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15 Marzo Mar 2018 1408 15 marzo 2018

Jankovic, il dottor Sorriso e i suoi piccoli pazienti

Ematologo e pediatra, da 40 anni è in prima linea contro le leucemie infantili. A Roma InConTra racconta la forza terapeutica e il valore inestimabile della speranza.

  • Marco Dipaola
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Sorridere. Alla vita che si vive, come a quella che sta per volgere al termine. A una madre che non potrà mai capire perché sia toccato proprio a suo figlio. A un bambino che non può comprendere tutto, ma che per combattere deve pur sapere qualcosa. La filosofia di Momcilo Jankovic, ematologo, pediatra, per tutti il dottor Sorriso, è proprio questa: rendere il sorriso una terapia, complementare a quelle farmacologiche e chirurgiche, ma essenziale per la guarigione.

QUARANT'ANNI IN CORSIA. Jankovic, in oltre 40 anni tra le corsie dell’ospedale San Gerardo di Monza, ha curato circa 2.600 bambini, la gran parte affetti da leucemia. Di questi circa 600 non ce l’hanno fatta, gli altri 2 mila, invece, hanno superato la prova più dura che la vita abbia presentato loro, ancorché in tenera, tenerissima età. Le loro storie, e quella umana e professionale del dottor Sorriso, sono state raccontate da lui stesso – con grande modestia, senza alcuna concessione alla spettacolarità – a Enrico Cisnetto che lo ha intervistato a Roma InConTra, partendo da un libro, prezioso e coinvolgente, intitolato Ne vale sempre la pena (Baldini+Castoldi).

TERAPIE PER GUARIRE MEGLIO. «La medicina oggi, soprattutto nel campo pediatrico, non può guarire tutti», spiega Jankovic, «ma noi dobbiamo offrire a tutti, anche a quelli che non ce la fanno, la qualità di un percorso terapeutico, fatto di normalità e sorrisi». L’efficacia delle terapie del sorriso, dalla clownterapia alla Patch Adams in poi, è stata dimostrata scientificamente. Sorridendo, infatti, si liberano nel corpo alcune sostanze, le citochine, che modificano positivamente alcuni parametri vitali. «Queste terapie non aiutano a guarire di più», mette in chiaro Jankovic, «ma aiutano certamente a guarire meglio, o a vivere meglio fino alla morte». E per regalare sorrisi, Jankovic se ne è inventate tante, anche grazie alla sua famosa agendina con tanti numeri di telefono di attori, cantanti e sportivi. Immaginate cosa valga per un bambino confinato in un letto di ospedale incontrare George Clooney, Jovanotti, Eros Ramazzotti, o Kakà. Immaginate il valore morale, e quindi terapeutico, di quel momento, di quel sogno realizzato grazie a un medico speciale.

La medicina oggi, soprattutto nel campo pediatrico, non può guarire tutti. Ma dobbiamo offrire a tutti, anche a quelli che non ce la fanno, la qualità di un percorso terapeutico, fatto di normalità e sorrisi

Momcilo Jankovic

Il dottor Sorriso fa parte delle migliaia di angeli in camice bianco che ogni giorno percorrono le nostre corsie ospedaliere. Persone, prima che professionisti, a cui è affidato il compito più alto e gravoso: curare e lenire la sofferenza. Il loro sguardo, i loro gesti, sono tutto quello a cui si aggrappano i genitori, i familiari, gli amici, che nelle sale d’attesa, tra un giornale e un nervoso caffè, attendono un esito, un responso o semplicemente una parola di conforto o perfino di verità.
La verità, appunto, quella impossibile da digerire e persino da comprendere, che svuota, devasta, rende immediatamente inutile tutto il resto. Eppure la verità è un tassello prezioso e indispensabile per i medici come Jankovic, in grado di sollevare il morale senza ingannare.

IL CALVARIO DEI VIAGGI DELLA SPERANZA. «Non è facile dire a un genitore che suo figlio ha un tumore», racconta il dottor Sorriso alla platea del teatro Santa Chiara quanto mai rapita nell’ascolto, «in quei momenti cerco di enfatizzare l’avvio di un percorso terapeutico, che nell’80% dei casi porta alla guarigione. Ma sono ben consapevole che quelle mie parole sconvolgeranno la vita, sia a livello morale, sia concretamente». Ancora oggi molte, troppe famiglie, soprattutto del Sud, sono costrette a quelli che volgarmente chiamiamo “viaggi della speranza”, che materialmente si traducono in notti in autostrade e giorni di assenze al lavoro, per raggiungere un centro specialistico distante da casa, in grado di alimentare la speranza di sopravvivenza di un proprio caro. Famiglie su cui piomba il macigno bastardo del fato, il silenzio assordante della disperazione e spesso l’onda distruttrice della rabbia.

Momcilo Jankovic ospite a Roma InConTra.

«L’uniformità dei protocolli che utilizziamo per le cure oncologico-pediatriche è sempre più uniforme in tutto il Paese», continua Jankovic, «l’obiettivo è quello di poter curare bene ogni bambino e farlo vicino alla sua casa». Bambini, appunto, ignari o solo parzialmente consapevoli di essere protagonisti della battaglia più importante della propria vita, costretti dal destino a vivere l’infanzia tra asili, banchi di scuola e letti di ospedale, e a maturare una coscienza medica acerba e inimmaginabile, che li porta fino a sentirsi e valutarsi clinicamente.

NESSUN INGANNO, SOLO PICCOLE BUGIE BIANCHE. «La sensibilità dei bambini malati è sorprendente», racconta Jankovic, «una volta un bambino di 4 anni disse al padre di non andare via, perché sarebbe successo ‘qualcosa di brutto’. Morì dopo poche ore. Come medico ho il dovere parlare direttamente col paziente, senza genitori, spiegando al bambino le tappe di un percorso che può portare alla guarigione. Spesso», conclude Jankovic, «abbiamo la fretta di dire tutto e subito, invece va data gradualità alla comunicazione, senza ingannare, ma con qualche piccola bugia bianca».

RESISTERE COL PAZIENTE. Uno dei motti di Jankovic è «se vuoi bene a una persona che resiste, devi resistere con lui», che significa avere sempre in mente il traguardo da raggiungere, e farlo anche attraverso la forza terapeutica del sorriso e il valore inestimabile della speranza. Charlie Chaplin diceva che un giorno senza sorriso è un giorno perso. Momcilo Jankovic, anche grazie ai suoi sorrisi, di giorni ne ha fatti guadagnare e vivere tanti.

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