HO FENG E COPERTINA
16 Marzo Mar 2018 1330 16 marzo 2018

Chi è Ho Feng Shan, a cui è stata intitolata una piazza a Milano

Nel cuore della Chinatown milanese, all’incrocio tra via Paolo Sarpi e via Lomazzo, è stata intitolata una piazzetta allo "Schindler cinese". Diplomatico a Vienna durante la seconda guerra mondiale offrì il visto a oltre 3000 ebrei. 

  • Gabriele Nissim
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Pubblichiamo qui un estratto di Ebrei a Shanghai. Storia dei rifugiati in fuga dal Terzo Reich (a cura di Elisa Giunipero). Per gentile concessione di O barra O edizioni

Qualcosa di inaspettato accadde a Vienna nel 1938 quando, dopo l’annessione dell’Austria da parte della Germania, una delle più importanti comunità ebraiche d’Europa fu messa in pericolo. In quella circostanza il console cinese Ho Feng Shan si comportò diversamente rispetto ai responsabili degli altri consolati che si rifiutarono di rilasciare visti agli ebrei che cercavano una via di fuga dalle persecuzioni naziste. Gli inglesi, a causa delle pressioni arabe, limitarono i permessi agli ebrei che volevano raggiungere la Palestina; gli americani ridussero le loro quote d’ingresso; gli svizzeri chiusero le frontiere, stampando sui passaporti degli ebrei il contrassegno “J” in rosso; i francesi si rifiutarono di rilasciare i visti. Ho Feng Shan, invece, decise di assumersi una responsabilità personale e di venire loro in soccorso, rilasciando numerosi visti per il suo Paese, pur sapendo che la maggior parte degli ebrei, una volta usciti dall’Austria, non avrebbero intrapreso un viaggio verso la Cina. Centinaia di ebrei austriaci, facendo il giro dei consolati, trovarono aiuto proprio presso quel diplomatico apparentemente così diverso da loro per storia e cultura. Eric Goldstaub, un giovane ebreo di 17 anni, ricorda che, come tanti altri suoi amici, si era recato in cinquanta sedi diplomatiche, prima di bussare, il 20 luglio 1938, alla porta del console cinese. Mai si sarebbe aspettato di ricevere una ventina di visti per tutta la sua famiglia. Quando si diffuse la voce, le richieste presso il consolato diventarono sempre più numerose.

IL DILEMMA. Ma quali furono le motivazioni che spinsero Ho Feng Shan ad aprire le porte agli ebrei, mentre sembrava prevalere l’indifferenza? Il console cinese si trovò di fronte a due opzioni politiche. Egli ricevette l’ordine da Kong Xiang-xi, un responsabile del Ministero cinese degli Affari esteri, di essere accondiscendente verso le richieste degli ebrei. Il suo superiore auspicava persino che la Cina potesse accogliere degli ebrei nell’isola di Hainan. Eppure Chen Chieh, l’ambasciatore cinese a Berlino, aveva un differente punto di vista. Di fronte al conflitto tra Cina e Giappone, per i cinesi sarebbe stato più vantaggioso cercare di migliorare le relazioni con la Germania e assecondare la loro politica. Difendere gli ebrei avrebbe significato per Chen Chieh fare uno sgarbo ai tedeschi e mettere in pericolo gli interessi politici della Cina. Egli probabilmente intuì il rischio che si sarebbe potuta creare in Oriente un’alleanza tra tedeschi e giapponesi ai danni della Cina, come poi accadrà il 27 settembre 1940. In una concitata telefonata l’ambasciatore a Berlino intimò a Ho Feng Shan di limitare immediatamente il rilascio dei visti, facendogli capire che presto avrebbe ricevuto ordini diversi da Xu Shu-mo, il viceministro degli Affari esteri. A questo punto il console cinese si trovò davanti a una scelta: fare il bene della Cina o fare il bene degli ebrei? Avrebbe dovuto reagire di fronte a un’ingiustizia, o cercare con ogni mezzo di ottenere il maggior vantaggio per il suo Paese? In qualità di diplomatico avrebbe dovuto ragionare sugli interessi della propria nazione, come gli suggeriva Chen Chieh, pur non accettando, dal punto di vista umano, il comportamento dei nazisti. Ma in una circostanza simile, il diplomatico e l’uomo compassionevole possono convivere nella stessa persona? Per correttezza avrebbe dovuto dare le dimissioni?

