60 anni Frizzi, la vita è meravigliosa
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26 Marzo Mar 2018 1417 26 marzo 2018

Fabrizio Frizzi, l'italiano arci-normale di un Paese che non esiste più

Non era un santo, ma semplicemente uno che sapeva di essere stato fortunato e sapeva anche stare al mondo. Parlando di lui, commemorandolo, ci riferiamo a chi vorremmo essere ma non sappiamo più essere.

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Quando muore uno famoso, «uno della televisione», è fin troppo facile, praticamente automatico accusarne la scomparsa fiondandosi sui social a recitare la immancabile giaculatoria: adesso come faremo, adesso siamo tutti più poveri, proprio lui non doveva. Ostentiamo rimpianto per la persona, ma è la proiezione pubblica che in realtà celebriamo. Chi può ci infila dentro pure l'effetto «io lo conoscevo bene», quanto a dire parlar del morto per parlare di sé, o, come diceva Montanelli, «mettersi nella bara al posto della cara salma». Nel caso del conduttore Fabrizio Frizzi però c'è qualcosa di diverso, un cordoglio generale che converge su una identica constatazione: era una persona per bene, era un uomo gentile. Il che è senz'altro vero, solo che, a questo punto, il cordoglio dovremmo rivolgerlo a noi stessi, noi società dissociata e incarognita.

PIANGIAMO ANCHE PER QUELLO CHE SIAMO DIVENTATI. Davvero siamo messi così male? Davvero siamo arrivati a piangere come inconsolabile la dipartita di qualcuno che si comportava da essere umano, da persona civile? C'è anche un po' di coda di paglia, forse più di un po', nel celebrare Frizzi, l'onest'uomo: forse, nel twittare al mondo, parliamo soprattutto a noi stessi, alle nostre esagitazioni quotidiane, ai nostri vaffanculi al semaforo e «a quello se non si leva subito di mezzo scendo e gli sfascio la testa». Parliamo a chi siamo diventati e a chi invece vorremmo essere ma non sappiamo più essere.

Su, guardiamoci allo specchio, guardiamoci dentro: anche a non essere cronisti, anche da persone che hanno altro da fare che registrare gli umori della piazza, è sufficiente avventurarsi fuori dalle proprie mura per scoprire sempre e solo individui incazzati, la bocca all'ingiù, rivendicativi. Dovunque, in metrò, all'ospedale, in fila allo sportello, entrando in un negozio, tutto un eruttare di sbotti, fiotti, carichi di livore, racconti grondanti vendetta, nuvole di guerra ovunque. Un ricordo ancora fresco, il vostro cronista ce l'ha dall'ultimo Sanremo, dove la nomenklatura Rai si è distinta per una iattanza parsa eccessiva perfino per gli standard del servizio pubblico.

CELEBRATO COME UNA MOSCA BIANCA. Fabrizio Frizzi, uomo Rai, evidentemente era diverso se tutti lo celebrano come una mosca bianca e allora proviamo a interpretarlo: uno che faceva il mestiere suo, di successo, aveva condotto una settantina di programmi, era un privilegiato e lo sapeva ma, nei limiti del possibile, non abusava del suo ruolo. Chi in effetti lo conosceva è concorde nel riferire di una corrispondenza fra personaggio e persona, qualcuno che era amichevole e mite anche incontrandolo per la strada, uno che si fermava a parlare anche col fan umile, sconosciuto.

SI RICORDA PIÙ QUELLO CHE NON ERA. Così, di questo conduttore da quasi 40 anni sui nostri schermi, di questo vecchio ragazzo scomparso ancora giovane, non giovanissimo, si ricorda, montalianamente, più quello che non era, non voleva essere: arrogante, sprezzante o sbrigativo con gli ospiti, prevaricatore nei suoi programmi, esibizionista oltre la funzione; ancora, pieno di sé, l'aura da santone o da salvatore della Patria, uno che “si sacrifica” per il pubblico ingrato, uno che non gli basta mai, che sta sempre a minacciare, «sto bene dove sto però mai dire mai», alla Gepi Fuxas prima maniera.

Di quelli che si sentono sprecati per tutto e usano le loro 'arrività' (non è un refuso) come un trampolino, pronti a scendere in politica «se mi chiamano» e, se li votano per scherzo da presidente della Repubblica, finiscono per crederci («Ma no, ero ironico, certo però un pensierino...»). Uno, insomma, che si sente sprecato pur nel suo ruolo da privilegiato. Quanti ne conosciamo così, quanti di questa genia, «gli idioti della televisione», per cantarla come Eugenio Finardi, «ce li sentiamo nella gola»?

UNA SPECIE IN VIA DI ESTINZIONE. Frizzi era un privilegiato e lo sapeva, ma, a quanto pare, era pure di una specie in via di estinzione: quella di chi capisce che nella vita ha avuto fortuna e s'accontenta, non sputa fiele sui colleghi, non si butta via in assurde faide da social, non convoca una conferenza stampa ogni volta che ritiene la sua immagine violata, rigido e altero come la Giustizia Offesa. Anche la fase della sua malattia, l'ha vissuta – e, dato il suo mestiere, esibita – con una sorta di pudore: abituato a ridere com'era, dopo la botta si commuoveva, non nascondeva la sua fragilità, voleva diventare testimonial della ricerca «se riuscirò a farcela davvero».

SAPEVA CHI ERA E COSA AVEVA. Non c'è riuscito, ma, per una volta, il saluto dei colleghi è parso senza filtri, senza calcoli. Non un santo, semplicemente uno che sapeva di essere stato fortunato e sapeva anche stare al mondo. Non uno che fa sentire il mondo più vuoto, adesso che non c'è più: un presentatore, un conduttore importante ma che non resterà nel gotha dei Baudo, i Mike, i Corrado. Rimarrà, invece, come esemplare di una tipologia umana sempre più rara. Rimarrà come mancanza e, forse, come rimorso.

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