Quarto Potere
26 Febbraio Feb 2018 1620 26 febbraio 2018

Abituarsi alle fake news: "Bassa risoluzione", il libro di Mantellini

Bufale, sensazionalismo politico, il colonnino morboso dei giornali online nell'era del microfono per tutti. Dove stiamo andando? Un estratto del volume in uscita edito da Einaudi.

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Per gentile concessione di Einaudi editore pubblichiamo un estratto di Bassa risoluzione di Massimo Mantellini.

La convergenza dei cittadini verso i media digitali ha creato due fenomeni distinti che rischieremo di confondere con grande facilità. Il primo - quello di gran lunga più rilevante - è il disvelamento di un nuovo analfabetismo diffuso. Il secondo e quello di una riduzione complessiva delle aspettative informative. Per la prima volta un numero considerevole di persone che non sa leggere ha iniziato a scrivere. Si tratta di persone che faticano a comprendere il senso di un articolo di giornale di media complessità e che l’ambiente digitale ha trasformato per la prima volta in mediatori culturali.

GLI IMBECILLI SUL PALCO. Costoro condividono sui social network pensieri altrui, commentano le pagine Facebook dei politici o delle star della tivù, costruiscono punti di aggregazione sociale con altri che la pensano come loro sui temi più vari: partecipano insomma all’ambiente informativo come chiunque altro. Sono quelli che Umberto Eco in una sintesi un po’ brusca definì un po’ di tempo fa «gli imbecilli». Si tratta di un gruppo di persone numericamente molto vasto (in Italia più che altrove) che e sempre esistito ma la cui visibilità è aumentata nel momento in cui i media digitali sono usciti dalla fase degli «iniziati» e sono diventati «per tutti». Nel momento in cui le aspettative qualitative degli editori sono andate riducendosi, per una serie di ragioni in parte legate al nuovo ambito digitale ma che derivano in misura più consistente dalla crisi ormai decennale del modello pubblicitario, la parte più solida e convinta dei lettori di giornale ha iniziato ad abituarsi a un’informazione meno rigorosa e più veloce.

L'INFORMAZIONE FATTA A PEZZI. Nel periodo della massima espansione di internet e dei social network sono aumentate enormemente le parole scambiate, lette o scritte che fossero. Questo inatteso ritorno della testualita ha lasciato ugualmente il giornalismo ai margini della sfera di interesse delle persone. Gli «imbecilli», come direbbe Umberto Eco, non solo hanno impugnato il microfono sui social network, causando fenomeni imitativi ancora tutti da indagare, ma sono riusciti in qualche modo a influenzare anche il destino dei più convinti fra i vecchi lettori e, di conseguenza, anche di coloro i quali per quel pubblico confezionavano il prodotto editoriale. Le notizie hanno continuato a circolare, anzi hanno iniziato a farlo come mai in passato, ma ciò e avvenuto secondo modalità inedite: spesso senza citazione della fonte, sovente in maniera frammentaria e incompleta. A volte, inevitabilmente, con modalità intenzionalmente artefatte. Era questa la nuova informazione che ci attendeva nel nuovo mondo digitale?

L’urlo in politica ha sostituito il ragionamento, l’enormità la cautela, il linguaggio di sfida la diplomazia

La bassa risoluzione del boxino morboso, com’era prevedibile, si è fatta largo tutto intorno, è diventata la modalità informativa prevalente anche fuori dai contenitori giornalistici e ha dato origine, per gemmazione, a fenomeni perfino meno edificanti. Due nuovi soggetti sono così comparsi ai margini del già caotico «ambiente informativo»: i nuovi mercanti di notizie e la vecchia politica. I mercanti hanno fatto tesoro della grande semplicità di sistemi pubblicitari come Adsense e hanno iniziato a vendere le notizie, meglio quelle eclatanti, meglio ancora quelle false ma di sicuro impatto, esattamente come in passato si vendevano i siti web pornografici gratuiti sul web. Condizione sufficiente era trovare il modo di convogliare legioni di click verso pagine contenenti bufale in qualche misura credibili: solo in quel caso il meccanismo della pubblicità avrebbe consentito facili e rapidi guadagni.

