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Crisi
26 Novembre Nov 2010 1455 26 novembre 2010

L'Europa con i pugni in tasca

I cittadini scendono in piazza.

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di M. Allevato e G. Scancarello e Gea Scancarello

Politici, senatori, uomini di palazzo/ascoltate il richiamo/non state alla porta/c’è una battaglia là fuori/presto scuoterà le vostre finestre/farà tremare i vostri muri/perché i tempi/i tempi stanno cambiando.
Così cantava Bob Dylan nel 1964, in Times they are a changing, manifesto generazionale senza scadenza. Sono passati più di 40 anni, e le stesse note risuonano per le strade di Londra, scossa nel suo animo compassato da studenti e professori che assaltano le sede dei Tory, la destra del premier David Cameron. Colui che vuole alzare vertiginosamente le rette delle università (leggi l'articolo).
Ma non sono i soli: i tempi cambiano dappertutto. In Italia si alza il tiro, impossessandosi dei simboli: solo così si fa parlare di sé. Gli immigrati si asserragliano sulle gru, gli studenti occupano il Colosseo e la Torre di Pisa, le madri si trasformano in guerrigliere contro le discariche nel Napoletano.
Idem in Germania: centinaia di cittadini, giovani, imprenditori, medici, pensionati, si ritrovano in piazza dopo anni di confortevole ritirata borghese. A Stoccarda come a Gorleben, in Sassonia. Protestano contro le centrali nucleari che confinano con il giardino di casa, ma anche per gli appalti gonfiati per la costruzione di grandi opere di dubbia utilità.
Il vento spazza naturalmente soprattutto l’Irlanda, il Portogallo e la Grecia, alle prese con tagli indiscriminati che non guardano in faccia nessuno: dai posti pubblici ai soldi destinati alle pensioni (leggi l'anatomia della crisi).
Si salvano solo le banche, e i banchieri, grazie al fatto che l'Europa non può permettersi di farli fallire.
Il conflitto sociale che percorre con forza il Vecchio Continente è variegato, non ha colore politico, appartenenza sociale o distinguo anagrafico.
È la guerra «di chi si sente vittima di un’ingiustizia plateale, derubato delle poche certezze conquistate, arrabbiato con lo Stato ormai percepito come inutile, se non dannoso alla comunità» ha spiegato a Lettera43.it Mario Diani, docente presso la facoltà di Scienze politiche e sociali alla Pompeu Fabra University di Barcellona e sociologo al Cnrs di Parigi.
Ci sono tutti gli ingredienti perché da questo autunno caldo europeo nasca una forte protesta di massa, dice lo studioso italiano: «Bisogna vedere come si mescoleranno e se la politica sarà in grado di capire il grado di conflitto sociale. Sul lungo termine si può assistere a sbocchi inaspettati della protesta. Il malcontento su scala europea può essere intercettato più che dalla sinistra, da movimenti politici populisti di destra e xenofobi».

Welfare al tramonto. E la politica è immobile

C’è stato un momento felice in cui l’economia dell’Europa cresceva agli stessi ritmi che sforna oggi la Cina (9% anno su anno). Un’espansione che permise di creare una rete di protezioni sociali tanto costose quanto rassicuranti: pensioni, indennizzi di maternità e sussidi di vario genere.
Quei tassi di sviluppo non sono, però, quelli attuali: nel 2010 il Prodotto interno lordo (Pil) della Ue crescerà dell’1,7%, con qualche eccezione fortunata (la Germania al 2,6%), molti casi di quasi immobilismo (tra cui l’Italia all’1%) e spaventosi profondi rossi (la Grecia segna un calo del 4,5%).
Parallelamente, si è alzata nel corso dei decenni l’età media: nel 1990 gli over 65 erano il 14,5 % della popolazione, oggi sono il 18,1%. E la disoccupazione è salita fino a toccare il 10,1%, che diventa oltre il doppio nei giovani fino a 25 anni (20,3%).
«Il rapporto tra chi usufruisce delle pensioni e chi lavora per pagarle è insostenibile» ha spiegato a Lettera43.it Pietro Reichlin, docente di economia politica dell’Università internazionale Luiss di Roma. «I governi devono attuare delle scelte, perché tagliare è necessario per sopravvivere. Si può sperare di intervenire per aumentare la produttività, la partecipazione al lavoro e quindi la crescita: era un obiettivo già in agenda a Lisbona nel 2000 e fallito».
Tuttavia, continua il professore, «la riforma degli ammortizzatori sociali è inevitabile e si scarica soprattutto su alcuni: chi è meno protetto. Chi non ha contratti di lavoro regolari, chi ha un salario più basso ed è privo di tutele sindacali».
In strada, comunque, si riversano tutti: impiegati pubblici, professori, giudici, operai, giovani precari. Chiedono di vedere rispettati diritti e certezze conquistati negli anni.
«Non è un evento nuovo, ma quello che cambia è che oggi non ci sono sponde politiche in grado di mediare il conflitto» spiega ancora Diani.
Che prosegue: «Negli anni ’60 e ’70, il nesso tra sinistra tradizionale e sindacati era forte, c’era un modello culturale e un’idea dello Stato come entità in grado di incidere sui processi, i partiti facevano da mediatori. Questo dava prospettiva alla protesta continuità ed efficacia. Ora lo Stato è visto come un soggetto dannoso se non addirittura inutile. Combinato all’assenza di un modello ideologico, diventa così difficile lavorare a progetti politici di ampio respiro che raccolgano queste istanze».

