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ECONOMIA 10 Aprile Apr 2012 0945 10 aprile 2012

Berlino, la crisi fa impresa

Nella capitale della Germania è boom delle piccole aziende.

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da Berlino

Christoph von Knobelsdorff, sottosegretario all’Economia.

Fuori dal fascio di luce proiettato dal marketing turistico, Berlino vive da sempre una difficile situazione economica. Comparata con il resto della Germania, la capitale risulta una città sostanzialmente povera, priva di grandi imprese, affollata di percettori di sussidio pubblico (il famigerato Hartz-IV).
Centro del precariato e dell’arte di arrangiarsi, nonostante risplenda per la vivacità della scena culturale e artistica e possa contare su un melting pot tutto sommato riuscito, che la rende più internazionale e meno tedesca di tante altre città più ricche.
RIVOLUZIONE ANTI CRISI. Da qualche tempo, però, una rivoluzione silenziosa promette di cambiare i connotati e restituirle slancio e iniziativa anche in campo economico.
«In nessuna altra città tedesca sono state fondate negli ultimi cinque anni così tante nuove imprese come a Berlino», ha scritto il Tagesspiegel, «spesso per iniziativa di singoli individui che hanno abbandonato posti di lavoro in aziende più grandi o hanno dato un taglio alla non sempre comoda condizione di disoccupati assistiti».
CREATE NUOVE IMPRESE. A dare visibilità a questo nuovo fenomeno, è stato un rapporto del gruppo bancario Kfw, che ha messo in fila gli agglomerati urbani tedeschi per numero di nuove aziende costituite: «Nel periodo fra il 2006 e il 2010, il 2,7% di individui compresi fra 18 e 64 anni ha dato vita a un’iniziativa imprenditoriale sulle rive della Sprea, seguito dal 2,5% ad Amburgo e dal 2% a Brema».
Le tre città, che nell’ordinamento amministrativo tedesco rappresentano curiosamente le uniche tre città-Stato (sono cioè allo stesso tempo città e Land), forniscono le condizioni ambientali ideali per la costituzione di start up: ampi sbocchi di mercato, abbondante disponibilità di forza lavoro e, grazie a efficienti mezzi di trasporto pubblico, grande mobilità.
INIZIATIVE DA 49 MILA PERSONE. «In particolare Berlino sembra approfittare di questi vantaggi», ha proseguito il Tagesspiegel, «qui vengono fondate il 50% di ditte in più della media nazionale e, solo nel 2011, quasi 49 mila berlinesi hanno azzardato il grande salto verso l’iniziativa privata, un record da quando sono iniziate le statistiche in materia».
È la rivoluzione delle «Ich-Ag», letteralmente «Io-Spa», e che può essere paragonata all’epopea italiana delle partite Iva di due decenni fa.

Dal mondo digitale i casi di maggior successo

Jens Begemann, fondatore di Wooga.

Sebbene il fenomeno riguardi un po’ tutti i campi (ci sono micro imprese addette alla consegna di bevande al dettaglio, alla cottura di würstel, alla riparazione di tubature ed elettrodomestici), le storie più incoraggianti vengono dal mondo digitale.
Nomi come Gidsy, 6Wunderkinder, Amen o Wooga restano sconosciuti ai più, ma sono un punto di riferimento per gli utenti dei social network.
BEGEMANN SULLE ORME DI JOBS. Il quotidiano berlinese ha ripercorso l’avventura di Jens Begemann che nel 2008, all’età di 35 anni, ha mollato un posto sicuro presso un’azienda internet e ne ha fondata una tutta sua: il sogno di una vita, sulle orme di Steve Jobs.
«Assieme a un amico, Begemann ha buttato nella nuova società risparmi ed energia e oggi la World of Gaming (l’acronimo è appunto Wooga) è il maggior venditore di giochi su Facebook, con un capitale a rischio di 24 milioni di dollari».
AFFITTI BASSI E AMBIENTE STIMOLANTE. Come in politica, anche questi pirati dell’economia hanno trovato a Berlino l’acqua giusta nella quale nascere e svilupparsi: l’enorme afflusso di giovani creativi, attratti dal costo della vita ridotto e da bassi affitti, ha creato un ambiente particolarmente ricettivo alla nuova ondata tecnologica.
L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai salari più bassi rispetto al resto della Germania. Ma anche questo svantaggio si è rivelato un carburante utile all’avvio delle piccole iniziative.
Berlino è riuscita a combinare l’effervescenza artistica di New York o San Francisco con abitudini salariali più vicine a quelle di Shanghai. Un po’ d’America e un po’ di Cina, una miscela con cui si spera (o ci si illude) di poter risalire la china industriale dopo il crollo economico della seconda guerra mondiale e la stagnazione degli anni della divisione.
INVESTIMENTI SUI CREATIVI. «Questa a volte inafferrabile categoria dei creativi rappresenta oggi il capitale più rilevante di Berlino», ha continuato il Tagesspiegel, «tanto più importante dal momento che la capitale soffre l’assenza dei grandi consorzi nazionali».
«Certo, non tutte le start up del mondo digitale sono destinate a diventare una nuova Google», ha ammesso il sottosegretario all’Economia Christoph von Knobelsdorff, «ma si può sperare che alcune di esse potranno essere protagoniste della rinascita economica di Berlino».
SOLO IL 2% PRODUCE INNOVAZIONE. Per ora il panorama resta molto variegato e non privo di troppe zone d’ombra. In quel 2,7% di nuovi imprenditori di se stessi non ci sono solo i giovani, creativi e neo-ricchi capitani dell’era digitale.
«Anzi, la maggioranza delle imprese è impegnata in campi tradizionali, come costruzioni, commercio e servizi», ha concluso il quotidiano di Berlino, «solo il 2% produce davvero innovazione sul mercato e un terzo di loro, dopo tre anni di attività, chiude i battenti. Molti s’imbarcano in un’avventura economica più per disperazione che per convinzione».
RIDOTTI I CONTRIBUTI PER LE AZIENDE. Una realtà che ha già raffreddato l’entusiasmo. Lo stesso direttore della KfW, Norbert Irsch, ha messo le mani avanti: «Anche in conseguenza della drastica riduzione dei contributi per la costituzione di nuove imprese singole, non c’è da attendersi ulteriori record per il futuro».
Il fenomeno potrebbe dunque aver già toccato il suo picco. E secondo Karl Brenke, esperto dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw), non c’è da rimpiangerlo: «Il tasso maggiore di lavoratori autonomi in Europa lo ritroviamo in Grecia. Berlino farebbe bene a seguire altri modelli di sviluppo».

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