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Scenario 13 Aprile Apr 2011 0600 13 aprile 2011

La Libia al verde

Il raìs non ha fondi, la gente ha fame e la guerra langue.

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Una postazione dei ribelli libici nei pressi di Misurata (foto Getty).

Non le bombe, che non bastano mai. E nemmeno la diplomazia, riunita il 13 aprile, in Qatar. A mettere un punto alla guerra libica potrebbero invece essere i soldi. Quelli che non ci sono: in Cirenaica come in Tripolitania.
Dopo tre settimane di raid aerei e quasi due mesi di guerra civile, la Libia è a corto di liquidità. Scarseggia il denaro per comprare da mangiare, pagare gli stipendi, riparare ospedali ed edifici distrutti. L’abbondanza di cash era stato il carburante con cui Muammar Gheddafi aveva mantenuto e incrementato il consenso nei 42 anni di Jamahiryia. Benedetto dalle ottave riserve di petrolio al mondo, il raìs aveva garantito il benessere a città e tribù, conquistandone la fedeltà.
Ma nel Paese dilaniato dal conflitto i pozzi sono abbandonati, le proprietà straniere bloccate e i commerci vietati. E gli eserciti, a qualsiasi parte appartengano, hanno bisogno di essere ripagati.

Due milioni di lavoratori in meno: produzione bloccata

Quasi 1 milione e mezzo di immigrati, soprattutto nord africani e asiatici, sono scappati a gambe levate quando è stato chiaro che l’insurrezione di Bengasi non si sarebbe fermata.
Hanno abbandonato i terminal petroliferi, lasciato a metà i muri dei complessi turistici in costruzione, chiuso le botteghe. Si sono incamminati verso il confine tunisino o egiziano, in cerca della salvezza. E mentre alle frontiere iniziava un’emergenza umanitaria non ancora finita, la produzione libica crollava completamente.
IL BLOCCO DEI FONDI. Il Colonnello, però, non si è realmente preoccupato finché le sanzioni dell’Onu non hanno interdetto formalmente i suoi scambi con il resto del mondo. Il Palazzo di Vetro ha congelato tutti i suoi asset all’estero, inclusi quelli riconducibili ai fondi di investimento statale Lybian investment authority (Lia) e Lybian arab foreign investment company (Lafico). Ha bloccato la vendita di armi e inibito le nazioni occidentali dal fare affari con il raìs.
LE SANZIONI DELL'ONU. Con la consueta spavalderia, Gheddafi ha ignorato tutto. D’altra parte, la stretta economica dell’Onu è quasi una consuetudine: nel 1992 e 1993, in seguito all’attentato di Lockerbie, a New York misero il cappio intorno ai commerci del Colonnello e lo tolsero solo nel 2004. Lui, però, nel frattempo aveva imparato ad aggirare l’ostacolo.
Questa volta è più difficile: i riflettori non sono destinati a spegnersi e non potrà riprendere i propri traffici. Soprattutto, però, è un problema il blocco nell’estrazione del greggio, vera ricchezza del signore di Tripoli. Senza petrolio, il raìs non ha armi di scambio.

Crollo delle importazioni, blocco della benzina e dei prelievi

I ribelli danno alle fiamme un poster di Gheddafi a Ben Jawad (Getty).

Le difficoltà non sono poche. E si aggiungono a quelle delle bombe che piovono dal cielo. «Non ci aspettavamo che succedesse, è una situazione poco piacevole», ha ammesso con sincerità inconsueta, e quasi grottesca, Abdulhalfid Zlitni, ministro delle Finanze di Gheddafi. «Ma ci siederemo a tavolino e troveremo una soluzione. Il problema dei Paesi troppo viziati dal petrolio è che la gente non ha più voglia di lavorare».
LA RIORGANIZZAZIONE. La prima mossa è stata rimpiazzare i panettieri egiziani con le donne, un tempo relegate al lavoro domestico: oggi infornano pagnotte per sostenere il regime. E alla gente della Tripolitania Gheddafi ha promesso di raddoppiare gli stipendi: un salasso per le casse statali, ma fondamentale per rimettere in moto la macchina della produzione. «A questi ritmi possiamo permetterci di sostenere le spese per altri due mesi», ha precisato Zlitni, evidentemente fiducioso che prima di allora tutto sarà finito.
Intanto però nel Paese cresce il panico. I libici importano la metà di quello che mangiano e da due mesi non arriva niente. Sui mercati ufficiali olio, zucchero, farina vengono razionati. Tutto, invece, abbonda sulla borsa nera, ma con prezzi che pochi si possono permettere.
IL PIENO ASSICURATO. La popolazione si è lanciata sull’unico bene rifugio di Tripoli: la benzina. Ma il raìs ha messo un limite: dai primi di aprile si può fare il pieno solo una volta alla settimana, presentando apposite tessere.
Per drenare moneta, poi, Gheddafi ha imposto un massimo di prelievo mensile alla sua gente: 1.000 dinari, pari a 400 dollari circa. E parallelamente, nel disperato tentativo di attirare capitali stranieri, il raìs si appresta a raddoppiare gli interessi sui titoli di Stato libici: dal 3 al 6%.

Bengasi chiama l'Occidente

La stallo economico frena il regime e la Tripolitania, dove vive il 75% della popolazione. Ma le cose non sono molto diverse nella Cirenaica che i ribelli perdono e conquistano pezzetto per pezzetto ogni giorno.
L'esercito di Bengasi è allo stremo e ha supplicato la Nato di aumentare i bombardamenti sul Colonnello. I rappresentanti del Consiglio di transizione nazionale, dopo aver rifiutato il cessate il fuoco dell'Unione Africana, vicina a Gheddafi, incontrano la diplomazia a Doha, in Qatar. La speranza di trovare un accordo è scarsa: la proposta forte sul tavolo, quella turca, è già stata scartata nei colloqui informali.
IL TENTATIVO DI VENDITA. Sul fronte bellico gli scontri si concentrano intorno terminal petroliferi sulla costa, tra Ras Lanuf e Brega. Gli insorti hanno provaro a fare cassa vendendo parte delle riserve ancora bloccate nei porti, ma non è chiaro se l’operazione sia riuscita.
A Bengasi sono stremati e privi di cibo, medicine e denaro: da quando il raìs ha chiuso i rubinetti, nessuno paga loro lo stipendio. Si danno una mano come possono e invocano l’aiuto dell’Occidente. Ma la Nato potrebbe non risolvere i loro problemi.

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