IL FONDO DEL BARILE. Nemmeno la politica, nel suo incessante desiderio di richiamare attenzione verso di sé, è sfuggita al meccanismo del downgrading informativo. In tutto il mondo esponenti politici spesso di primo piano hanno iniziato a indagare la possibilità di essere loro stessi «boxino morboso». A partire dalle loro pagine Facebook o dai loro profili Twitter, dalle comparsate nei talk show politici o da ogni altro contesto comunicativo, l’urlo in politica ha sostituito il ragionamento, l’enormità la cautela, il linguaggio di sfida la diplomazia. Così, anche nell’ambito della comunicazione politica abbiamo assistito a un simile cambio di toni. Gradatamente dentro il gigantesco borbottio di fondo che unisce il giornalismo professionale alle relazioni digitali dei cittadini, ma anche il contesto economico alla comunicazione politica più arrembante, si è giunti all’ultimo passaggio, il fondo del barile, quella condizione dopo la quale sarà forse lecito domandarsi: «E ora?».

COMPLESSSITÀ VIETATA. E ora, semplicemente, la gente ha smesso di occuparsi della complessità: subito prima ha iniziato a diffidare e a credere a qualsiasi notizia. L’intensa e vivissima discussione pubblica che ha riguardato scelte di politica mondiale, come l’esito del referendum in Gran Bretagna sulla Brexit o l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, ha così messo sulla bocca di tutti una parola che non avevamo mai sentito prima: post-verità. L’Oxford Dictionary, benché non si trattasse di una parola nuova ma fosse stata scritta per la prima volta oltre vent’anni fa, l’ha eletta parola dell’anno per il 2016. The Economist ha dedicato al tema della post-verità un articolo che è stato molto citato da tutti; commentatori e analisti di tutto il mondo hanno iniziato a puntare l’occhio su questa inedita tendenza dei cittadini a non credere più a niente. E anche, simmetricamente, a credere a qualsiasi cosa.

A un certo punto il messaggio semplificatorio ha vinto la battaglia per la nostra attenzione

Prima ancora di imputare molta della discussione in atto a un semplice delitto di gelosia dei media traditi dai loro lettori ora traslocati altrove (sul newsfeed di Facebook, per esempio) sarà il caso di considerare l’ipotesi che la post-verità sia, come accade a molte delle nostre scelte recenti in epoca di abbondanza, una semplice diminuzione legata alla bassa risoluzione. È assai difficile farsi un’idea precisa di quanto una simile forma di ridimensionamento sia secondaria al contesto generale e quanto invece rispecchi la nostra indole di animali contemporanei finalmente liberati.

INFORMAZIONE POLARIZZATA. In ogni caso la traiettoria discendente sembra essere chiaramente definita pur se non ancora conclusa. A un certo punto il messaggio semplificatorio ha vinto la battaglia per la nostra attenzione; post-verità ha significato, semplicemente, che qualsiasi informazione diventava degna della nostra attenzione a patto che fosse elementare e polarizzata. In tutto questo la bolla informativa dentro la quale ognuno di noi soggiorna, il bias confermativo che governa il nostro approccio alle informazioni digitali, ha giocato un ruolo molto rilevante.

RIPARTIRE DA ZERO. È evidente che dentro un simile universo gli spazi di adulterazione, il non detto, prima ancora che la bugia palese, sono molto ampi e nella disponibilità dei più cinici fra noi. In realtà, proprio dal punto di vista della bassa risoluzione, post-verità significa anche il passo successivo. E cioè che, a un certo punto, i bersagli dell’informazione si sono stancati di ascoltare, hanno abbandonato ogni sforzo elaborativo e quando sono stati chiamati a scegliere hanno scelto a caso. Nella genesi di un simile atteggiamento il boxino morboso e la noncuranza del sistema mediatico nella difesa etica delle proprie prerogative sono stati elementi rilevanti di chiara progenitura. «La prego mi permetta di non avere un’opinione» sembrano implorare oggi molti cittadini di fronte alle continue richieste di attenzione da parte del mondo dei media. Costoro non sono «gli imbecilli» di Eco, i quali di opinioni ne hanno moltissime e piuttosto incrollabili, e soprattutto non hanno bisogno di essere incoraggiati a diffonderle, ma individui di quella fascia di popolazione intellettualmente attiva che una volta leggeva i quotidiani e che magari ora si informa su internet. Si tratta di milioni di persone che hanno idee diversissime sulla «vita, l’universo e tutto quanto», uomini e donne che la bassa risoluzione ha condotto da queste parti e che saranno domani l’unico eterogeneo gruppo sociale dal quale ripartire quando tutto sarà finito.

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