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L'ESCALATION 23 Maggio Mag 2012 0735 23 maggio 2012

I veri colpevoli della crisi

I responsabili (rimossi) dello choc finanziario.

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La Grecia al bivio: le nuove elezioni sono fissate per il 17 giugno.

L'ultimo stadio possibile è la distruzione dell'Eurozona, estrema conseguenza paventata dagli economisti dopo l'eventuale ritorno alla dracma della Grecia, la cui recessione rischia di rompere molti equilibri internazionali. Ma la crisi che sembra non finire mai ha avuto cause precise. E per evitare di ripetere gli stessi errori, l'esercizio della memoria è fondamentale. Lettera43.it ha ripercorso le tappe che hanno portato al caos la Grecia e, seguendo le indicazioni di Franco Bruni, docente di Politica monetaria alla Bocconi, degli economisti de lavoce.info e degli analisti di banca Nomura, ha scoperto responsabilità dimenticate.

1. Alan Greenspan e il denaro a costo zero

L'ex presidente della Fed Alan Greenspan.

Il primo nome da ricordare è certamente quello di Alan Greenspan, per oltre 18 anni capo incontrastato della Federal Reserve (Fed) americana, la banca centrale più potente del mondo, e subito dopo consulente di Deutsche Bank e del dipartimento del Tesoro britannico.
Fu lui, dopo l'11 settembre, a rispondere alla crisi finanziaria della new economy, mantenendo il costo del denaro bassissimo, con tassi attorno all'1% per tre anni: un unicum negli ultimi 50 anni.
L'EFFETTO: AUMENTO DEL RISCHIO. L'obiettivo era ridare liquidità ai mercati e spingere i consumi, ma si tradusse in un aumento dell'indebitamento e soprattutto in un aumento della propensione al rischio.
I bassi tassi di interesse, infatti, furono alla base di due fenomeni. Il primo fu l'entrata nel mercato del credito di una massa di non abbienti a cui era stata promessa una vita da americano medio. Senza un'adeguata informazione che potesse difenderli da un debito insostenibile.
Dall'altra gli operatori abituali, dalle banche ai grandi fondi di investimento, si ritrovarono ad avere rendimenti bassissimi. E per ovviare a bassi guadagni, alzarono i rischi.
L'INVENZIONE DEI SUBPRIME. Ricorsero in maniera sempre più massiccia ai titoli derivati, che grazie a un effetto leva potevano moltiplicare i guadagni sul titolo base. E alle cartolarizzazioni, con cui trasformare mutui e immobili in titoli finanziari su cui speculare.
Messi insieme i due ingredienti, ecco la crisi dei mutui subprime, i mutui concessi senza le necessarie garanzie e i cui rischi furono spalmati su centinaia di clienti.

2. Bill Clinton e la grande abbuffata delle banche

L'ex presidente Usa Bill Clinton.

Sicuramente è ricordato più per lo scandalo di Monica Lewinsky, la stagista del sexygate nella stanza ovale, che gli valse quasi l'impeachment. Eppure fu il marito dell'attuale segretario di Stato, Hillary Clinton, ad approvare la legge dalla quale sono derivati i maggiori guai per i cittadini e i mercati globali.
Il 12 novembre del 1999 fu approvato, infatti, il Gramm-Leach-Bliley act, chiamato anche legge per la modernizzazione dei servizi finanziari o Citigroup act.
LA NASCITA DI CITIGROUP. Con questa legge, il governo Clinton abolì parte del Glass-Steagall act, varato nel 1933 da Franklin Delano Roosevelt, che prevedeva la divisione tra banche di investimento e banche commerciali, cioè tra banche dedicate al trading e quelle invece al retail e al credito al consumo. In questo modo legalizzò il battesimo di Citgroup, il colosso nato un anno prima, nel 1998, dalla fusione della banca Citicorp con le assicurazioni Travelers group. Un matrimonio che stando alle leggi non s'aveva da fare. E diede il via libera all'utilizzo dei depositi per spregiudicate operazioni di Borsa, oggi pratica quotidiana di qualsiasi grande trader.
L'iniziativa venne lautamente ricompensata: l'allora segretario al Tesoro, Robert Rubin, alla fine del suo mandato approdò proprio a Citigroup come direttore e consulente.
A 13 anni di distanza, Barack Obama ora cerca di mettere nuovi paletti. Ma costringere la grande finanza a fare marcia indietro è impresa ardua.
LA DEREGULATION ITALIANA. Non è difficile trovare un corrispettivo in Italia. La divisione tra gli istituti dediti alla speculazione e quelli al credito fu abolita nel 1993 – governo tecnico dell'ex governatore di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi – con il Testo unico bancario (Tub) che è nato con l'intento di liberalizzare il settore, sottraendolo dal controllo pubblico e dando il via libera alla nascita di banche società per azioni e cooperative. A cui si aggiunse nel 1999 la legge sulle cartolarizzzazioni voluta dal governo di Massimo D'Alema che rese possibile la cessione del debito a terzi, senza obbligo di informare il debitore.

3. Gerhard Schroeder e l'ambiguità del trattato di Maastricht

L'ex cancelliere tedesco Gehrard Schroeder.

Il terzo grande errore che ha contribuito alla crisi è stato tutto made in Europe. Anzi è il peccato originale su cui si è fondato l'euro: il comportamento della Banca centrale europea (Bce) e l'ambiguità con cui è stato applicato il trattato di Maastricht, il patto di stabilità che imponeva agli Stati Ue un rapporto deficit-Pil non superiore al 3%.
All'inizio del 2000, Francoforte seguì in parte l'esempio di Greenspan. La bolla di internet era scoppiata anche nelle economie più avanzate del Vecchio Continente, Germania su tutte. E la Bce venne in soccorso dell'economia tedesca, locomotiva dell'Europa, abbassando i tassi attorno al 2% e aumentando la liquidità anche in Paesi come la Spagna che stavano vivendo il loro boom.
Oggi Richard Koo, capo economista di banca Nomura, vede in quei tassi bassi l'origine della bolla spagnola.
LA DOPPIA FACCIA DI BERLINO. In teoria, l'azione della Bce era quasi obbligata: la Germania non poteva fare ricorso al denaro pubblico per stimolare la propria economia, pena lo sforamento dei paletti di Maastricht.
In pratica, però, Berlino poté approfittare di un basso costo del denaro e contemporaneamente violò le regole del patto comunitario.
Era il novembre del 2003, Jean-Claude Trichet era appena salito alla guida dell'Eurotower e i ministri finanziari dell'Unione sospesero la procedura di infrazione nei confronti delle due economie che non avevano i conti pubblici in regola: Berlino e Parigi. E lo fecero votando contro la proposta della Commissione europea di imporre alle due capitali tagli alla spesa. Una ricetta di austerity allora sostenuta da Paesi come Austria, Finlandia e Olanda, ma anche dalla Spagna, oggi tanto bersagliata.
All'epoca il cancelliere Gerhard Schroeder ricordò persino che il nome del trattato era Patto di Stabilità e Crescita: insomma, non solo rigore.
I CONTI TRUCCATI DELLA GRECIA. Non c'è da stupirsi, insomma, se l'Europa fu comprensiva anche con la Grecia.
Atene mentì ripetutamente sui suoi conti pubblici, tanto che recentemente il Financial Times ha ipotizzato che avesse contabilizzato anche la prostituzione e il riciclaggio di denaro sporco.
Il resto della storia è noto. E dimostra che le regole europee hanno continuato a valere a giorni alterni, i giorni della stabilità e quelli della crescita. Che ancora nessun leader è riuscito a conciliare.

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