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Affari di guerra 24 Febbraio Feb 2011 0730 24 febbraio 2011

Armi made in Italy

Roma ha commesse per 112 milioni di euro con Tripoli.

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La mattanza libica (leggi) ha fatto scendere in campo direttamente Amnesty International che, per bocca del segretario Salil Shetty, il 22 febbraio ha chiesto al premier italiano Silvio Berlusconi di bloccare la fornitura di armi al leader libico Muammar Gheddafi. Un appello mirato, visto che l'Italia, con un volume di oltre 44,7 milioni di euro di armi esportate nel 2009 (quasi il doppio secondo alcune Ong: leggi la notizia) e un valore di commesse complessivo di 112 milioni di euro, è la più impegnata, tra le nazioni Ue, nell'armamento libico.
ARSENALE MADE IN ITALY. Made in Italy è, infatti, buona parte dell'aviazione libica, fiore all'occhiello delle milizie del Colonnello, quelle che presumibilmente hanno giocato un ruolo attivo nei bombardamenti sui civili del 21 e del 22 febbraio.
Le aziende del gruppo Finmeccanica, Agusta Westland e Alenia, tra il 2005 e il 2009 hanno venduto alla Libia dieci elicotteri, due aeromobili e alcuni sistemi missilistici. Il legame Finmeccanica-Libia (leggi i business tra Roma e Tripoli) risaldato dalla partecipazione dei fondi nell'azionariato dell'italiana, non è riuscito però a mettere al sicuro i dipendenti della multinazionale tricolore che sono stati evacuati da Tripoli in fretta e furia.
UN MERCATO MILIONARIO. Nella mappa di compravendita di armi Ue, non si salva nessuno. Complessivamente, infatti, i Paesi dell'Unione tra il 2009 e il 2010 hanno esportato all'alleato nordafricano armamenti per quasi 687 milioni di euro.
La piccola Malta ha spedito 79,7 milioni di euro di armi leggere, il Belgio ha assicurato le forniture di sostanze chimiche utilizzate dai militari per sedare la sommosse e di 22 mila granate, mentre la Bulgaria ha spedito 4 milioni di euro di pistole calibro 20.
Ma anche le grandi potenze non si sono fatte trovare impreparate: la Germania si è occupata del rifornimento del corpo navale (43,2 milioni di euro), il Regno Unito dell'equipaggiamento elettronico (20,6 milioni di euro), la Francia si è presa, invece, ordini di veicoli corazzati per 17,5 milioni di euro.

La fine dell'embargo coincide con l'inizio degli affari

La corsa all'armamento libico, secondo Paul Holtom, l'esperto di armamenti di Sirpi, una Ong svedese, interpellato da EuObserver, è cominciata proprio dopo la fine dell'embargo Onu nel 2003.
Le Nazioni Unite, dopo aver ritenuto la Libia responsabile dell'attentato di Lockerbie in Scozia del 1988 dove morirno 270 civili, imposero l'embargo sulle armi, il blocco aereo e bancario (congelamento di fondi libici all'estero), e l'interruzione sulle forniture di beni e servizi civili legati all'industria petrolifera.
Il Colonnello, bisognoso di riconquistare il controllo militare e di vendere petrolio, non perse tempo. Già nel 1999 consegnò i due sospetti responsabili dell'attentato alle autorità internazionali, nel 2003 si accordò con Usa e Gran Bretagna per il pagamento di 2,7 miliardi di dollari alle famiglie delle vittime, fin quando, il 12 settembre dello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza revocò le sanzioni.
I COMPROMESSI DEGLI EUROPEI. Nel giro di qualche settimana alti diplomatici britannici, francesi e italiani si precipitarono a Tripoli per accaparrarsi un pezzo di torta del petrolio (leggi l'articolo sui principali importatori di oro nero libico), mentre gli industriali delle armi, quando hanno intuito che Gheddafi sul fronte militare non avrebbe badato a spese (il 3,9% del Prodotto interno lordo del Paese, 3,12 miliardi di dollari all'anno, è destinato a spese militari), si sono messi in allerta.
«In Europa non mancano le leggi», ha detto Ottfried Nassauer della Ong tedesca Bits che si occupa di monitorare il mercato delle armi. «La giurisprudenza sia a livello locale sia a livello sovranazionale è pervasa di etica antimilitare, ma, gli interessi economici in gioco sono troppo grandi».

La moral suasion italiana per fermare l'embargo

La Libia ha il coltello dalla parte del manico, ha detto Nassauer. «Fornisce il 12% del petrolio alla Germania e può manipolare il prezzo dell'energia». E Gheddafi, dalla sua posizione, può anche aver chiesto alla Germania il restyling della propria flotta.
Il Regno Unito ha tentato di far buon viso a cattivo gioco. Nel 2008 ha bloccato il carico partito dalla Guns di York di 130 mila kalashnikov destinati a Tripoli che sarebbero poi arrivati in Sudan per armare le violenze del Darfur.
REALPOLITIK INGLESE. Il 18 febbraio scorso, all'indomani dei disordini egiziani, con Bengasi asserragliata dagli scontri, il governo ha revocato 44 licenze ai suoi armieri che vendono nel Nord Africa, otto dei quali impegnati con la Libia. «Questo governo prende molto sul serio il controllo delle esportazioni», ha spiegato il sottosegretario di Stato per l'estero Alistair Burt. Eppure nel tour mediorientale di questi giorni, il premier David Cameron ha scelto di portare con sé Ian King, uno degli uomini chiave della ditta di armi Bae Systems, oltre ai delegati di Rolls Royce e Thales.
IL BOOMERANG DELLE ARMI. Mentre l'Italia, nella ex colonia nordafricana, è riuscita a guadagnarsi le commesse più ricche anche grazie alla moral suasion messa in atto agli inizi degli anni 2000. Furono i suoi delegati a convincere Bruxelles a cancellare le sanzioni alla Libia. L'Italia usò la scusa del controllo dei flussi migratori che trovò favori tra gli alleati europei: togliendo l'embargo, questo il senso della posizione italiana, avremo un amico che pattuglierà le coste sud del Mediterraneo. Un alleato a cui fornire le 'attrezzature necessarie'. Armi incluse. Tanta diplomazia, tanti ingaggi, tanti soldi, tanto petrolio, oggi si stanno rivelando un boomerang. E anche Finmeccanica, fornitore ufficiale di elicotteri militari del leader libico, è scappata da Tripoli (leggi).

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