Migranti: 255 soccorsi nel Mediterraneo
25 Marzo Mar 2018 1500 25 marzo 2018

Migranti, Affinati: «Parliamo di ciò che non conosciamo»

Non inseguono la ricchezza. Ma sono spinti dalla vita stessa. «E chi siamo noi per mettere barriere alla vita?». Colloquio con l'autore di Tutti i nomi del mondo.

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La distinzione tra profugo e migrante economico è «senza senso». È un fiume in piena Eraldo Affinati. Lo scrittore e insegnante romano si trova a Milano a Tempo di libri per presentare il suo ultimo romanzo, Tutti i nomi del mondo (edizione Mondadori), la «summa di tutti i miei libri», come la definisce. «Chi sono i migranti? Nel libro faccio un appello, come fanno i professori a scuola, e mi rivolgo anche a molti di loro, a quelli che hanno attraversato la mia vita e vi hanno lasciato un segno», spiega a L43 Affinati. «Li voglio rivedere e scoprire chi sono, riflettendo su ciò che hanno rappresentato per me e io per loro, che è il tema del libro».

«RAGAZZI SPINTI DALLA VITA STESSA». Venire in Italia per molti migranti ha significato non solo salvarsi la vita, ma riscoprirla anche negli aspetti più elementari. «Pure passeggiare in corso Buenos Aires può essere fonte di meraviglia», continua l'autore, che ricorda: «In Africa puoi morire per una ferita alla mano, non c’è nulla, né prospettive, né futuro. Questi ragazzi vogliono venire in Europa non tanto per inseguire il sogno della ricchezza, ma perché è la vita stessa che li spinge, che cerca di autoaffermarsi. E noi come possiamo pensare di mettere barriere alla vita, di fermarla?».

Eraldo Affinati.

DOMANDA. L'impressione è che del migrante si ignori l'identità. Viene liquidato come vittima degli scafisti o come criminale che viene a portare in Italia altra miseria.
RISPOSTA.
Il problema è proprio questo: parliamo di quello che non conosciamo. E non lo conosciamo perché ci teniamo a distanza, perché è più facile illudersi di esorcizzare il male scaricandolo sul più debole.

D. Anche per questo lei e sua moglie avete fondato le scuole Penny Wirton dove i migranti soprattutto minori possono imparare l'italiano?
R.
Non possiamo limitarci ad aspettare una soluzione politica, sulla quale sono molto scettico, dobbiamo creare occasioni di incontro. Oggi di scuole Penny Wirton ce ne sono 36 in tutta Italia. Senza finanziamenti pubblici, vanno avanti solo col volontariato di giovani e anziani, con l’obiettivo fare incontrare gli italiani con questi ragazzi, conoscerne le storie, la vita.

D. Si dice spesso che la cosa migliore sarebbe di aiutare i migranti a «casa loro». Cosa ne pensa?
R. Se è così, allora perché non lo facciamo? Perché continuiamo a sfruttare i loro Paesi prendendo quelle che ci serve spesso corrompendo i già corrotti i governi locali? Sono passati quasi 20 anni da quando due migranti della Guinea, Yoguine Koita e Fodè Tounkara, furono trovati morti assiderati in un aereo atterrato a Bruxelles dal Mali. Ebbene, prima di imbarcarsi avevano scritto una lettera ai responsabili dell’Europa: «Aiutateci, noi in Africa soffriamo enormemente». Qualcuno li ha ascoltati?

Sono passati 20 anni da quando due migranti della Guinea furono trovati morti in un aereo atterrato a Bruxelles. Prima di imbarcarsi avevano scritto una lettera all'Ue: «Aiutateci, in Africa soffriamo enormemente». Qualcuno li ha ascoltati?

D. Lei hai conosciuto tanti ragazzi. C'è qualche storia che l'ha colpita in modo particolare?
R. Su un ragazzo della Sierra Leone, Khaliq, avevo scritto un vero e proprio racconto di viaggio, Vita di vita, che è uscito nel 2014. È una storia emblematica. Il nonno era emigrato da un paese sperduto del Gambia in Sierra Leone per lavorare nelle miniere di diamanti. Poi scoppiò la guerra civile e la figlia, Khalifa, mamma di Khaliq, perse il marito e il primogenito.

D. Cosa fece?
R. La donna riuscì a portare tre dei quattro figli oltre confine in Guinea, lasciandoli in un campo profughi per tornare indietro a riprendere l'ultima figlia. Khaliq aveva solo sette anni e non capiva bene cosa sta succedendo, sapeva solo che doveva fuggire. Così arrivò nella capitale Conacry per vivere da ragazzo di strada.

D. E poi?
R. Poi ancora ancora una fuga, questa volta verso la terra promessa, l’Italia: i barconi, le violenze, la fame, tutte cose che conosciamo bene. Io lo incontrai qualche anno dopo a Roma alla Città dei ragazzi, dove insegnavo. Col tempo Khaliq decise di ritrovare la madre e attraverso un cugino seppe che era tornata nel paese del nonno. Sembra arrivare il lieto fine, invece c’è altra sofferenza.

D. Cioè?
R. Nel ritorno, prima di riabbracciare la madre, venne arrestato in Guinea per contrabbando e passò più di un anno in prigione. Storie così ce ne sono tante, sono le storie dell’Africa.

L'uomo è sempre lo stesso, con il suo desiderio non solo di sopravvivere, ma di vivere i suoi sogni, che non sono chimere ma l’istinto stesso dell’esistenza

D. Nei suoi libri le storie dei migranti si incrociano con quelle dei ragazzi di borgata. Poi ci sono i ricordi della sua famiglia. «La storia è un girotondo» in cui tutto si ripete, come scriveva in Vita di vita?
R. L’uomo è sempre lo stesso, con il suo desiderio non solo di sopravvivere, ma di vivere i suoi sogni, che non sono chimere ma l’istinto stesso dell’esistenza. I nostri nonni e bisnonni sono emigrati in tutto il mondo, tra difficoltà enormi, perché, in fondo, continuavano a credere nella vita. E questo può voler dire anche combattere per la propria patria, come facevano le giovani reclute della Prima guerra mondiale che ci hanno lasciato delle lettere stupende inviate ai loro cari. Oppure combattere contro gli oppressori, come mio nonno materno, un partigiano ucciso dai tedeschi.

D. Lo stesso vale per i migranti di oggi?
R. Lo scriveva già Leopardi nel dialogo tra Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez nelle Operette morali. Si trovano nella solitudine dell’oceano, nell’incertezza e nel rischio, ma si chiedono: «In quale altra condizione di vita ci troveremo a essere?». La verità è che non possono fare diversamente. Forse quando capiremo questo anche a proposito dei migranti avremo fatto un passo nella giusta direzione per affrontare seriamente la situazione.

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