Congresso Usa
17 Dicembre Dic 2010 0923 17 dicembre 2010

Obama ricomincia dal fisco

Tasse più leggere in vista del 2012.

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di Gea Scancarello

Obama riparte col compromesso. Il suo futuro politico potrebbe essere racchiuso tutto in una cifra: 801 miliardi di dollari. Tanti sono quelli che i contribuenti americani risparmieranno con il taglio delle tasse approvato in via definitiva la notte del 16 dicembre dal Congresso Usa (leggi l'articolo sul compromesso di Obama).
Una misura fiscale introdotta dal vituperato George W. Bush e in scadenza alla fine dell’anno, osteggiata dai democratici sostenitori dell’"anche i ricchi piangono" ma diventata il grimaldello di un’insperata nuova alleanza tra il presidente e l’opposizione.

57 miliardi di dollari per la disoccupazione

Questo l’accordo: tutti i cittadini, incluso il 3% che guadagna più di 250 mila euro l’anno, continueranno a godere dei tagli fiscali entrati in vigore nel 2008, come prima misura contro la crisi che mordeva (e morde) l’America.
Entusiasti i repubblicani, meno i radicali del partito del presidente: alla Camera 122 hanno votato contro. Ma Obama ha sistemato anche loro, convincendo gli esponenti del Grand old Party a inserire nella norma un pacchetto da 57 miliardi di dollari per sostenere la disoccupazione. Un risultato ottenuto spogliandosi di qualsiasi abito ideologico. E prendendo in mano infinite volte il telefono per parlare con gli avversari (leggi la notizia dell'approvazione del tax cut).
Risultato complessivo: per tutto il 2011 i senza lavoro degli Stati più colpiti della crisi avranno 99 settimane di assistenza economica, mentre tutti i lavoratori dal reddito medio risparmieranno circa 3 mila dollari di tasse. Non solo: il provvedimento include incentivi per le imprese e una riduzione di due punti percentuali sui contributi per la Social Security, per circa 2 mila dollari guadagnati in busta paga in un anno. Insomma, un'accelerazione fondamentale per l'economia in debole ripresa.

Ode repubblicana al pragmatismo di Barack

«È vero che non siamo d’accordo su tutto in questa legge, ma è buona per la crescita, per il lavoro, per le famiglie del ceto medio e per le aziende che devono investire e aumentare la propria forza lavoro», ha salutato l’accordo il ministro del Tesoro Timothy F. Geithner. Un manifesto di ottimismo raro a Washington di questi tempi.
La verità è che il compromesso sul pacchetto fiscale è la prima vera vittoria del presidente azzoppato in molti mesi. Il Washington Post, normalmente avaro di complimenti, l’ha definita «la legge più importante del decennio». Obama ringrazia e ringalluzzisce: di colpo è riuscito a levarsi di dosso l’etichetta di socialista e quella di perdente, corollario della batosta elettorale del midterm.
Soprattutto, però, ha inaugurato una nuova era: quella della cooperazione con l’opposizione repubblicana, che finora si era dedicata senza sosta al tiro al presidente. «Il fatto che Obama si sia reso conto che la politica della crescita economica passa attraverso il livello di tassazione è un segnale positivo», ha commentato a caldo il deputato David Dreier, membro della maggioranza repubblicana alla Camera. «Credo che lo renda un presidente migliore».

In cerca di nuovi accordi in vista del 2012

Forti del nuovo charmedel pragmatismo, Barack e i suoi uomini sono già in cerca di nuovi accordi da stringere: le aree sono tante e tali che non c’è che l’imbarazzo della scelta. Dall’educazione ai trasporti fino alla riforma della Social security, la voce più consistente del maestoso deficit americano: 703 miliardi di dollari all’anno su un totale di 13,8 mila milioni.
Ma più ancora dei possibili accordi a medio e breve termine, il dato fondamentale è l’improvvisa svolta nel cammino alle presidenziali del 2012. I tagli fiscali, estesi ad altri due anni, scadranno subito dopo la prossima tornata elettorale: le tasse sono quindi destinate a diventare l’elemento chiave per la rielezione.
La riforma dell’intero sistema è sul piatto da tempo, ed è latitante dai tempi reaganiani: 30 anni precisi. Nel frattempo la crescita a doppia cifra del Paese è un ricordo, e le spese, in primis militari, sono lievitate: l’implicazione finale è che nel 2020 il deficit degli Usa sfiorerà la cifra astronomica di 20 mila milioni di dollari.
Intervenire sui costi e sulle entrate è la priorità, e la riforma complessiva delle aliquote fiscali è lo snodo cruciale. Obama ha dimostrato di avere l’approccio giusto, privo di ideologie e capace di includere le esigenze di tutti i cittadini, anche quelli poco vicini al suo partito. Un allargamento della base elettorale che a partire da oggi potrebbe spianargli la strada.

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