Inaugurazione di piazzetta Ho Feng Shan in via Paolo Sarpi

Attraverso uno stratagemma, Ho Feng Shan spiegò al suo collega in Germania che si sarebbe adeguato alle nuove istruzioni, se avesse ricevuto una chiara direttiva, ma nel frattempo incaricò il suo vice, Zhou Qi-xiang, di proseguire con il rilascio dei visti. Dunque prese tempo perché capì che al vertice del Ministero degli Esteri esistevano opinioni divergenti, pur non avendo intenzione di fare alcun passo indietro. L’ambasciatore Chen, venuto a sapere che nulla era cambiato al consolato di Vienna, si infuriò e capì che Ho Feng Shan lo aveva preso in giro. Probabilmente si chiese il motivo per cui il console cinese stesse agendo contro gli interessi della Cina, pensando a qualcosa di losco: Ho non aveva certamente compassione verso gli ebrei, ma voleva soltanto arricchirsi. Per questo decise di coglierlo in fallo, mandando a Vienna un suo emissario per condurre un’inchiesta che smascherasse la corruzione. Lo scopo era quello di chiedere ai suoi superiori l’immediata destituzione di Ho Feng Shan, per obbligare il consolato cinese a fare marcia indietro.

I NEMICI. Ding Wen-yuan, l’inviato dell’ambasciatore Chen, per giorni e giorni interrogò i membri del consolato, controllò tutte le carte, mise a soqquadro gli uffici come se si fosse trattato di trovare la prova di un crimine. Quando finalmente si accorse che nessuno traeva profitto dagli ebrei, Ding espresse tutto il suo stupore a Ho Feng Shan. «Spiegami allora perché girano tante voci che ti accusano di corruzione?» «Non credere alle dicerie, devi capire che dando il visto a tutti senza problemi, a nessun ebreo passa per la testa di offrirci del denaro. Se andare a Shanghai fosse difficile come andare in America, allora ci sarebbero certamente dei tentativi di corruzione. Invece in Cina ci si può andare liberamente.» L’ispettore Ding sembrò convinto di quel ragionamento, e così l’ambasciatore cinese a Berlino non riuscì a trovare un espediente per delegittimare in patria l’azione di soccorso agli ebrei. Quando il 27 settembre 1940 venne firmato il Patto tripartito tra Giappone, Germania e Italia, che definì le zone di influenza, forse l’ambasciatore Chen si sarà chiesto se il suo atteggiamento accondiscendente verso i tedeschi avrebbe potuto evitare il peggio per la Cina, ma la scelta di Ho Feng Shan si dimostrò politicamente la più lungimirante perché a volte una scelta morale può anticipare la comprensione politica e dare a un paese grande prestigio tra le nazioni. Oggi la Cina può raccontare al mondo di aver accolto a Shanghai migliaia di ebrei, contro l’egoismo di altri paesi. In questo caso, la compassione provata da Ho per le sofferenze degli ebrei ha fatto la differenza.

GIUSTO TRA LE NAZIONI. Ho Feng Shan era un uomo che detestava la violenza politica. Una piccola storia, tra le tante della lotta politica in Cina, lo aveva particolarmente colpito, subito dopo la fine dei suoi studi. Una figlia comunista aveva denunciato il padre Zhou Tian-go, proprietario di una casa, come “nemico del popolo”. Con l’assenso della figlia lo avevano portato in piazza. Un uomo aveva letto le accuse che gli venivano rivolte e aveva chiesto di alzare la mano a chi fosse favorevole alla sua condanna a morte con un colpo di pistola. Alcuni comunisti avevano immediatamente alzato la mano e la gente che si trovava per caso in quella piazza, senza comprendere ciò che stava succedendo, aveva fatto lo stesso. Poco dopo si era sentito il colpo di pistola. Episodi come questo segnarono profondamente la visione politica di Ho Feng Shan. Per questo motivo egli fu sempre fedele come diplomatico alla Cina nazionalista e difese l’esistenza della Cina di Taiwan. Il suo spirito indipendente gli procurò però diversi problemi alla fine della carriera. Nel 1973 fu accusato ingiustamente di aver sottratto dei fondi allo Stato e così decise di vivere gli ultimi anni della sua vita a San Francisco, senza poter godere della pensione dopo quarant’anni di attività di servizio diplomatico per il suo Paese. Il 23 gennaio del 2001, a quattro anni dalla morte, avvenuta il 28 settembre 1997, ha ricevuto al memoriale di Yad Vashem, in Israele, il titolo di Giusto tra le Nazioni.

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