Scuola a secco. E gli studenti pagano il conto

Alle riunioni dell’Eurogruppo non si sente altro. Nel 2010 c’è un solo comandamento: consolidare i bilanci. Complessivamente, quest’anno il debito dell’eurozona ha toccato il 78,7% del Pil: era il 61,6% appena due anni fa.
Il problema non è solo dei Paesi cosiddetti Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), i “maiali” a rischio default per aver troppo gozzovigliato negli anni passati.
Così li ha definiti con un acronimo poco gentile la stampa britannica; d’altra parte, gli stessi inglesi quest’anno hanno varato a inizio novembre una manovra che prevede tagli al welfare per 94 miliardi di euro in quattro anni.
La riduzione del budget per l’istruzione si inserisce in questo quadro.
In Italia, la contrazione dei fondi per la scuola è il leit motiv dal 2008. Quest’anno i trasferimenti per scuole e università decrescono di altri 500 mila euro: l’obiettivo del ministero è sforbiciare 8 miliardi di spesa nel quinquennio 2008-2012.
È proprio questa la differenza con le proteste del passato: «Le politiche anti-crisi hanno convinto la gente che quando lo Stato ha bisogno di salvare le banche e la finanza trova i soldi, mentre per la spesa pubblica no. Questa percezione comune e diffusa è l’elemento nuovo, che rende più marcata la preoccupazione per la crisi dello stato sociale da Grecia a Portogallo» aggiunge il sociologo Diani.
«La situazione è diversa in ogni Paese del continente», precisa però Reichlin. «Tuttavia, il comune denominatore è la necessità di operare delle scelte strategiche: aumentiamo le tasse ai più ricchi o facciamo pagare il conto, in termini di rette più alte, salari più bassi o strutture meno attrezzate, agli studenti e ai ricercatori?». A giudicare dalle proteste, si direbbe che i governi non hanno avuto molte esitazioni.
«È del tutto evidente che prima di scelte economiche si tratta di decisioni politiche», è l'analisi di Reichlin. «In Italia, per esempio, esiste un problema di iniquità che si riflette poi sul mercato del lavoro: il problema non è solo dei giovani, ma anche delle donne e degli immigrati».

Ambiente a rischio. E il problema è la governance

Anche sul fronte dell’ecologia si mobilita il “popolo dei dormienti”. Spesso sostenuto dalle amministrazioni locali, che in Europa sono 90 mila.
Piccoli centri di potere che sono soliti giocare al rimpallo su questioni cruciali: il dramma dei rifiuti del Sud Italia che tiene banco in Parlamento e preoccupa l’Unione europea ne è un esempio fin troppo calzante.
I soldi in ballo non sono spiccioli. Un inceneritore come quello di Acerra costa ai cittadini 350 milioni di euro.
E, parlando di centrali nucleari, quelle che fanno imbufalire i tedeschi della Sassonia, si passa a ordini di grandezza con tre zeri in più: il reattore di terza generazione degli esperti franco-tedeschi di Areva vale 4 miliardi di euro circa. Quanto metà di una manovra finanziaria.
Il governo che decide di lanciarsi, a torto a ragione, in un investimento di questa portata non può prescindere da alcune delicate valutazioni di partenza: per esempio come reagiranno i politici locali schierati a fianco dei cittadini. Perché difficilmente qualcuno accetterà di avere una discarica o una centrale nel giardino di casa.
«Sui temi ecologici esiste una mancanza di potere e di centralizzazione» commenta Reichlin. «I governi devono imporre scelte forti o decidere a chi delegarle. Il federalismo, già realizzato o in via di realizzazione come in Italia, deve ripensare agli equilibri nei poteri: altrimenti le decisioni si perdono in mille rivoli di competenze. E i cittadini pagano il conto dell’incapacità di decidere».

Futuro oscuro. E lotta, ma non violenza

Gli studenti inglesi come le mamme di Terzigno, i lavoratori francesi e portoghesi come gli ecologisti tedeschi. Sono la faccia di una stessa crisi: quella «del mondo che verrà. La crisi di un modello di sviluppo sociale ed economico che ha mostrato tutte le sue falle e che ora va ripensato», come ha sostenuto con Lettera43.it lo scrittore Christian Raimo, tra gli autori di punta della Minimum Fax e attento da sempre alle tematiche sociali.
«Finora, davanti all'aumento dell’uso di psicofarmaci o delle violenze domestiche, avevamo pensato che il disagio fosse qualcosa di individuale. Invece, ora la gente si riconosce nei giovani che salgono sulla torre di Pisa o prendono d’assalto i vagoni del treno carico di scorie radioattive. Ma attenzione alle semplificazioni. Alla parola conflitto non va accostata “violenza”, ma “lotta”. Solo così si può sperare in un cambiamento».

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