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EDITORIALE 1 Novembre Nov 2011 1128 01 novembre 2011

Napolitano non indugi: sciolga le Camere

Per uscire dall'impasse il Quirinale si appelli alla Costituzione e intervenga subito.

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Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Se non ora quando. Siamo all'anticamera della Grecia, al record storico del differenziale tra i titoli di Stato, i cui rendimenti stellari solo una maggioranza sciagurata può dire sostenibili. Come no, sostenibilissimi, specie pensando ai 270 miliardi di debito in scadenza l'anno prossimo.
Abbiamo dati macro che delineano la tempesta perfetta che può affondarci senza nemmeno darci il tempo di lanciare il salvagente. Per contro, un governo fermo negli atti ma non nelle parole in libertà che spara a raffica per autopreservarsi.
L'ARTICOLO 88. Dalle gabbie previdenziali al terrorismo incombente si estende tutto un campionario di improvvida stoltezza e desolante improvvisazione. Nonchè di grottesca surrealtà: abbiamo un ministro del Tesoro che mentre la casa brucia non trova di meglio che partecipare alla Festa della zucca. E uno dello Sviluppo che inneggia alla orgogliosa quanto improbabile autarchia di un Paese che, alla faccia dell'Europa e dei mercati, può bastare a se stesso.
A questo punto, ovvero a un passo dalla soglia del non ritorno, che cosa aspetti il presidente Giorgio Napolitano a intervenire dio solo lo sa.
E per intervenire non intendiamo il reiterato quotidiano uso di metafore per dire senza dire (come l'ultima, che parla eufemisticamente di «un'Italia esposta ai rischi di inadeguatezza»), ma la decisione di avvalersi dell'articolo 88 della Costituzione che gli attribuisce la facoltà di sciogliere il parlamento o uno solo dei suoi rami. Il presidente dovrebbe sapere che troppe allusioni alla fine diventano delusioni.
PERICOLO PER LO STATO. Allora compia il passo. Non aspetti un minuto di più, e nessuno potrà eccepire se non quelli che ci stanno portando nel baratro e il cui interesse, quasi per loro stessa ammissione, e di preservare se stessi dall'inevitabile meritata sparizione.
Quando si configura una situazione di pericolo per lo Stato, e l'attuale contesto ne mostra tutti i segni, la Costituzione indica quell'atto non come discrezionale, ma come un suo preciso dovere.
Oramai la crisi di credibilità di chi ci governa ha imboccato la strada del non ritorno. L'Europa ci vede come l'anello debole e non crede più nemmeno alle promesse di una lettera che lei stessa ha dettato nell'illusione di arginare la deriva di un'economia troppo grande da salvare, e il cui default segnerebbe la fine della moneta unica. Un lettera per altro rimasta finora sulla carta, visto che non è ancora stato convocato un Consiglio dei ministri per calendarizzarne i contenuti.
LE BUFALE DEL GOVERNO. Ora, si può fingere di credere a tutto, ma davvero pensa il Quirinale che un governo che in tre anni non ha fatto nulla, se non rassicurato che la situazione dei conti pubblici era non solo sotto controllo, ma strutturalmente migliore di quella di altri Paesi dell'Eurozona, possa in sei mesi mettere in pista riforme epocali?
Si sta parlando molto in queste ore di governo tecnico, o del presidente, per enfatizzare il ruolo determinante che Napolitano può ricoprire nella gestione della crisi.
Il problema è che la maggioranza ha sin qui sempre dimostrato di avere i numeri per resistere, potendo contare a oltranza su una pattuglia di ascari pronta a sostenerla. Dunque è assai improbabile che in questo quadro si possano creare delle maggioranze alternative che dovrebbero nascere da un volontario passo indietro del premier.
UN'AGONIA DELETERIA. Non resta perciò che lo scioglimento delle Camere come unica via per uscire dall'impasse. Meglio il voto di questa interminabile agonia che rischia di protrasi per un altro anno e mezzo. Napolitano non dovrebbe indugiare oltre. Un indugio che qualcuno un giorno gli potrebbe rinfacciare.

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