Trio Sanremo

Sanremo 2018

Meta Moro Plagio Festival Sanremo
IL GUASTAFESTIVAL
7 Febbraio Feb 2018 1543 07 febbraio 2018

Festival di Sanremo, un presunto plagio in mezzo al disagio

Meta e Moro sospesi. Ma Baglioni li aveva già scagionati. Tra gli applausi dei giornalisti in sala stampa. Difficile però che i due candidati alla vittoria vengano segati. Le ultime da uno spettacolo stagnante.

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da Sanremo

«Lo scopo di un sistema è ciò che fa». Qui a Sanremo difficilmente avranno sentito parlare di Stafford Beer, il grande cibernetico, il teorico delle Reti, ma la sua lezione è perfetta per il Festival. Per questo Festival che a volte, spesso, sembra procedere per inerzia, per le sue logiche un po' allucinatorie: «Ma allora Laura è malata davvero?». E la raucedine della Pausini, che prodigiosamente sabato 10 febbraio potrebbe svanire, diventa uno psicodramma.

NIENTE ALTERNATIVE IN TIVÙ. Per parlare di canzoni ci vuole il presunto plagio di Metal e Moro, ma è un fuoco fatuo, come se ne vedono nei cimiteri, anche se i due sono stati sospesi «in attesa di approfondimenti». E in questo camposanto che è il Festival i morti è meglio non svegliarli perché finora è andata di lusso. Immeritatamente bene. La prima serata è un incantesimo, la si guarda perché è troppo presto per essere delusi e perché per i teletossici non c'è altro. Nessuna alternativa. Nessuna controprogrammazione.

Un Festival mediocre, se non pessimo, apre meglio degli altri anni, con un 52,1% di share, 11 milioni e mezzo di popolo, mai così bene negli ultimi 13 anni

E così un Festival mediocre, se non pessimo, apre meglio degli altri anni, con un 52,1% di share, 11 milioni e mezzo di popolo, mai così bene negli ultimi 13 anni. Cosa che, nell'arroganza sanremese, basta a chiudere tutte le bocche. Qui, la mattina dopo, sorrisi da un orecchio all'altro e trionfalismi di rara iattanza espressa con tipica cadenza strascinata romana, ministeriale, tipico Rai: «Abbiamo fatto un'opera d'arte».

SUCCIESSO PER I GGIOVANI. E giù a calare «picchi di scieere», «grande succiesso tra i pubblici più ggiovani». Il cronista riceve segnali da spettatori di matura anagrafe: «È una grande noia», ma frau Hunzicker, la mamma di Michelle, invece pare sia entusiasta. Lo scopo di un sistema è ciò che è. La profezia che si autoadempie. Qui c'è bisogno di una boccata d'aria.

FUORI SPOPOLANO I KARAOKE. Immagini da fuori. Sensazioni. Visioni surreali che colorano un inverno di Riviera. I karaoke di strada, di quelli che cantano con un furore rivendicativo: ve lo faccio sentire io se non mi meritavo di stare là, non qui in un baretto impotente, là a pochi metri, oltre l'insegna teatrale che tutta Italia guarda. Qualcuno, anche sì. Altri non beccano una nota, sforzano come cani e c'è uno che applaude entusiasta, una scena atroce, waitsiana, che fa venire voglia di scappare via.

Il palco dell'Ariston.

Le sigarette elettroniche, ne girano di colossali, delle ciminiere che in bocca non ci stanno, hanno sostituito il sigaro churchilliano o castrista nel simbolo del potere, anche sanremese. Ma un potere fighetto, più da padroni dell'aerosol che del vapore. L'ombra lunga degli affari, nelle librerie le vetrine colme dei libri dei protagonisti, l'autobiografia di Baglioni, quella della Hunziker, che ha 40 anni, a questi non gli basta mai.

NEI BAR PREVALE INDIFFERENZA. E la normalità che nei bar ha il profumo di caffè, di indifferenza al Festival un po' obituario, di vita che continua stronza come sempre, «io se ero il difensore del Sassuolo», dice il barista a un cliente, «vi spaccavo una gamba». Vi, per dire a tutti voi, bastardi di gobbi che siete. «Sempre i soliti, forti coi deboli».

