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GERMANIA 22 Marzo Mar 2012 1219 22 marzo 2012

Mario Draghi difende la Bce

In un'intervista al quotidiano Bild il presidente replica alle critiche tedesche.

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da Berlino

Mario Draghi, presidente della Bce.

Dopo settimane di critiche e incomprensioni espresse dalla Bundesbank e da buona parte della stampa tedesca, Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, è uscito allo scoperto e ha difeso con tenacia le misure introdotte dalla Bce per affrontare la crisi finanziaria dell'Eurozona.
E lo ha fatto scegliendo il quotidiano che più di tutti ha dato voce ai malumori tedeschi, la Bild, il tabloid popolare più letto d'Europa, noto per i suoi titoli di taglio populistico che passano ogni mattina di mano in mano fra 5 milioni di lettori tedeschi.
«Eppure mi era piaciuto molto il fotomontaggio con cui il vostro giornale aveva salutato la mia nomina a Francoforte quando mi aveva raffigurato con un elmetto prussiano sul capo», ha esordito Draghi nell'intervista esclusiva alla Bild, qualche volta lodato ma più spesso criticato per aver aperto i canali della liquidità riaccendendo l'eterno terrore tedesco per l'inflazione; «era il simbolo giusto per raffigurare l'importante compito della Bce: salvaguardare la stabilità e tutelare i risparmi europei».
DRAGHI ELOGIA IL MODELLO DI STATO TEDESCO. L'avvio dell'intervista è stato costruito in modo da rassicurare l'opinione pubblica tedesca che nel grattacielo di Francoforte nulla è cambiato rispetto a una consolidata tradizione. Per i tedeschi, il capo della banca centrale deve combattere contro l'inflazione e per un euro forte e deve mantenersi indipendente dalla politica: dunque, quanto tedesco si sente Mario Draghi?
«Queste sono davvero virtù tedesche», ha risposto il governatore, «e ogni banchiere centrale dell'Eurozona è tenuto a possederle. L'Europa deve prendere esempio dal modello tedesco. Il vecchio modello di Stato sociale europeo è morto, perché troppo spesso si è caricato di debiti. I tedeschi lo hanno reinventato, senza creare debiti eccessivi».
L'INFLAZIONE IN GERMANIA È SOTTO CONTROLLO. Ma dopo le rassicurazioni, Draghi ha difeso con determinazione le politiche adottate negli ultimi mesi: «La paura dell'inflazione da parte della Germania è comprensibile per note ragioni storiche, ma se oggi guardiamo ai prezzi del petrolio e ai recenti aumenti delle tasse varati da diversi governi europei, notiamo che l'inflazione è rimasta stabile da mesi all'1,5%». Il monitoraggio è attento e costante: «Dovessero esserci segnali di un peggioramento dell'inflazione, saremmo pronti a intervenire immediatamente. Ma guardate ai fatti, che parlano da soli. La media annuale del tasso d'inflazione dal momento in cui la Bce è stata istituita è migliore rispetto a qualsiasi altro periodo precedente all'introduzione dell'euro».

«Con Weidemann non c'è stato scontro»

Jens Weidemann, governatore della Banca centrale europea.

L'intervista ha toccato subito il punto dolente che aveva scatenato le critiche del capo della Bundesbank, Jens Weidemann: il denaro prestato alle banche. «Il denaro che le banche hanno ricevuto dalla Bce non è finito nel circuito economico», ha risposto Draghi, «ma in gran parte è stato utilizzato per ammortizzare vecchie obbligazioni. Questa azione non ha dunque alimentato l'inflazione e noi continuiamo a seguire con grande attenzione l'evolversi della situazione, pronti a intervenire con misure adeguate qualora ce ne fosse la necessità».
Le presunte divisioni fra Nord e Sud all'interno della Bce sono pure speculazioni, ha proseguito Draghi, assicurando che «con Weidemann il rapporto è molto buono, sia sul piano professionale che umano».
La divergenza d'opinioni fra i due è stata gonfiata mediaticamente: «Lui è un tipico banchiere centrale, come d'altronde siamo tutti noi. Ci preoccupiamo di cose che in genere non preoccupano nessuno. E naturalmente esistono rischi e controindicazioni quando si prescrivono forti medicinali, come è stato il prestito di 530 miliardi di euro da parte della Bce alle banche private. Weidemann ha giustamente richiamato l'attenzione su questo passaggio, un'opinione che anche io ho condiviso. Ma non c'è alcun fossato fra Paesi del Nord e del Sud, tutti i membri del consiglio della Bce hanno fatto proprio il senso tedesco per la cultura della stabilità».
IN AIUTO DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE. Chiusa con molta diplomazia la 'questione tedesca', Draghi ha insistito sugli effetti positivi del prestito: «Il denaro della Bce è arrivato nei posti giusti. Solo in Germania, 460 banche hanno deciso di accedere al prestito, molte più del normale. Non si è trattato solo di quegli istituti in forte sofferenza, ma anche di tante banche medie e piccole. Questo ha aiutato in particolare le piccole e medie imprese che garantiscono il 70% dei posti di lavoro in Europa». Senza quel denaro, molte imprese si sarebbero trovate a corto di liquidità e avrebbero dovuto chiudere i battenti, accentuando la crisi economica e aumentando i disagi sociali.
L'EUROZONA VINCE SUGLI STATI UNITI. «Sono ottimista», ha concluso il governatore della Bce, «l'euro resta una moneta stabile. Il peggio è passato, anche se restano ancora dei rischi. La situazione si è stabilizzata. Gli indicatori principali dell'Eurozona, come inflazione, produttività e soprattutto bilanci statali sono migliori di quelli negli Stati Uniti. La fiducia degli investitori sta tornando e da settimane la Bce non è stata più costretta a comprare obbligazioni statali sui mercati. La palla ora passa ai governi, tocca a loro consolidare in maniera durevole l'Eurozona e renderla resistente alle crisi».

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