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L'intervista 27 Gennaio Gen 2011 0700 27 gennaio 2011

Più grandi più poveri

L'economista Daly: ecco perché rincorrere il Pil è sbagliato.

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Nel 2009, per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, il volume di beni e servizi prodotti complessivamente nel pianeta è diminuito, con una contrazione dell’1,4%. Un dato capace di sconvolgere centinaia di economisti, che non avevano mai messo in dubbio la capacità del Prodotto interno lordo (Pil) di espandersi ad libitum.
Da allora, nonostante la lieve ripresa – merito dell’Oriente che non ha smesso di galoppare all’8%, mentre gli altri erano inchiodati all’uno virgola – il mantra è diventato: «Tornare a crescere».
Lo sta ripetendo senza sosta il Fondo monetario internazionale (Fmi), impegnato a monitorare i conti dell’Europa in affanno con i debiti sovrani. Lo hanno ribadito le banche centrali, che hanno la pancia piena di quei debiti. Lo hanno suggerito i capi di Stato e di governo, inermi di fronte alla disoccupazione che, in America come nel vecchio continente, è vicina al 10% (in Italia all’8,5, ma quella giovanile sfiora quota 25%) .
L’ultimo monito risale al 25 gennaio. Nello stesso giorno in cui Londra ammetteva di aver perso lo 0,5% di ricchezza nell’ultimo trimestre del 2010, facendo crollare la sterlina (leggi l'articolo sui conti in rosso del Regno Unito) il presidente italiano Giorgio Napolitano scandiva con forza: «Bisogna forzare la crescita» (leggi l'articolo sul monito di Napolitano). La rincorsa del Pil è diventata, insomma, ossessione e utopia: tanto invocata quanto sfuggente.
Herman E. Daly, per molti anni responsabile del dipartimento Ambiente e sviluppo della Banca mondiale, e oggi professore all’università del Maryland, l’ha stigmatizzata: «La crescita viene considerata la panacea di ogni male». E a Lettera43.it ha spiegato perché invece «ci rende poveri. Oltre a non essere economica».

Domanda. Professor Daly, sta ironizzando?
Risposta. Affatto. Sono almeno 100 anni che gli economisti ci propongono la crescita come la soluzione per essere ricchi e stare tutti meglio. Voglio riconoscere ai miei colleghi che, in un certo momento, è stato anche vero: quando il mondo era vuoto. Quando non avevamo ancora prodotto nulla e le risorse si credevano illimitate. Ma oggi il mondo è saturo. E i costi indotti dallo sfruttamento degli ecosistemi sono maggiori dei benefici che se ne ricavano.
D. Come fa a dirlo?
R. Possiamo utilizzare un modello semplice: consideriamo l’economia come un sottoinsieme della Terra, come se fosse un organo in un corpo. Se diventa ipertrofico, troppo grande, rischia di soffocare il resto. È quello che sta succedendo oggi: forzando la crescita economica, distruggiamo il pianeta. Perdiamo risorse naturali e ambientali: invece di diventare ricchi, siamo sempre più poveri. Ed è tutta colpa della crescita.
D. Se è così evidente, perché tutti la invocano come soluzione?
R. Perché gli economisti hanno scelto il Prodotto interno lordo come indicatore del benessere. Ma è un dato che non misura i costi necessari per crescere: quelli si preferisce ignorarli.
D. E lei come li misura?
R. Esiste un margine oltre il quale la crescita diventa anti-economica. Non è un problema solo delle macroeconomie, anzi. Nelle aziende è una consapevolezza diffusa: ci si può ingrandire fino a un certo livello, superato il quale ogni ulteriore avanzamento comporta che i costi siano maggiori dei benefici. Esiste una scala ottimale, per così dire. La logica è la stessa per l’economia mondiale, ma la gente non ha ancora imparato ad ammetterlo.
D. Per quale ragione, se è così scontato?
R. Beh, è ovvio, perché è una verità scomoda. Perché finora abbiamo detto: «Combatteremo la povertà facendo crescere l’economia». Invece dovremmo accettare il fatto che la soluzione è ridistribuire più equamente ciò che abbiamo. È del tutto evidente che si tratta di una consapevolezza che comporta precise responsabilità che si preferisce ignorare. A ogni livello: i politici dovrebbero percorrere strade molto più complesse, gli economisti riconoscere che, a un certo punto, hanno sbagliato. È molto più facile fare finta di niente, no?
D. Ammettiamo che abbia ragione e sia necessario fermarsi. Come si risolvono i problemi reali? Partiamo dalla disoccupazione.
R. Intanto è necessaria una premessa. È fondamentale fermare la crescita quantitativa, ma non bisogna arrestare lo sviluppo, che è un parametro qualitativo del benessere. E che non richiede ulteriore uso di energia.
D. Torniamo alla disoccupazione.
R. Ci sono diverse aree di intervento: una è lo smantellamento di parte dei sistemi tecnologici che ci governano la vita. Ciascuno di noi è diventato il proprio agente di viaggio o bancario, fa tutto da solo con il computer. Ugualmente, alla catena di montaggio l’automazione ha sostituito gli operai. Re-umanizzare le professioni è un primo modo per creare occupazione.
D. Sì, ma qualcuno sosterrebbe che è antieconomico.
R. Certo, perché ci si rifà alla vecchia concezione dell'economia che deve crescere e abbassare i costi. Ma non c’è solo questo: sempre per abbassare i costi, produciamo all’estero e poi riportiamo i beni nei nostri Paesi. Ma così creiamo lavoro all’estero, non a casa nostra.
D. Questo invece è protezionismo.
R. In parte è vero, ma il punto è che il protezionismo ha sempre avuto una valenza negativa nell’economia moderna solo per il fatto che bisognava allargarsi, produrre ed esportare di più. Invece recuperare una dimensione più ristretta, a livello di comunità locale e poi nazionale, è il primo modo per riavvicinarci al lavoro.
D. Non si parla comunque di arrestare la produzione tout court.
R. Gli economisti ecologici come me pensano che sia necessario stabilire un limite massimo di risorse che possono essere utilizzate: si pone un tetto e si vede cosa si può ottenere. È un modo per limitare lo sfruttamento, l’inquinamento e, in modo indiretto, anche la crescita demografica, la cui espansione continua pone seri problemi.
D. Mentre tutto questo succede cosa ne è dei mercati finanziari?
R. I mercati sono una delle cause della crisi attuale: non solo per il loro crollo, ma per la fiducia che vi riponiamo. Li abbiamo resi lo strumento per poter credere che la ricchezza crescerà anche quando l’economia reale è bloccata. Io sono profondamente scettico nei confronti delle banche centrali, del Fmi e delle politiche monetarie che drogano l’economia: dovremmo tornare all’idea keynesiana della Clearing Union, e cioè di un regolatore unico che si basa sulla ricchezza reale, e non su quella creata artificialmente.
D. Lei crede veramente che la società sia pronta per un cambiamento di questo tipo? Produrre meno, redistribuire ai poveri, chiudere le Borse, abbandonare i cambi non sono utopie socialiste?
R. Al limite sono un sogno ecologico: la corsa alla crescita è stata una costante della destra come della sinistra, come hanno dimostrato gli anni della Guerra Fredda. Ma la gente si sta preparando all’idea. Gli economisti della Banca mondiale sono dispostissimi ad ammettere durante la pausa caffè che una crescita di questo tipo non è sostenibile; ma non sono disposti a farlo in pubblico. Temono di perdere il rispetto della gente. Non appena il loro modello scricchiolerà più forte, tutti lo abbandoneranno. Sperando che non sia troppo tardi.

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