TECNOLOGIA A PROVA DI STUPIDI. Intanto l'organizzazione festivaliera prosegue con efficacia militare. Così un volantino ufficiale: «Sanremo 2018: app e sito, niente più cartaceo per la rassegna stampa». Lo hanno stampato in alcune migliaia di fogli. La app serve a consultare tutto quanto viene scritto sul Festival, perché non se ne ha mai abbastanza. Si scarica gratuitamente e la username e la password hanno la seguente credenziale: sanremo. Si vede che non nutrono granché considerazione delle capacità intellettive dei giornalisti.

Quest'anno le canzoni non sono niente di che, ma almeno sono di una bruttezza quasi decente, è tornata perfino qualche velleità melodica

Lo chiamano “Festival 0.0”, zeropuntozero, ma è una formula un po' idiota e un po' ipocrita: in realtà questo Sanremo ricomincia da se stesso, dai propri giri viziosi. Ricomincia da una conduttrice prestata da Mediaset, Canale 5, alla Rai, un anno fa “Maria”, quest'anno Michelle che ha fatto la spola tra gli studi di Striscia e l'Ariston.

GENTE DAI TALENT NON MANCA. Maria comunque non manca mai: «Baglioni sbaglia a non prendere gli ex dei talent», la sua scomunica a gennaio. Ma non è del tutto vero: nella rosa dei concorrenti, di gente che viene dai talent non ne manca, forse De Filippi intendeva carne più fresca e Baglioni deve aver pensato che bastava, che un Festival pieno di inetti oltre il limite non era una cosa presentabile, se ne facessero una ragione. Difatti quest'anno le canzoni non sono niente di che, ma almeno sono di una bruttezza quasi decente, è tornata perfino qualche velleità melodica, delle linee vocali concepite più da mente umana che da un algoritmo.

NESSUNA SORPRESA O POLEMICA. È ancora presto, ma il Festival Zero-Zero si direbbe non si scrolli di dosso quell'atmosfera stagnante, paludata che è degli Anni zero: nessuna animazione, nessuna polemica se possibile, nessun artista di rottura (se non “di cojoni”, come avrebbe bofonchiato Nereo Rocco), nessuna sorpresa: tutto sui binari del prevedibile atteso, tutta la locomotiva sanremese a scorrere liscia su binari innaffiati di schiuma. Ma a velocità controllata, diciamo pure ad andatura da tradotta.

Michelle Hunzicker.

Michelle, la zvizzera, alla conferenza stampa di autopresentazione aveva dichiarato «sono gasatissima», Pierfrancesco Favino si convertiva («per me è un nuovo battesimo»), il capitano Claudio sorvegliava serafico e anestetico. Lui non è mai stato un maledetto, all'inizio lo chiamavano “Agonia”, ma era ancora giovane. Adesso è più agonico che mai, nella prima serata è stato la vera delusione di uno spettacolo dove meno cose succedono meglio è.

DI SALVABILE NON C'ERA NULLA. Non c'è niente che non va in questo Festival, perché non c'è niente che va. Tutto scorre, come nell'aforisma di Eraclito, ma l'acqua di questo fiume non cambia, stagna, è la stessa anche se la cantano altri. Altri chi, poi? Le Vanoni, che è in giro dal 1956 e il primo festival l'ha fatto 52 anni fa? Quelli dello Stato sociale, che sono solo dei furbi nati, sotto il velo retorico della Bologna protestataria e anarchica? Poi, la dicessero come vogliono, qui pare sempre che si debba salvare il salvabile, ma di salvabile dopo la prima sera c'era niente, c'era una contorsionista di 83 anni arruolata da un gruppo di finti indipendenti che vogliono sostituire i vecchi goliardi nell'iconografia della trasgressione addomesticata, inconsistente.

LA VERITÀ? SI AMMICCA AI VECCHI. E stando così le cose si può cascare in un paradosso: il Festival si rivolge dichiaratamente ai giovani, ai consumatori di musica ma nei fatti ammicca ai vecchi, ai telespettatori incalliti ai quali va benissimo tutto, tanto loro la musica non la ascoltano. Però se pensano di scuotere le classifiche con le furbate di “MetaMora”, come è stato sintetizzato il primo scandalo abortito, forse hanno sbagliato i loro calcoli.

