L'inchiesta 19 Aprile Apr 2011 2119 19 aprile 2011

L'Independent sbugiarda Blair

Il governo britannico scelse la guerra in Iraq solo per interessi economici.

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«È assurdo parlare di una guerra fatta per il petrolio». L'ex premier britannico, Tony Blair, lo ha ripetuto più volte, anche di fronte alla commissione indipendente sul conflitto in Iraq, istituita nel Regno Unito per fare luce su un evento che ha segnato la storia recente.
Non c'erano, quindi, ragioni occulte o interessi economici nell'invasione militare decisa dall'allora primo ministro e dal presidente americano George W. Bush. Ma la volontà di rendere il mondo più sicuro, liberando l'Iraq dal pericolo di Saddam Hussein e delle sue armi di distruzioni di massa.
L'INCHIESTA CONTRO BLAIR. E invece, non solo non è mai stata trovata una sola bomba chimica o batteriologica nell'arsenale del dittatore, ma il 19 aprile è arrivata la riprova che quella sanguinosa e lunga guerra è stata combattuta soprattutto per ragioni commerciali.
A dirlo sono alcuni documenti govenativi pubblicati dall'Independent che «inchiodano» Blair e i suoi ministri, che nei mesi precedenti l'invasione avrebbero incontrato più volte i manager delle maggiori compagnie petroilfere del Regno Unito per discutere il loro coinvolgimento nella spartizione delle riserve di greggio dell'Iraq. Colossi del calibro di Bp e Shell temevano di arrivare in ritardo rispetto alle concorrenti americane. In un documento, la BP diceva al governo Blair di essere pronta ad assumersi «forti rischi» per entrare in possesso delle ricchezze petrolifere: «L'Iraq è di gran lunga più importante di qualunque altra cosa ci sia capitata da lungo tempo».
I MEETING COI PETROLIERI. Gli incontri finiti sotto la lente del quotidiano di Londra sono almeno cinque e si sono svolti alla fine del 2002, a pochi mesi dall'invasione del marzo 2003. C'è anche quello che potrebbe essere definito come la 'pistola fumante' della teoria del complotto petrolifero.
Si tratta di un incontro tra la baronessa Symons, allora ministro del commercio e attualmente membro della Camera dei Lord, e i vertici dell'onnipresente gruppo BP. Ebbene, Symons disse chiaro e tondo che la «ricompensa» per la partecipazione dei britannici a fianco degli americani sarebbe stata una cospicua fetta delle riserve irachene e che naturalmente, la Bp sarebbe stata la prima a beneficiarne.
Dietro il ministro, c'era naturalmente Blair, che negli anni in cui è stato a Downing Street ha fatto di tutto per sostenere gli interessi delle compagnie nazionali.
GLI ACCORDI COL RAÌS. Fra le accuse che gli vengono rivolte anche quella di aver siglato un accordo con Muammar Gheddafi nel 2007, sotto la sua tenda beduina. La Bp avrebbe ottenuto nuove concessioni in Libia, mentre l'allora premier si sarebbe impegnato a far pressioni sul governo scozzese per liberare Abdel Baset Al Megrahi, l''ex agente di Tripoli responsabie della strage di Lockerbie.
Quello che è sicuro è che la Bp ha giocato un ruolo fodamentale nell'Iraq del dopo Saddam. Il suo accordo con la China National Petroleum Company (CNPC), colosso petrolifero di Pechino, prevede lo sfruttamento del pozzo di Rumaila, uno dei più importanti del Medio Oriente, che fa guadagnare alla joint-venture circa 650 milioni di dollari l'anno. La produzione irachena è arrivata ai livelli più alti degli ultimi dieci anni: la scorsa settimana ha raggiunto i 2,7 milioni di barili di greggio al giorno. L'aumento è stato necessario per sopperire alla perdita – temporanea – del petrolio libico. Secondo Greg Muttitt, autore del libro Fuel on Fire, «questi documenti provano una volta per tutte che si è trattato di una guerra fatta per il petrolio».

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