa sconta l’azienda di Alessandria? In sintesi, trent’anni di malversazioni. Nel 1987 Vittorio Vaccarino, ultimo discendente del fondatore, cede il pacchetto di maggioranza a un imprenditore della “Milano da bere”. Quattro anni dopo, con Tangentopoli, ecco il primo scossone. L’azienda “mandrogna”, perbene e un po’ vecchiotta, finisce suo malgrado nella mischia: le quote di Silvano Larini, cassiere del Psi e uomo di fiducia di Bettino Craxi, e quelle di Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni che finirà suicida, finiscono all’asta. Le rileva una cordata di Asti, Gallo-Monticone. È una boccata di ossigeno, anche dal punto di vista strategico. Intuito che le potenzialità del brand stanno nel brand stesso, quasi più che nel pur ottimo prodotto, Roberto Gallo avvia una diversificazione nell’abbigliamento, nei profumi e nei piccoli accessori. Borsalino diventa un appuntamento irrinunciabile per i frequentatori di Pitti, i suoi allestimenti piccole meraviglie che fanno scuola. Ma il periodo positivo dura relativamente poco. Nella compagine azionaria spunta Marco Marenco, un altro imprenditore legato all’energia, futuro grande bancarottiere in un settore pur ultra-regolamentato come questo. Per quale motivo a un tipo simile interessi l’azienda dei cappelli del cinema è presto detto, ed è anche il motivo per cui troverete spesso affaristi senza scrupoli ronzare attorno alla moda: perché la moda fa status, dà allure e garantisce un’attenzione mediatica che colori, vernici, gas e tondini non danno neanche con fatturati dieci volte superiori.

LA TENACIA DELLO SVIZZERO CAMPERIO. Dunque, ecco entrare Marenco e far saltare tutto nel 2015, con un colossale crac da 3 miliardi che fa volare all’aria, insieme con il gas, anche tutte le tese dei cappelli. Come nella più bella delle favole, ecco arrivare il cavaliere bianco nei primi mesi del 2016: si chiama Philippe Camperio, è un imprenditore svizzero e prende in affitto il marchio attraverso il fondo Haeres Equita, saldando i 4 milioni di debito con l’Agenzia delle entrate, investendone altri 17,5 per rilevare il marchio finito anni prima e nel silenzio stampa in pegno al Mediocredito, e investendo altri denari in promozione e rilancio. I cappelli, superata una fase di produzione un po’ dubitativa, riprendono allure e stile, le presentazioni tornano all’altezza del marchio. Alla fine dello scorso anno, ecco la prima doccia fredda dal tribunale: revocata la procedura di concordato, si riparte da zero. Camperio non molla e fa una serie di aggiustamenti al piano, compresi una serie di movimenti societari che non piacciono ai giudici, i quali, pochi giorni fa, dettano il secondo stop.

PROPRIETÀ E SINDACATI LOTTANO UNITI. Incredibilmente Camperio, che continua a ribadire la volontà di preservare macchinari, personale e produzione (è vero che gli svizzeri sono perseveranti), pare non essersi lasciato scoraggiare neanche da questo secondo stop e dalla ridda di articoli e servizi sui tg nazionali disinformati e ignoranti che ne sono seguiti («addio Borsalino» il titolo più leggiadro), capaci di creare un vero boomerang nelle vendite e negli ordini e magari di gettare davvero a terra l’azienda. Il solo fatto che Borsalino abbia resistito a tanti guai dovrebbe essere una ragione in più per farle quadrato attorno, spiegando quali siano le possibili conseguenze della dura presa di posizione del tribunale, magari una futura asta, ma senza dare per certa e assodata la chiusura e la scomparsa del marchio. Che sindacati e proprietà, per una volta uniti, non abbiano alcuna intenzione di cedere la parola ai curatori fallimentari è il solo fatto acclarato al momento, oltre alla certezza del ricorso contro la decisione del tribunale. Per questo, mi ha colpito la dignità del comunicato che ho ricevuto poche ore fa dall’ufficio stampa dell’azienda, e che vi copio: «Gentilissimi, anche se con un po’ di ritardo, del quale ci scusiamo, trasmettiamo in allegato il comunicato e le immagini in anteprima della collezione Borsalino autunno-inverno 2018-2019. Questo il link per scaricare il materiale……Ne approfittiamo per augurarvi Buone Feste. Ci vediamo nel 2018». Adesso, vediamo di non creare altri guai, noi dell’oca selvaggia.

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