Meta e Moro sono stati sospesi in attesa di approfondimenti tuttora in corso sulla vicenda della presunta violazione del regolamento del Festival da parte della canzone Non mi avete fatto niente

Comunicazione della Rai

Intanto i bookmaker tengono alti gli stessi di un mese fa: detto che comunque un posticino per qualche vecchio cavallo dovrà pur esserci nella classifica senza gara - magari Ron, magari Barbarossa, rinfrancato da critiche unanimemente benevole -, a essere quotati sono Lo Stato sociale e soprattutto Ermal Meta e Fabrizio Moro che però, poche storie, sono stati presi con le dita nella marmellata, possono dire quello che vogliono ma l'imbarazzo c'è tutto.

BAGLIONI FA FILOSOFIA SPICCIOLA. O meglio ci sarebbe, senonché soccorre un regolamento su misura che pare consenta cose del genere, per giunta interpretato in modo sartoriale dalla Rai medesima. E mentre qui tutti si aggrappano su tutti gli specchi possibili, Baglioni fa della filosofia musicale spicciola: «Ormai tutto è già stato scritto, oggi il ritornello non è più decisivo». E poi un incredibile «ma non c'è volontà di plagio». Non l'hanno fatto apposta, lo capite o no?

ESIBIZIONE DEL 7 FEBBRAIO SOSPESA. I giornalisti, paghi d'aver sollevato il caso, più non dimandano. Applaudono (giuro) quando si sentono dire dai papaveri in conferenza stampa: storia chiusa. I due candidati alla vittoria nessuno li può segare. «La Rai sta valutando coi suoi uffici legali». L'organizzazione del Festival - d'accordo con il direttore artistico - ha poi deciso di sospendere l'esibizione dei due artisti, prevista per la serata del 7 febbraio. Al loro posto - dopo un'estrazione a sorte alla presenza di un notaio - è stato designato Renzo Rubino, che doveva esibirsi il giorno dopo. Baglioni in conferenza l'aveva risolta con un canto alpino, e tutta la sala stampa applaudiva. Quanto poco ci vuole a farci contenti.

Pierfrancesco Favino e Claudio Baglioni.

Lo scopo di un sistema è ciò che fa. Silvia Truzzi chiede «trasparenza da servizio pubblico», santa integrità da il Fatto Quotidiano, ritorna sul lunatico a quanto pare sfuggito ai controlli, ma un funzionario le ringhia: «Tutto quello che potevamo dirvi ve l'abbiamo detto, che altro c'è?». Lo scopo di un sistema è ciò che fa.

IN DIFETTO DI PERSONALITÀ. E questo Festival finora senza personalità, senza fisionomia, della cui mediocrità generale tutti si compiacciono, si fanno i complimenti, è però anche un Sanremo di ricambio, dal cui vegeto volti cascano con fragore di foglia mentre foglie novelle, bene o male, s'affacciano con l'arroganza che natura vuole.

Nessuna primavera è senza dolore, nessuna rigenerazione è incruenta. Nelle lacrime delle antiche stelle - Facchinetti, Ron - lacrime fragili, di chi s'arrende al tempo che s'è arreso solo a Gianni Morandi (stamattina era già là che benediceva la folla dal camion di una radio), in quelle stille di commozione che si specchiano nello sgomento dell'impotenza, sta il tramonto di tutte le verità.

SOLO MUSICA CADAVERICA. Ma non lo vediamo che in questi sipari a forma di canzone, nel pianto del vecchio Roby, di Rosalino che cerca Lucio e non lo trova, nella maschera tragica di un Elio cereo, da mausoleo, sta la fine di ogni nostra gioventù? E a cosa è servito essere giovani, e che cosa è mai questa vita puttana se poi bisogna morire così, senza nessun senso, inesorabilmente inghiottiti da un Sanremo cadaverico, mentre fuori il cielo livido come un sudario sancisce una eterna, inappellabile sconfitta?

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