Trio Sanremo

Sanremo 2018

Facchinetti Fogli
IL GUASTAFESTIVAL
7 Febbraio Feb 2018 0932 07 febbraio 2018

Sanremo 2018, le pagelle della prima serata

I Pooh si presentano "sbiscottati". La Vanoni dignitosa ma con una canzone senza futuro. I Decibel fermi agli Anni 80. Sufficienza piena solo a Ron e Barbarossa. Mentre Baglioni poteva dare di più. O forse no. I voti.

  • ...

Vien quasi da pensare che tutto quel casino, un anno fa, disciogliersi quando ancora marciavano come treni in corsa, i Pooh l'abbiano combinato solo per ripresentarsi sbiscottati a Sanremo (mancano Dodi Battaglia e Stefano d'Orazio, è un'ingiustizia, lanciamo un hashtag). Viene da sospettare che Baglioni potesse dare di più, o magari no, ha dato quel che poteva, che è molto poco tuttavia, e stampellato da Fiorello: già al pomeriggio in sala stampa, poi al telegiornale, poi in apertura di serata. Un po' imbolsito, magari, ma oscura provvidenzialmente tutti a cominciare dal conduttore-conducente (LEGGI LE PAGELLE DELLA SECONDA SERATA).

FESTIVAL IN SALSA VEGAN. Il guaio saranno le puntate seguenti, orfane di Fiore. Vien da temere che Villa Arzilla sia più arzilla di 'sto Festival di stoccafissi sotto sale. Viene da immaginare che questo uovo nuovo uscito dall'astronave, canzoni un po' più lunghe, niente gara, una pletora di eterni ritorni, con tutta la buona volontà, così fragrante non sia: certo, dall'orto del Festival hanno sfrondato gli ortaggi social, buttato dentro un po' di verdurine bio e vegan, abbondano i prodotti dell'orto debitamente stagionati, ma, diciamolo francamente, l'aria fresca promessa a suo tempo dal «conducente, non conduttore» si fatica un po' a respirarla.

Fiorello sul palco dell'Ariston.

Fin dall'inizio, col monologo plastificato di Baglioni, agghiacciante, peraltro in scia all'osceno Popopopo della sigla, baglionata che ha uno e un solo merito: fa capire subito, dritto per dritto, chi da queste parti è negato (senza fare nomi, Giovanni Caccamo). Una cosa che forse sfuggirà a molti, e invece ci pare determinante: testi e gag sono talmente elementari da risultare offensivi per il telespettatore medio, gratificato di un paternalismo spietato, mai tanto sfacciato, come non fosse degno della benché minima cura, né originalità, né ritmo. Come a dirgli: accontentati pubblico bue, che tanto il canone lo paghi per forza. Se la massima attrazione di tutta una sera è una ottuagenaria contorsionista, allora Sanremo, abbiamo un problema (leggi: gli ascolti della prima serata).

Tra vecchie glorie ed emuli di Gabbani, si salvano solo Barbarossa e Ron

Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico.

Annalisa: 5 ½. Ma non era la canzone dell'anno passato? L'inciso ci sarebbe pure, ma questa Il mondo prima di te è la solita acquetta calda. Daje: magari l'anno prossimo, ovviamente a Sanremo...

Ron: 6-. Sempre emozionante ritrovare quelle cadenze, quelle scansioni di Lucio; lui, poi, dalleggia come è giusto. Non è ruffiano, piange e non lo nasconde. Ed è proprio questo il punto: sarà la malinconia, o forse l'arrangiamento, questa Almeno pensami mette tristezza, ma non di quella buona, e non arriva davvero da nessuna parte.

The Kolors: 3. Ah, ma non sono mica più figli di Maria, sono cresciuti, e poi senti che energia: quasi perfino più dei Pooh. Il sottotitolo di Frida (mai, mai, mai) interpreta un sentimento piuttosto diffuso. Sarà pure belloccio il cantante, ma nel complesso sono evitabili.

Max Gazzè: 5-. Al suo settantesimo ritorno, il simpatico pazzerello dei giochi di parole e delle canzoni spiazzanti cambia pelle. Anche lui, come Renato Zero, ha recentemente privilegiato la svolta sinfonica, operistica, il bel canto. E il risultato è analogo: due palle così, questa La leggenda di Crisalda e Pizzomunno.

Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico: 5+. Come parlare male di una 84enne, sia letto con rispetto, che ha ancora il coraggio di reggere la ribalta sanremese, oltretutto con una certa dignità interpretativa? Il problema però è un altro: una canzoncina come questa, Imparare ad amarsi, che ragioni ha, che futuro ha?

Gli Stato sociale.

Ermal Meta e Fabrizio Moro: 5. 'Sti due hanno l'abbonamento ferroviario per la Riviera, ci svernano come vecchie coppie. Meta gli ultimi 3 Festival di fila, Moro 2 in fila ma 5 in totale, più uno da ospite. E di sicuro non finisce qui. Operazione smaccatamente a tavolino, serve a consacrare Meta e a recuperare finalmente Moro: si mettono insieme per cantare l'ecumenismo lennoniano da “non aver paura” (allora com'è che bivacchiamo tutti in un Sanremo blindato?). Forse vinceranno loro, ma cantare Non mi avete fatto niente da un palco, non da sotto una strage, è troppo facile (attenzione, però: qui girano voci di un possibile plagio, ricondotto alla diffusione on line precedente il Festival di un altro misconosciuto brano che riprenderebbe il refrain «non mi avete fatto niente» con altre parole: nubi dense di accuse, vedrete, si addensano...).

Mario Biondi: 5. Eccolo qua il nostro Barry White. Senti che voce, senti che classe, senti che sbadigli. Rivederti rincorre stilemi rétro, addirittura sinatriane, ma la magia è quella cosa che più è impalpabile e più è potente: non basta un bel registro per scatenarla.

Roby Facchinetti e Riccardo Fogli: 4. Compone Roby con Pacifico, ma pooheggia, il gioco è chiaro: rifare quelle cose alla Uomini Soli. Solo che la intro de Il segreto del tempo già ricorda Cinque Giorni di Zarrillo. Il resto suona melenso. Patetico. E la cantano davvero da strazio, e non è un bel vedere. Non sarà elegante, ma è la verità. La commozione non li e non ci salva.

Lo Stato Sociale: 4. Boni, state boni, che 'sta Una vita in vacanza non è niente e passa subito (durerà una estate, questo sì). Se a Sanremo rompono i maroni gli Elii per l'ennesima volta, perché non anche questi emuli che in più scimmiottano Gabbani, quello della scimmia? Che non si fa, per fare i soldi mainstream.

Noemi: 4. Noemi fa Noemi. E che altro potrebbe fare? Non smettere mai di cercarmi: veramente, sarebbe meglio non trovarla affatto. Magari, se un giorno qualcuno ci spiegasse perché mai la signorina Noemi deve disperamente far la cantante, quando ci son tante altre cose al mondo.

Decibel: 5. Sono tornati, l'elettropop Anni 80, anche la new wave italiana, anche l'elettropunk, hanno fatto la storia loro, che ti credi, che figata, ti ricordi, eh, saran passati un 40 anni, ero magro come un chiodo, avevo tutti i capelli, dannazione. Solo che è già un anno che si sono riformati, nella distrazione quasi generale. Che, forse, continuerà: Lettera dal Duca riverisce il Bowie senza età, ma loro l'età la tradiscono un po'.

Elio e le Storie Tese.

Elio & Le Storie Tese: 5. Ancora voi? Ma non dovevamo vedervi più? Quanto deve andare ancora avanti 'sta presa per i gonzi che stavolta chiamate Arrivedorci? Perché Sanremo è Sanremo ma voi siete dei paragnosti di prima categoria e tutto il vostro senso si esaurisce nell'esserci mentre giurate che ve ne andate. Ma incalzano nuovi goliardi, il tempo, anche del cazzeggio, non aspetta nessuno, e questo è triste.

Giovanni Caccamo: 3. Questo qui non sa cantare, punto. Nessun timbro, nessuna dinamica. Eterno è solo il lamento. E una canzone che recita «Prendimi la mano/scappiamo via lontano» è da plotone d'esecuzione.

Red Canzian: 6-. Meglio degli altri due Pooh (ci vuole poco), ma insomma se quest'altra pagina autobiografica letta al passato, Ognuno ha il suo racconto, è il suo «ritorno al rock», è un capitolo un po' ansimante. E il rock è più o meno un pretesto.

Luca Barbarossa: 6+. Roma Spogliata, Portami a ballare, il filone è quello. Ma Passame er sale, stornellata lenta in bella calligrafia, è appunto un po' calligrafica. Difficilmente rinverdirà antichi fasti, eppure è una delle poche cose garbate, misurate, ben costruite, sentite in questo festival.

