E' morto Ermanno Olmi, aveva 86 anni
7 Maggio Mag 2018 1019 07 maggio 2018

Cinema, morto il regista Ermanno Olmi

Aveva 86 anni e combatteva da tempo contro una grave malattia. Il grande successo nel 1977 con quello che viene considerato il suo capolavoro assoluto, L'albero degli zoccoli.

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Ha scelto un giorno di primavera per andarsene nel suo altipiano di Asiago, tra quei boschi e quei monti che aveva amato appassionatamente, con la moglie vicino, con i figli amatissimi nel pensiero. Così se ne va Ermanno Olmi, il gigante della montagna, il regista degli ultimi, una delle voci più pure e originali della cinematografia italiana, erede consapevole del neorealismo ma voce solitaria nella nostra cultura, così come Pasolini a cui è stato spesso accostato nonostante le profondissime differenze estetiche e ideologiche (leggi anche l'intervista di L43: Ermanno Olmi su crisi, cinema e politica).

TAVIANI: «ERAVAMO TRE FRATELLI». «Eravamo amici, più che amici. Ci dicevamo "siamo tre fratelli". Ermanno e noi venivamo da formazioni culturali diverse eppure ci è sempre stato familiare il suo grande cinema tra documento e incantata religiosità. L'albero degli Zoccoli è una delle poche opere che regge il confronto con quelle del cinema italiano del dopoguerra, il nostro secondo rinascimento. È un capolavoro del cinema italiano e non solo italiano», ha dichiarato Paolo Taviani.

Nato il 24 luglio 1931 a Bergamo, è stato acclamato in patria e all'estero, ha vinto due volte il Leone d'oro (quello alla carriera nel 2008), con la Palma d'oro del 1978 per L'albero degli zoccoli è diventato una star internazionale, con Il mestiere delle armi (2001) ha scritto una delle pagine più alte del pensiero cinematografico moderno. Eppure è sempre stato uomo umile e sorridente, cattolico senza spocchia, pensatore contadino come amerebbe che di lui ci si ricordasse.

POVERTÀ E LAVORO IN FABBRICA. Ha sperimentato la povertà (figlio di ferroviere è rimasto orfano durante la seconda guerra), il lavoro in fabbrica (alla Edison Volta che ricordava sempre come scuola di vita e di mestiere), la malattia che all'inizio degli Anni 80 lo avrebbe segnato per sempre, il successo e il fallimento (come quando Il segreto del bosco vecchio con Paolo Villaggio fu stroncato da molti appena dopo il trionfo nel 1988 del precedente La leggenda del santo bevitore). È stato maestro (all'inizio degli Anni 80 fonda il laboratorio "Ipotesi cinema" a Bassano del Grappa per sostenere i giovani autori nella ricerca e nel documentario) e discepolo (l'ultimo suo lavoro, Vedete? Sono uno di voi nel 2017, è uno splendido atto d'amore per il Cardinale Carlo Maria Martini).

Olmi era nato a Bergamo (ma trascorse l'intera infanzia a Treviglio) il 24 luglio del 1931. Dopo il liceo, per studiare e per lavorare, si trasferisce a Milano iscrivendosi all'Accademia d'arte drammatica e trovando impiego, grazie alla madre, come fattorino alla Edison. In breve si trova a guidare un inedito reparto di attività ricreativa per i dipendenti e comincia a sperimentare la sua passione per il cinema girando brevi documentari industriali per documentare il lavoro della grande azienda di energia elettrica.

NARRAZIONE SENZA RETORICA. Alla fine tra il 1953 e il 1961 girerà oltre 40 documentari che fissano bene i caratteri del suo cinema: attenzione agli individui e alle loro storie di lavoro e fatica, narrazione senza retorica, sommessa commistione tra documentazione della realtà e fantasia nel tracciare storie e personaggi. L'approdo naturale sarà il cinema lungometraggio con Il tempo si è fermato, manifesto e capolavoro del 1959 che precorre il rinnovamento del cinema italiano pedinando con discrezione autobiografica l'amicizia tra uno studente e il guardiano di una diga.

Due anni dopo, con una cooperativa di appassionati tra cui l'amico Tullio Kezich (la società di produzione "22 Dicembre"), firma Il posto, emblema di un cinema che non si distacca mai dalla realtà quotidiana narrando la ricerca del primo impiego da parte di due ragazzi. Il film vince il premio della critica alla Mostra di Venezia e fa di Olmi un cineasta a pieno titolo, anche se (a differenza di molti della sua generazione) Olmi non si trasferirà mai a Roma e non apparterrà mai a una delle storiche "famiglie" di Cinecittà e dintorni. La sua filmografia è asciutta per quanto riguarda il lungometraggio tradizionale (appena una ventina di titoli per il cinema), ma è fittissima di imprese innovative tra il documentario e la televisione.

