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Inchiesta 5 Ottobre Ott 2010 1359 05 ottobre 2010

Le nuove schiave del made in Italy

Bangladesh: sciopero contro lo sfruttamento.

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Le operaie del tessile in Bangladesh protestano per salari sopra il livello della sopravvivenza.

Si sciopera per disperazione nelle fabbriche alla periferia di Dacca, capitale del Bangladesh. Si sciopera per sfondare, metaforicamente, le porte delle aziende-prigione, dove per 83 centesimi di euro al giorno tre milioni e mezzo di operaie restano incollate ai telai a tessere t-shirt destinate ai negozi delle metropoli occidentali.
Si sciopera quando la morte fa più paura della fame, e l’ipotesi di bruciare vive in un rogo come quello del febbraio scorso, con 21 decedute e 50 ustionate gravissime perché le uscite di sicurezza dello stabilimento erano sigillate, è più spaventosa della prospettiva di essere prese a bastonate dalla polizia e non avere di che sfamare i proprio bimbi.
È la vita ordinaria di uno dei Paesi tra i più poveri al mondo, dove il 40% della popolazione (160 milioni di persone secondo le stime più recenti) vive in miseria assoluta. Ma anche quello che più ha beneficiato della libera competizione globale consentita dalla fine dell’ “Accordo multifibre”, il patto tra Europa, Usa e Paesi del Terzo mondo per il commercio di fibre naturali e materiali lavorati, scaduto nel 2005: in quattro anni, l’export del Bangladesh è volato a 12 miliardi di euro, di cui il 90% legato al tessile.
Merito dell’astuzia del legislatore, che ha imposto un regime fiscale che sostanzialmente non prevede tasse per i gruppi stranieri che producono sul territorio appoggiandosi ad aziende locali.
Nemmeno a dirlo, le fabbriche di abbigliamento sono spuntate ovunque nel Paese: oggi ne esistono 4.500. E i loro proprietari sono gli stessi che in Parlamento hanno votato per le agevolazioni: d’altra parte, dove manca il pane con cui sfamarsi, non si può andare per il sottile con il conflitto di interessi.

Una giornata di 14 ore a 17 euro

Tra le più grandi c’è Garib&Garib, fornitore del colosso del prêt-à-porter mondiale H&M (10 miliardi di euro di fatturato nel 2008) e del Gruppo Teddy, la catena distributiva italiana dei marchi Terranova, Calliope e Rinascimento (291,4 milioni di euro di fatturato nel 2008, su 549 punti vendita monomarca): qui le impiegate lavorano dalle 12 alle 14 ore al giorno per 1.600 taka al mese, pari a circa 17 euro.
Dormono in baraccopoli nate intorno al complesso, non più di una manciata di ore per notte, perché ogni minuto del lavoro da schiava può essere utile per sfamare la famiglia. Le più piccole hanno circa dieci anni e occupano i telai vicini a quelli delle madri o delle sorelle maggiori, dalle quali apprendono la professione: secondo il governo, una forma di aiuto contro l’analfabetismo e la prostituzione.
L’Asia floor wage, associazione di accademici, sindacalisti e attivisti dei diritti umani con sede a Nuova Delhi, in India, ha calcolato che il salario minimo per garantire a quattro persone cibo, vestiti, salute, trasporti e istruzione dovrebbe essere intorno agli 11 mila taka, 115 euro: decisamente inferiore al prezzo di uno dei cappottini esposti nelle vetrine in questi giorni autunnali.
Ma le donne del Bangladesh si accontenterebbero di meno. Sono scese in strada chiedendo che i salari venissero alzati a 5 mila taka, poco più di 50 euro: i padroni si sono detti disponibili a chiudere a 4 mila, circa 40 euro. Difficile non pensare a un osceno mercanteggiare sulla disperazione. Anche per questo le operaie non hanno smesso di lamentarsi, sperando di catturare l’attenzione internazionale più dei morti (270 l’anno scorso, secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, ma è facile immaginare che la maggior parte dei decessi non siano denunciati) e delle calamità naturali, una tragica routine per il Paese afflitto, tra le altre cose, dal periodico arrivo dei monsoni.