Roy Paci-Diodato: 5. Paci all'anima loro e alla prosopopea della canzone d'autore, che si risolve in un compitino asfittico: a parte il senso di già sentito, e non poche volte, Diodato canta sforzando, la maglietta di Zappa addosso a Paci può essere ammessa solo in senso situazionista. Chi ha Diodato ha dato, chi ha avuto ha avuto: Adesso basta.

Nina Zilli: 5-. Slurp, eccola qua la nostra Nina Simone. Tanto, qualcuno che lo scrive c'è sempre. E, purtroppo, nessuno lo carcera. Senza appartenere sfrutta il momento: che non si dica poi che qui a Sanremo non si parla di cose serie. Il tema della donna, in tutte le sue articolazioni, è antico quanto l'amore, e si capisce che si può cantare. Però se lo fai con questo schematismo armonico, melodico, resta solo il classico ruffianismo sanremese. Eppure piace. Dicono.

Avitabile e Servillo.

Renzo Rubino: 3. 'Spetta un attimo che vado su Wikipedia. Custodire si apre con una intro dal giro armonico che più ammuffito non si può; però non spaventatevi: dopo peggiora. Il caro Sangiorgi non si smentisce mai. Ecco un altro che, se cambiasse mestiere, sarebbe un piccolo passo, ma a suo modo gradito, per l'umanità.

Enzo Avitabile/Peppe Servillo: 5/6. «Ah, finalmente, la canzone italiana di qualità (tutti gli altri ringraziano), la canzone impegnata, la canzone sociale, Scampia, la legalità, era ora, che diamine, che qualcuno ci facesse pensare». Poi Il coraggio di ogni giorno se la ingoieranno in uno sbadiglio, perché la canzone, essendo femmina, non basta sia carina: se è di legno, nessuno se la fila.

Le Vibrazioni: 5 --. No, signori, no colleghi, non mentite in fitta schiera: non bastano “i chitarroni” e un enfatico insistito a “fare il rock”. Questa è posa, tutta una dannata posa. Cosi sbagliato, cascare nell'inganno. Il falsetto di Sarcina è atroce, altro che rock.

Claudio Baglioni e Gianni Morandi.

Claudio Baglioni: 4--. D'accordo, non è un conduttore e si sapeva (e il mestiere del conduttore è l'arte di essere protagonisti senza destare sospetti). Ma che un artista con la sua esperienza esca così bloccato, così impacciato (stavo per scrivere impiccato, e sarebbe andato bene uguale), affaticato perfino nel leggere il gobbo, è sconcertante. Dategli un po' di Zabaglioni, che si tiri su, perché è possibile che i suoi momenti migliori siano quelli dove non appare.

Michelle Hunziker: 3. Più la vedi e più ti viene in mente la scena di Trinità al cameriere: «Ma perché ridi tanto?». Ride perché la pagano 400 mila euro. Per ridere. Risus abundat in ore sanremorum, ma sotto il riso, niente. Le spiegassero che non si può sempre presentare tutto come Striscia la Notizia, e neanche tirare in ballo il marito ogni due per tre cantanti.

Pierfrancesco Favino: 5. Anche lui parte male, ingessato, didascalico. E nel suo siparietto fa il fac-simile di Fiorello, il che corona l'imbarazzo. Strada facendo, si riprende un po', per lo meno prova a buttarci dentro un refolo di (auto)ironia.

Fiorello: 6+. Il suo ibrido “Moraglioni” un sorriso lo strappa, ma a questo punto patisce come uno sfasamento: è uno showman ricchissimo di esperienza che, per qualche ragione, sembra non riuscire a uscire da una dimensione postadolescenziale. A quasi 60 anni. Che fare, da grande? Si gioca il Festival, forse per risolvere una impasse con la tivù, ma appare vagamente logoro, sopra e sotto le righe insieme.

Gianni Morandi (con Tommaso Paradiso): 6-. Morirà da eterno ragazzo, ormai non invecchia più. Più ringiovanisce e più è una istituzione, e a Sanremo le istituzioni vanno (quasi) sempre bene. In versione capitano coraggioso, salva anche il salvabile di un Baglioni in evidente affanno. Però la canzone con e di Paradiso è davvero imbarazzante: in sé, e per le corde di un eterno ragazzo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso