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LE PROPOSTE 17 Gennaio Gen 2012 1726 17 gennaio 2012

Tre idee abbatti-debito

Dalle privatizzazioni all'aiuto Bce: come dar fiato all'Italia.

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Lo sforzo del governo Monti per risanare i conti pubblici italiani è apprezzabile, ma i progressi di Roma non basteranno a salvare l'Eurozona. Dopo aver declassato il rating di Francia e Italia, e quello dello stesso Fondo salva-Stati, l'agenzia S&P, attraverso il suo responsabile per l'Europa, Moritz Kraemer, ha lanciato un nuovo allarme: «C'è rischio di un ulteriore peggioramento di bilancio nonostante i piani varati dai governi», ha dichiarato il manager sottolineando come i progressi italiani, seppur considerevoli, non siano comunque sufficienti a mettere la nazione, e tutta la zona euro, al riparo da nuovi choc.
Il problema per Roma è soprattutto l'enorme debito pubblico, come ha ricordato in più di una occasione anche il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e come vanno ripetendo da tempo economisti e osservatori internazionali. Sull'Italia pesa un macigno di circa 1.900 miliardi di euro, più di 30 mila euro per ogni cittadino. Un fardello a cui vanno aggiunti gli interessi altissimi a cui lo Stato è costretto visto lo spread costantemente in volata. Da più parti, e più o meno ufficialmente, sono arrivate ipotesi e proposte per combattere e abbattere questa zavorra che ipoteca il futuro del Paese e soffoca ogni piano strutturale di crescita.

Monorchio: «Il debito? Garantiscano gli italiani»

Andrea Monorchio, ex ragioniere generale dello Stato.

Una proposta alternativa è stata presentata dall'ex ragioniere generale dello Stato, Andrea Monorchio, e dall'ex vicesegretario generale di palazzo Chigi, Guido Salerno Aletta. I due hanno messo a punto un manifesto, promosso dall'associazione L'Italia C'è, per indicare la loro strategia di riduzione del debito pubblico. L'obiettivo è ambizioso: riportarlo entro il tetto del 60% del Pil in 20 anni, tagliandolo di circa 900 miliardi di euro.
IPOTECA SUI TITOLI. Come? Introducendo un'ipoteca sul 10% del valore delle abitazioni private - non soggette già a ipoteca - a garanzia di nuovi titoli di Stato. L'idea è quella di ridurre il costo del debito pubblico applicando i tassi Bce (al momento all'1,5%) su nuovi titoli pubblici garantiti da asset privati. Al tasso di Francoforte va poi aggiunto un 1% per ripagare il proprietario che ha dato in garanzia il bene.
In questo modo lo Stato risparmierebbe comunque rispetto ai tassi di mercato. E il cittadino godrebbe di un bonus fiscale.
La proposta, attuabile solo a pareggio di bilancio raggiunto, sgancia di fatto il prestito dall'andamento del mercato. Considerando che il patrimonio immobiliare, escludendo quello già ipotecato, è pari a 4.500 miliardi, lo Stato con la proposta Monorchio potrebbe contrarre 450 miliardi di debito pubblico a un tasso 'agevolato'. E potrebbe così trovare risorse per investire in sviluppo e crescita.

Stagnaro: «Massiccio programma di privatizzazioni»

Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento Studi e Ricerche dell'Istituto Bruno Leoni.

