Trio Sanremo

Sanremo 2018

Nichelle
9 Febbraio Feb 2018 1518 09 febbraio 2018

Sanremo 2018, scene da un manicomio tutto italiano

Meta e Moro novelli Jim Morrison. Baglioni cotto (e lo dice). Il festival troppo lungo ma inarrestabile, con numeri da record. Pazienza se poi, fuori dall'Ariston, a trovare qualcuno che si diverte è fatica dura.

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Sommersi contro salvati, vulnerabili versus resilienti. I primi spesso si compiangono, ma gli altri stanno sulle scatole: perché le leggi della natura, di Dio, degli uomini non debbono valere per loro? Meta e Moro, finalmente sciolti, risolti, scongelati dal dubbio metodico della Rai, erano entrati al Festival da annunciati, ne escono come privilegiati, come raccomandati. Al pubblico magari no, il pubblico di rincoglioniti – si potrà dire, oggi che l'insulto profuma d'honestà? - odia i potenti, i ladri, i politici ma adora i furbi, quelli che la sfangano, i nuovi potenti che domani potrà odiare; ma i cari colleghi, come il Mezcal di Trinità, «non dimenticano» (leggi le pagelle della terza serata).

META E MORO COME JIM MORRISON. Magari oggi tutti pacche sulle spalle, abbracci, ma, sotto sotto, i mormorii, gli schizzi di veleno: «Occhio, è Maria. Li hanno salvati per Maria». Alludono al ruolo di entrambi da giudici, da pupazzi della ineffabile De Filippi. «La Bertè la segarono tanto bene, ai tempi. Patty Pravo, poi...». Maria o non Maria, l'autoplagio c'è tutto, nessuno prova a smentirlo, non la Rai, non i diretti interessati che a lungo non fiatano, mandano qualche tweet da bambino incapricciato, ma si fanno vedere solo a cose fatte. Sarà una impressione malevola, ma alla conferenza di presentazione Ermal parlava del nuovo disco ma pochi lo stavano a sentire, avevano più voglia di fargli i complimenti: «Ma che belli e incazzati che siete», hai capitola giornalista analitica? «C'è un vissuto nel tuo brano che è un vero carico di sofferenza», Meta e Moro ardimentosi e belli come un Jim Morrison sull'orlo della perdizione.

La politica che sbarca a Sanremo, entra al Festival, ci entra fisicamente con Salvini in platea, l'uomo nero

Ermal non diceva di più, sorrideva un po' stravolto da tanta promozione gratuita da chi avrebbe dovuto criticarlo, ma che vuoi farci? «Sai Ermal, il colore del mare è anche il mio preferito». Lui si vantava e si vendeva, «siamo primi sui social, oggi esce questo disco», già quasi smarcandosi dall'ormai famigerato brano sanremese, «è solo 1/12 dell'album», già diverso da un anno fa, dura poco il sangue giovane senza omogeneizzarsi, durano poco i ribelli senza guinzaglio. Ma, come diceva Oscar Wilde, «che cosa è un cinico? Uno che sa il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna». Qui imparano presto. È la politica, baby.

SALVINI DEMEZIALE E DELIRANTE SU MACERATA. La politica che sbarca a Sanremo, entra al Festival, ci entra fisicamente con Salvini in platea, l'uomo nero contro i neri, che qui in Riviera sono per lo più asiatici e ti vogliono vendere l'ombrellino perché piove sempre, dannazione. La storiaccia, anzi, le storiacce di Macerata, oltre la Leosini - e non è finita qui vedrete, l'irresponsabilità non ha colori ma ha sempre tentacoli - lo stavano mettendo all'angolo ma Salvini è uscito menando, ha attaccato, sa i discorsi che si fanno anche nella pia, accogliente Macerata: «I neri hanno massacrato la bianca» contro «il bianco ha massacrato i neri», discorsi deliranti, demenziali ma non è tutto così il gran parlare che su tutto si fa?

LA POLITICA DÀ I NUMERI. Poi è arrivato il rapporto Istat, che diffida dell'Islam: «L'immigrazione evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani, con valori più alti quando si scende nella scala sociale: il 72% tra le casalinghe, il 71% tra i disoccupati, il 63% tra gli operai». E non è il fanatismo di Salvini, è il feticismo dei numeri e oggi i numeri fanno, divorandola, la politica. Ciascuno ha i suoi “data” e Salvini sa a chi rivolgersi e lo sa Berlusconi quando rispolvera l'ennesimo condono e non c'è niente da fare, lui non è cattivo, è proprio che è rifatto così. Ma quello di Meta e Moro, non è forse un condono musicale?