I MOLTI CAPOLAVORI. Oggi vale la pena di ricordare almeno I recuperanti (girato nel '69 per la Rai, tra quelle montagne che poi diventeranno la sua casa e il suo rifugio), Un certo giorno (dello stesso anno), La circostanza del 1974. Quattro anni dopo con L'albero degli zoccoli (ancora prodotto dalla Rai) vince la Palma d'oro a Cannes e poi il Premio César. Affresco storico quasi manzoniano della civiltà contadina padana, il film farà di lui il cantore della memoria e del mondo rurale, ma in realtà il suo cinema ha una prospettiva universale e ben più ampia comne confermano il successivo Camminacammina, il Leone d'oro La leggenda del santo bevitore (1968, da un racconto di Joseph Roth sceneggiato con Tullio Kezich) l'allegorico Lunga vita alla Signora (1987), e due capolavori indimenticabili come Il mestiere delle armi (2001) e l'ultimo Torneranno i prati (2014), entrambi dedicati alla follia della guerra ed entrambi di diritto nella grande storia del cinema mondiale.

FUNERALI IN FORMA PRIVATA. Dal 2007 aveva dichiarato di voler abbandonare il cinema a lungometraggio per concentrarsi solo sul documentario, ma così non fu fino all'ultimo. Eppure è proprio nel rapporto senza mediazioni con l'uomo e con la natura che Olmi si riconosceva. Ed è tra quella natura ancora incontaminata dei boschi di Asiago che ha atteso col sorriso sulle labbra la fine. L'etichetta di cristiano gli piaceva, quella di regista dei cattolici molto meno e non gli si addiceva. Anzi, il suo carattere lombardo e schivo, aveva piuttosto qualcosa della tradizione calvinista. Illuminata però da una fede nell'uomo e da un sorriso generoso che resta nella memoria di chiunque lo abbia conosciuto. Come desiderava, in linea con una vita piena di affetti e amicizie ma riservata, i funerali di Olmi si svolgeranno in forma strettamente privata.

L'Asiago e il legame viscerale con l'Altopiano

Olmi amava Asiago e l'Altopiano con tutto il cuore. Aveva espresso il desiderio di trascorrere le sue sue ultime ore nella sua villa, anche se poi la morte è sopraggiunta in ospedale prima che la famiglia potesse organizzare il trasporto. In contrada Val Giardini, in mezzo al verde, nella parte Nord del paese, il grande regista non ci veniva solamente per trascorrere dei periodi di vacanza, magari durante l'estate per godersi il fresco, ma ci è rimasto anche per lunghi periodi anche d'inverno, soprattutto per la sua professione, per concentrarsi e lavorare sui copioni dei suoi film e sulle sceneggiature.

PER LA PRIMA VOLTA NEL 1959. La cittadina turistica vicentina era il suo habitat naturale. Ad Asiago arrivò per la prima volta nel 1959 per conoscere di persona Mario Rigoni Stern: la sua idea era quella di trasformare in film il libro Il sergente nella neve, che poi non riuscì a realizzare, pare anche per pressioni politiche. Ma quell'incontro fu comunque fatale perché fu stregato da Asiago, un amore a prima vista, località in quegli anni frequentata anche da Tullio Kezich, uno dei più importanti critici cinematografici oltre che commediografo, sceneggiatore e attore.

AMICO ANCHE DI CELENTANO. E così qualche mese dopo acquistò in terreno in Val Giardini, dove si costruì una bella casa con giardino e circondata dal bosco, che non ha mai abbandonato. Oltre a Kezich e Rigoni Stern, con i quali amava passeggiare in bosco e nei sentieri baciati dal sole, e trascorrere lunghe serate davanti al caminetto acceso, diventò amico tra gli altri anche di Adriano Celentano, che frequentò quasi sempre lontano dalle luci delle ribalta.

DIVERSE INIZIATIVE CULTURALI. Ad Asiago Olmi non si nascondeva, anche perché non amava vestire i panni del "vip". Ha sempre voluto bene e ha contribuito a far crescere le iniziative culturali: d'estate partecipava ai dibattiti in piazza e ad altri eventi. Per oltre 30 anni è stato componente della giuria del Premio Internazionale di Arte Filatelica di Asiago, ideata da Maurizio Stella. Ma era solito frequentare anche i ristoranti e i locali della zona, quelli sulla collina del Kaberlaba o alla Baita Jok di Cesuna, di proprietà del popolare "Baffo", che l'aveva aiutato nel girare un film dedicato al fiume Po.

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