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L'ANALISI 17 Agosto Ago 2012 1620 17 agosto 2012

Finlandia, euro snob per paura

Helsinki teme la recessione.

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La vetrina di un negozio del colosso finlandese Nokia, nella capitale Helsinki.

L'economista Nouriel Roubini - famoso per aver previsto la crisi economica internazionale con due anni di anticipo - ritiene più probabile che, prima di Stati sull'orlo del tracollo come Grecia, Portogallo e Spagna, alla fine sia la Finlandia a uscire volontariamente dall'euro, mandando in frantumi l'Eurozona.
Il Paese dalla tripla A, finora al riparo dagli strali delle agenzie di rating, non fa certo mistero dei suoi progetti separatisti. Il 17 agosto, il ministro degli Esteri Erkki Tuomioja ha raccontato di come le autorità finlandesi abbiano pronti nel cassetto «piani per fronteggiare ogni eventualità».
«SENZA EURO È MEGLIO». Nessuno si augura la fine della moneta unica, ma «gli europei devono prepararsi alla possibilità di una sua implosione». Che in fondo, ha chiosato il ministro, «potrebbe aiutare a far funzionare meglio l'Unione europea».
Anche la collega alle Finanze Jutta Urpilainen ha avvertito Bruxelles che Helsinki non è più disposta «a restare a tutti i costi aggrappata alla valuta comune».
Gli altri Paesi scandinavi, d'altra parte, nell'euro non ci sono mai entrati. E le loro economie, a differenza di quella finlandese che ha iniziato a pagare lo scotto della crisi, continuano ad andare a gonfie vele.
BOOM DI EUROSCETTICI. In sintonia con i Veri finlandesi - il terzo partito nazionale, con un consenso del 19% - due cittadini su tre pensano che l'euro sia ormai una camicia di forza: anche se benestante, la Finlandia è piccola e ora meno che mai può accollarsi i debiti di tutti.
In troppi però dimenticano che, prima dell'ingresso nell'area euro del 1999, l'economia nazionale navigava in acque tutt'altro che rosee. Isolato dal mercato europeo e ancorato alla Russia, l'export di Helsinki arrancava.
E il Paese, conosciuto ai più solo per le renne e il pesce in salamoia, usciva da un decennio di cupa depressione.

La recessione degli Anni 90 e il boom dell'export industriale nell'Ue

In visita a Helsinki ad agosto, anche il premier Mario Monti ha ricordato come la Finandia sia stata capace di «superare una crisi profondissima all'inizio degli Anni 90», diventando un modello di virtù nella gestione dei conti pubblici.
Ancora semi-industrializzato nel Secondo Dopoguerra, con il boom degli Anni 60 e 70 il Paese raggiunse rapidamente un livello di produzione tecnologicamente avanzata che, negli Anni 80, spinse al massimo la crescita e i consumi.
Poi arrivò un periodo di lunga recessione che, dal 1991 al 1993, contrasse il Prodotto interno lordo del 10% e fece schizzare la disoccupazione a oltre il 18%.
Nel 1997, l'economia era in netta ripresa, ma i disoccupati superavano ancora l'11%. Alcolismo e disagio crescevano, nei tristi caseggiati per indigenti delle periferie industriali.
E solo l'apertura all'export del Vecchio Continente, arrivata in parallelo con l'impulso dell'industria elettronica e la progressiva liberalizzazione dai monopoli di Stato, ha fatto sì che, fino al 2007, l'economia finlandese crescesse attorno al 3,9% l'anno.
IL TRAINO DELLE ESPORTAZIONI. L'alta qualità della vita dei suoi circa 5,4 milioni di abitanti - nel 2011 il loro Pil pro capite era di 35 mila euro (dati Eurostat) - è garantita soprattutto dalle esportazioni di prodotti meccanici e hi-tech come elettrodomestici, apparecchi elettronici e persino navi e piattaforme petrolifere dell'industria pesante.
Anche il commercio di legno, carta e cellulosa, di cui la Finlandia, ricoperta di maestose foreste, è tra i primi produttori mondiali, hanno fatto sì che, fino al 2011, l'export contribuisse del 38% del Pil.
Introiti sicuri che, negli anni, hanno quindi pompato il settore dei servizi, arrivato a pesare per il 68% del Pil.

La crisi del 2008 e le previsioni di una nuova recessione

Timo Soini, leader del partito ultra-nazionalista dei Veri finlandesi.

Non che, nel 2008, la crisi internazionale non sia stata dura. In pochi mesi, l'export della Finlandia crollò del 32%, il Pil si contrasse dell'8% e la disoccupazione, balzata all'8,2%, fece di nuovo temere gli spettri degli Anni 90.
Invece, stavolta, la ripresa è stata più rapida. Tanto che, nel 2010, il Pil è tornato a marciare a un ritmo del +3,6%. Peccato che, con le nuove tempeste finanziare nel 2011, il governo si attenda ancora mesi difficili. Nel secondo trimestre del 2012, la crescita è infatti calata dell'1%. E, complice lo stallo del comparto industriale, per il 2013 è prevista l'entrata del Paese in recessione.
Il campanello d'allarme è arrivato niente meno che dal colosso di telefonia mobile Nokia che, dopo aver chiuso il 2011 con un fatturato in calo del 21%, entro settembre ha annunciato la chiusura dell'unico impianto ancora aperto nel Paese, che dà lavoro a circa 10 mila persone.
NOKIA SCAPPA IN ASIA. Con il calo delle vendite in Europa e nell'Asia ridimensionata dalla crisi, alle aziende conviene produrre a basso costo negli stabilimenti in Cina e Vietnam.
Quel che finora ha salvato i finlandesi dalla scure del rating, sono stati un debito pubblico (49% del Pil) e un deficit (0,5% del Pil) sorprendentemente bassi rispetto a quelli italiani, e un sistema bancario di nicchia molto solido che, oltre ad avere un'esposizione limitata nei Paesi a rischio, è un porto sicuro per gli investitori.
Inoltre, i mercati si fidano dei governi di Helsinki perché, in ogni momento di difficoltà, sono stati in grado di applicare misure drastiche, che hanno rimesso in riga in conti pubblici.
NUOVI TAGLI NEL 2013. Nel 2009, per intendersi, la Finlandia subì il richiamo di Bruxelles per un disavanzo del 4%, prontamente abbattuto a colpi d'austerity.
Oggi, con la disoccupazione al 7,9%, per rimanere nei parametri di Maastricht il governo guidato da Jyrki Katainen ha programmato tasse per 1,3 miliardi di euro nelle casse statali e nuovi tagli alla spesa pubblica di 400 milioni di euro nel 2013.
Certo, di sacrifici anche i finlandesi ne stanno facendo parecchi. Tanto che sorge una domanda: vale la pena di cavalcare il boom di consenso degli euroscettici, gridando all'uscita dall'euro, dopo tanta fatica per restare dentro?

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