Italia ha importato 23 mila tonnellate di prodotti in 6 mesi

Dalla loro parte hanno gli attivisti di Saapa labour group, la voce critica dell’Asia sfruttata: «Gli acquirenti internazionali dei prodotti tessili del Bangladesh dovrebbero quantomeno avere l’obbligo di costringere i fornitori agli standard minimi di sicurezza delle strutture, come previsto dalla legge. Non c’è motivo per cui i lavoratori dovrebbero sacrificare il proprio benessere, o addirittura la propria vita, per inseguire l’obiettivo della massimizzazione del profitto dei proprietari degli stabilimenti o dei compratori internazionali», hanno tuonato all’indomani dell’ultima strage. Una posizione fin troppo chiara, ma largamente inascoltata.
L’Italia aumenta ogni anno le proprie importazioni dal Bangladesh con percentuali a due cifre; nei primi sei mesi del 2010, sono entrate nel Paese 23.045 tonnellate di prodotti di abbigliamento, lavorati o semilavorati, destinati a tutti i principali gruppi nazionali: Benetton, Coin e Oviesse, Teddy.
Il Gruppo Coin, che include negozi monomarca e magazzini Oviesse (1,3 miliardi di euro di fatturato nel 2009, prima dell'inclusione nel bilancio delle attività di Upim acquistata all'inizio del 2010), l'anno scorso ha fatto arrivare dal Bangladesh magliette e simili per un valore di 40 milioni di euro; tuttavia, assicura Giovanni Zoppas, direttore delle operazioni e del controllo di qualità, «cerchiamo di trovare modalità etiche per lavorare nel Paese, tenendo comunque conto che dobbiamo fare del business».
La strategia affinata, che Zoppas definisce «del buon padre di famiglia», è far firmare ai propri fornitori un codice di condotta, la cui violazione può comportare la risoluzione immediata del contratto. «Lo stila il gigante del settore Intertech e stabilisce il rifiuto dello sfruttamento minorile, quello delle donne, specialmente se in gravidanza, e il diritto a luoghi di lavoro sicuri e dall'igiene garantita». Concretamente, il sistema prevede audit interni realizzati dai funzionari del Gruppo Coin in Bangladesh e quindi «siccome sappiamo come vanno queste cose, anche una seconda verifica degli esperti di Intertech: loro chiamano il fornitore e dicono "Veniamo a controllare nel prossimo mese", ma senza specificare quando».
Un doppio passaggio a prova di furbetto, o quasi.

Come l'Italia del 1940

Anche Benetton (2 miliardi di euro di fatturato nel 2009), che con i visini dei bambini asiatici vicini a quelli africani e occidentali ha fatto il successo delle proprie campagne commerciali, conta una decina di fornitori in Bangladesh. «Poca roba», minimizza Federico Sartor, a capo della comunicazione del gruppo, «produciamo 160 milioni di capi all’anno, solo qualche decina di migliaia arriva da lì».
Non la si prenda però come una mancanza di attenzione ai problemi del Paese: «Ovviamente siamo attenti ai diritti dei lavoratori sul posto: abbiamo un codice etico e procediamo con audit, sia interni che a affidati a terzi, per verificare l’adeguatezza dei nostri fornitori prima di affidare loro la produzione».
Cosa succede dopo le verifiche, però, è tutt’altra storia: «Non possiamo sapere se qualcuno cui abbiamo appaltato il lavoro lo subappalta di notte a terzi, ma abbiamo altri strumenti di controllo: raccogliamo qualsiasi segnalazione di irregolarità nel lavoro, anche anonima, e procediamo immediatamente ai relativi controlli, se necessario rescindendo il contratto». Di segnalazioni dal Bangladesh, però, Sartor non ha memoria.
Né, comprensibilmente, ha in mano una soluzione per il problema: «Noi dobbiamo fare il meglio per la nostra azienda, cercando di garantire il massimo ai lavoratori in loco. D’altra parte non possiamo essere noi a far crescere la loro cultura sindacale: ci arriveranno, in Italia nel 1940 eravamo nella stessa posizione».
Come dire che le operaie di Dacca hanno una lunga strada davanti prima di smettere di morire di lavoro. Certo, ammesso che nel frattempo i loro salari non si siano alzati a sufficienza da diventare poco convenienti. O che l’ambiente possa reggere la prova. Stando a Padre Francesco Rapacioli, missionario di stanza in Bangladesh da 13 anni, «il colore delle acque dei fiumi intorno agli stabilimenti va dal rosso al blu: l'inquinamento è mostruoso, sta avvelenando il Paese e la gente».
Se questo è il quadro fuori dalle fabbriche, difficile immaginare come sia all’interno.

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