E gli altri non ci stanno. Sfilano i musici per le radio, le interviste, e in verità non avverti il carisma che riempie la scena, quella corrente sfuggente, eccitante, preoccupante, che fa capire: qui è successo qualcosa, qui c'è un irresistibile figlio di una puttana. Qualcuno è spocchioso, convinto di essere l'artista che mai sarà. Ma il successo, spesso, comincia ingannando gli altri. Altri più ragionevoli, più simpatici, Mudimbi ha la fantasia ingenua ma non stupida di quelli della provincia e si è portato, lui meticcio, delle spillette “vota Mudimbi”, magari ne darà una a Salvini. Intanto si prende un premio Assomusica «per la capacità di saper emozionare». Altri gasatissimi, Roy Paci è arcicontento del brano con Diodato e parla sempre de magnà, dei piatti tipici che scopre suonando, «ah, quei vincisgrassi nelle Marche!», e su tutti ci mette il peperoncino, che è la sua droga e vedendolo così su di giri lo stuzzico: «Me la passi la maglia della prima sera, quella con Frank Zappa?». «No!». Mi sa che ha letto la prima pagella dove lo bocciavo (guarda il meglio e il peggio della terza serata).

GATTO PANCERI E I MUSICISTI A PARTITA IVA. A Radio Linea n. 1 compare Gatto Panceri, memore di antichi fasti festivalieri, ha un tenerissimo cagnolino di nome Super, «ma lo sai che senza di lui non canto, non giro, non mi fanno fare i video, la D'Urso mi ha detto, vieni subito, ma portati Super». Il Gatto è ormai pelato ma il pelo ritto ce l'ha: «Mi hanno rifiutato un brano per la quarta volta ma non ce l'ho con Baglioni, lui non c'entra, ce l'ho con un discografico che ha parlato male di me». È qui per promuovere un disco autoprodotto, «ma per i piccoli imprenditori non c'è spazio, neanche a Sanremo, indipendenti zero, solo le major». Fa effetto, sentire un artista parlare come una partita Iva, ma la verità è che la Bohéme non piace a nessuno, non dopo i 22 anni. E oggi è quasi tutta Bohéme, cosa che alla politica sta benissimo anche se finge di no.

Sanremo è Sanremo nel senso che, qualsiasi cosa passi, viene accettata, viene inglobata «indipendentemente non solo dallo stato attuale delle conoscenze, ma anche da ogni possibile conoscenza», come la cosa in sé kantiana

Vulnerabili e predestinati. Certo che sui santissimi ci siete finiti, Meta e Moro, voi, il vostro autoplagio, la vostra spocchia ritrovata, la vostra retorica pacifista a un metro da terra, i vostri palazzetti già sold out mesi prima di partire, l'inconfondibile aroma di costruito, di predestinato che esce da ogni poro della vostra operazione. Ma che fa? Leggete con me il comunicato che ci hanno ficcato in bocca appena arrivati in sala stampa questa mattina: «Sanremo 2018: ascolti terza serata – Il miglior risultato dal 1999 in termini di share». Vale a dire 51,1% con quasi 11 milioni. Pure i ggiovani, pure le regazzine. Ne chiedono conto a Baglioni e lui che dice? Che è contento, che è la riscossa della tivù di qualità, sentite un po': sarà sfacciato, sarà suonato, fate voi ma ha ragione lui; hanno ragione “loro”, tutti loro e figurati se la nomenklatura Rai davanti a questo traguardo non è tutta impettita come una sfilata di pavoni. Non è neanche una notizia, è una conferma.

UN FESTIVAL IN CUI TUTTO VIENE INGLOBATO. La notizia, se mai, è che Sanremo è Sanremo nel senso che, qualsiasi cosa passi, viene accettata, viene inglobata «indipendentemente non solo dallo stato attuale delle conoscenze, ma anche da ogni possibile conoscenza», come la cosa in sé kantiana. Pazienza se poi, fuori dall'Ariston, sui social, per le strade a trovarne uno che si diverte, che apprezza le canzoni, che è benevolo con i conduttori, è fatica dura. La forza è nei numeri e i numeri li hanno. Anzi, hanno fin troppo, Claudio è stanco, parla di «vesciche», dice apertis verbis che è troppo lungo, che qualcosa andrebbe sì tagliato, eliminato. Ma come si fa, finché ogni puttanata, scusate, “fa i numeri”? E a parte i numeri non sanno dire, le conferenze stampa sono del genere surreale di Achille Campanile: «Stasera lo sappiamo c'è Salvini in teatro ma non lo possono inquadrare, vi sembra giusto?»; «Non si può inquadrare perché è il regolamento». «Ma lei, governatore Toti, che ne dice?»; «Mah, io l'ho invitato come compagno della Isoardi, che fa un programma culinario in Rai».

Sanremo 2018 è una scommessa non vinta, è stravinta, forse è vero che, in tempi di furori, di scannamenti veri e metaforici, di deliri elettorali, la gente aspetta solo di rifugiarsi nello spettacolone stordente e a volte indecente, specie nei testi che, lo ha scritto anche Aldo Grasso, sono imbarazzanti e li scrivono in otto. Paternalismo pornosentimentale per spettatori che dovrebbero sporgere denuncia, e non tra 25 anni. Ma qui gli autori sono burocraticamente considerati come «compaggine autorale (sic) di grandissimo livello». E siccome è una pietosa bugia che la misura non è tutto, che i numeri non sono tutto, e i numeri sono con loro, è giusta l'orgia del potere che si gratifica a vicenda. Al direttore di Rai 1 Teodoli danno un premio speciale David Zard. Già era di tracotanza romana, figurati adesso.

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