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L'ANALISI 5 Dicembre Dic 2011 1402 05 dicembre 2011

Prof, crescita di misura

Per gli esperti i provvedimenti sono insufficienti e timidi.

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Un artigiano al lavoro.

La manovra Monti non piace agli economisti, almeno sul fronte delle misure per la crescita. E la bocciatura è appena attenuata, nell'opinione degli esperti, da ragioni di urgenza temporale e di emergenza economica legate all'andamento dei mercati internazionali.
«Detto sinceramente, sono misure che non mi convincono granché», confessa a Lettera43.it Umberto Triulzi, ordinario di Politica economica alla Sapienza di Roma, «anche se capisco che il tempo era poco e non era facile soddisfare tutte le richieste».
«SERVIVA PIÙ CORAGGIO». In ogni caso, «ci voleva più coraggio, soprattutto sul fronte fiscale», aggiunge. «Partiamo da una domanda. Siamo sicuri che tutte le risorse date alle imprese generino i risultati sperati? Abbiamo visto come sono stati sprecati i fondi strutturali che arrivano dall'Europa. Quello che serve, in realtà, è cambiare radicalmente i meccanismi di erogazione degli aiuti, migliorare il collegamento tra imprese, ricerca, università e pubblica amministrazione».
Soprattutto, chiosa Triulzi, «è necessario un ribaltamento di mentalità che renda la burocrazia statale più efficiente e in grado di definire obiettivi poi trasferibili sul territorio, altrimenti continueranno a prevalere le imprese più furbe e non le migliori».

«Bisognava puntare sul contrasto di interessi»

Insomma, senza una rivoluzione copernicana appaiono come pannicelli caldi alcune misure previste dalla manovra: per esempio i 5,5 miliardi di deducibilità Irap sul fattore lavoro attesi nel triennio 2012-2014 o il ritorno della dual income tax che si chiamerà Ace (Aiuto alla crescita) e che dovrebbe defiscalizzare i capitali freschi in azienda per un paio di miliardi complessivi.
BENE IL RITORNO DELL'ICE. Triulzi benedice invece il ritorno dell'Ice: «È stata una sciocchezza eliminarlo», anche se «il vero problema è che negli ultimi anni sono stati depenalizzati i reati contabili e oggi il 90% delle imprese presenta bilanci negativi. Dal punto di vista fiscale, sarebbe necessario aiutare le aziende che dichiarano gli utili».
Poi l'economista della Sapienza tira fuori il caso dell'Iva che, stando al decreto, dovrebbe salire ancora nella seconda metà del 2012: «Ha poca importanza tenerla al 21 o al 23%, perché tanto non si fa altro che spingere all'evasione. Bisognava invece aumentare la deducibilità, creare il famoso contrasto di interessi».
FONDO DI GARANZIA PER LE PMI. Il premier Monti e il ministro allo Sviluppo e alle Infrastrutture Corrado Passera hanno anche pensato a un Fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese (Pmi), che dovrebbe raggiungere i 20 miliardi e sbloccare così un canale importante di finanziamento per gli imprenditori.
In più è previsto un credito di imposta al 12% per la ricerca, agevolazione che vale su investimenti fino a 1 milione di euro. E persino la garanzia dello Stato sulle passività bancarie dovrebbe favorire il funding degli istituti e dunque, in ultima istanza, agevolare gli impieghi in favore dell'economia reale, vista anche la natura «bancocentrica» del nostro tessuto economico e imprenditoriale.

Si spinge sullo sviluppo per tenere alto il morale

Tuttavia per Stefano Mengoli, che insegna Finanza aziendale all'Università di Bologna, «il governo era con l'acqua alla gola». «Si parla di sviluppo per tenere anche alto il morale delle truppe, ma è chiaro che non c'è molto in tal senso nella manovra. Ed era quasi inevitabile, visto pure il poco tempo per lavorarci».
IRAP, INCENTIVO AD ASSUMERE. Secondo Mengoli «lo sconto Irap potrebbe essere un incentivo per le imprese ad assumere, soprattutto per quelle a basso valore aggiunto e alto costo del lavoro. Però il beneficio è più teorico che pratico».
Stesso discorso vale per l'Ace, che secondo l'economista è una buona misura, ma dipende da come vengono indirizzati gli investimenti. «Ci sono imprese, soprattutto quelle che non lavorano con l'estero, che devono ripensare totalmente la propria attività. E non investono perché non hanno affatto necessità di farlo, altro che incentivi».
MISSIONE ECONOMICA DA RIDEFINIRE. Dunque, per Mengoli, la vera sfida è quella di «ridefinire la missione economica generale dell'Italia, che nell'ultimo ventennio ha perso importanti punte di diamante industriali e molto potere concorrenziale».
Il governo Monti, dal canto suo, ha promesso che tornerà sul tema sviluppo e Passera ha annunciato nuovi provvedimenti per il risparmio energetico, oltre alla conferma dell'agevolazione Irpef sulle ristrutturazioni immobiliari verdi che, tuttavia, potrebbe essere ridimensionata rispetto al 55% attuale.
FONDI PER INFRASTRUTTURE. Inoltre, l'esecutivo cerca alcune decine di miliardi da destinare alle infrastrutture rafforzando il ruolo dei privati e del project financing, ma anche snellendo procedure decisionali che bloccano persino le opere per le quali non mancano i fondi.
E poi c'è il capitolo, tanto caro a Monti, delle liberalizzazioni. Questa volta si interviene sulla distribuzione dei farmaci di fascia C e si allentano i vincoli territoriali per la nascita delle farmacie. Ma non mancano lo snellimento delle authority e la creazione di un organismo regolatore dei trasporti: misure che preludono a nuovi interventi su settori che soffrono di chiusure corporative o del peso di operatori un po' troppo incumbent.
Il tutto nella speranza ultima che, nel frattempo, si calmino i mercati, si abbassi lo spread e la diminuzione del costo sul servizio del debito liberi nuove risorse da investire nella crescita.
IL NODO DEL PAGAMENTO IN TITOLI. Triulzi e Mengoli danno infine giudizi opposti su un provvedimento ventilato da Passera nei giorni scorsi e poi sparito dalla manovra (ma forse soltanto rinviato): ossia la trasformazione in titoli di Stato dei crediti vantati dalle Pmi nei confronti della Pubblica amministrazione.
Per Triulzi «di fronte all'incertezza su pagamenti che non arrivano, sarebbe un corrispettivo che quantomeno garantirebbe un buon interesse». Mentre Mengoli punta l'attenzione sulla loro natura. Sarebbero obbligazioni esercitabili, rivendibili subito sul secondario? «In ogni caso il credito può sempre essere trasformato in cassa con uno swap, un derivato sul mercato aperto. Se tutte le imprese vendessero i titoli, questi crollerebbero e non sarebbe un bel segnale per il nostro debito pubblico».

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