Scettico sulla proposta Monorchio è, invece, Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento Studi e Ricerche dell'Istituto Bruno Leoni, secondo il quale «tassare ulteriormente gli italiani per ridurre il debito» non è la strada giusta per uscire dalla crisi.
«Rispetto al debito abbiamo due ordini di problemi: il primo è ridurre lo stock nell'immediato», spiega a Lettera43.it, l'altro è «creare le condizioni strutturali perché questo non si rigeneri».
VENDERE PATRIMONIO E PARTECIPATE. Per farlo, non ci sono alternative: «Serve un massiccio piano di privatizzazioni, da far impallidire quello che ha caratterizzato gli Anni 90», dice Stagnaro. «Bisogna cominciare a vendere il patrimonio immobiliare dello Stato, passare a tutte le società partecipate - Eni, Finmeccanica - per arrivare infine alle municipalizzate».
Questo potrebbe ridurre di 100, 200 miliardi il debito e riportare il rapporto debito/Pil al di sotto del 120%. «Poi è necessario creare le condizioni per stabilizzare il bilancio pubblico e far sì di non accumulare nuovo debito, procedendo a una strutturale riduzione della spesa pubblica, perché quella attuale richiede una elevata pressione fiscale».
«L'ACQUIRENTE NON È UN PROBLEMA». Con un Paese in crisi di liquidità, però, chi potrebbe permettersi di acquistare questi beni? «È un problema che mi porrei in maniera marginale», ammette Stagnaro. «Agli occhi dei mercati avrebbe un effetto tranquillizzante e in ogni caso chi compra non ci deve interessare, soprattutto in una congiuntura difficile come questa».
Anche sulla privatizzazione delle aziende controllate dallo Stato, tuttavia, i dubbi di economisti e osservatori non sono pochi. Le società pubbliche come l'Eni, per esempio, distribuiscono allo Stato ogni anno ingenti dividendi: nel caso dell'Eni, si parla di più di 11 miliardi nel corso degli ultimi 10 anni. A fronte di un introito una tantum ricavato dalla vendita di questi asset, dunque, lo Stato perderebbe le entrate fisse che gli derivano dagli utili prodotti dalle sue società.
IL MURO DEI MONOPOLI. «L'obiezione non regge, per due motivi, uno a breve e l'altro a lungo termine», spiega Stagnaro. «Eni e Finmeccanica oggi danno rendimenti intorno al 5% del capitale investito. Il debito pubblico allo Stato costa di più perché gli interessi sul debito sono più alti e tali resteranno fino a quando non abbattiamo lo stock». In definitiva, spiega il professore, quello che lo Stato perderebbe vendendo le sue controllate sarebbe comunque recuperato dal pagamento di interessi più bassi rispetto a quelli attuali.
RICETTA PER LA CRESCITA. «Va poi detto che privatizzare significa anche liberalizzare. Le liberalizzazioni stimolano la crescita, e crescita significa aumento del Pil e, quindi, delle entrate fiscali».
Lo Stato dunque, anziché estrarre dividendi dalle proprie controllate, «dovrebbe privatizzare, liberalizzare e così far ripartire la crescita. Invece, per recuperare i dividendi, lo Stato tutela i monopoli che bloccano la crescita. Il caso Poste, il caso Trenitalia sono esemplificativi: è una tara sulla creazione di ricchezza».
Su questo terreno, però, il governo Monti «avrebbe potuto fare di più», dice Stagnaro. «Non è pervenuto sul fronte delle privatizzazioni massicce e anche della riduzione della spesa pubblica. Quest'ultima può essere fatta solo con una spending review, che attendiamo fiduciosi».

Ferraguto: «Solo la Bce ci può salvare»

Giuseppe Ferraguto, docente di economia internazionale all'università Bocconi.

Di diverso avviso è Giuseppe Ferraguto, docente di Economia internazionale alla Bocconi, per il quale solo un intervento serio e radicale della Banca centrale europea può tirare l'Italia fuori dalla spirale debito-sfiducia dei mercati.
«Solo la Bce può risolvere il problema. È indispensabile che gli interessi sul nostro debito scendano, altrimenti ogni sforzo di recuperare risorse andrà perduto».
LA MOSSA DELL'EUROTOWER. Basterebbe che Francoforte, spiega Ferraguto, dicesse che opererà per fare «in modo che i rendimenti dei titoli dei Paesi con fondamentali solidi, come l'Italia, ma con problemi di liquidità, non supereranno il 5%. Ciò impedirebbe il crollo dei prezzi dei titoli e farebbe abbassare immediatamente i tassi di interesse».
«SERVE UN MODELLO FED». In altre parole, secondo Ferraguto, la Bce dovrebbe poi impegnarsi a comprare i titoli dei Paesi in difficoltà nel caso il loro prezzo scendesse eccessivamente, e fare da prestatore di ultima istanza, come la Fed.
Al momento lo statuto della Bce impedisce l'acquisto di titoli di Stato all'emissione, ma consente di farlo sul mercato secondario. Se solo Francofrote annunciasse una inversione di rotta nella sua politica monetaria, i mercati, avendo la garanzia che i prezzi dei titoli non scenderanno mai al di sotto di una certa soglia, sarebbero incoraggiati a non venderli ma ad acquistarli, e questo farebbe scendere lo spread.
In caso contrario, ammette Ferraguto, qualsiasi sforzo per far ripartire la crescita rischierebbe di essere vano perché annullato dagli enormi interessi sul debito che l'Italia deve pagare.
La Bce però non sembra intenzionata a cambiare politica: «Per la contrarietà della Germania, resta fedele all'ortodossia secondo la quale un tipo di politica di questo genere farebbe alzare l'inflazione. Ma l'inflazione è il nostro ultimo problema in questo momento».

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