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LA CRISI 23 Agosto Ago 2012 1410 23 agosto 2012

Germania, la bolla solare

Dopo il boom le aziende chiudono.

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L'azienda di un agricoltore tedesco, ricoperta di pannelli.

Il segretario (tedesco) dell'Associazione europea dell'industria fotovoltaica Reinhold Buttgereit ha definito i tagli del governo tedesco agli incentivi per il settore «un disastro». Il momento è drammatico e, con la recessione interna e la concorrenza sleale asiatica, occorrerebbe invece continuare a spingere le aziende e i consumatori.
Negli Usa, l'amministrazione di Barack Obama ha imposto barriere doganali all'importazione di moduli solari cinesi a bassissimo costo, dando così un po' di ossigeno ai produttori. E anche la Germania, per bocca del ministro dell'Ambiente Peter Altmaier ha annunciato di valutare misure protezionistiche contro i prodotti orientali, per salvare il salvabile. Peccato che, con Berlino che, verso la Cina, esporta più di quanto importa, l'innalzamento delle barriere si preannunci come un grande boomerang. L'impressione è che qualsiasi reazione del governo contro Pechino sia ormai tremendamente tardiva.
LA BOLLA DEL SOLARE TEDESCO. Anche perché in Germania, leader europea nella produzione di energia alternativa, da un paio di anni la crisi del solare non conosce fine. Multinazionali tedesche e grandi controllate americane sono state costrette a chiudere le loro sedi o a vendere rami aziendali agli orientali, lasciando in strada migliaia di lavoratori.
In pochi mesi, la quota di mercato in mano alla Germania si è contratta passando dal 20 al 6%. Mentre quella cinese, dal nulla, è schizzata a oltre il 50%, facendo implodere un settore che, negli ultimi anni, era cresciuto enormemente, originando a una vera 'bolla verde'.

Dalla legge di Schröder all'export in Cina: la parabola del solare tedesco

Un parco di pannelli solari, in costruzione in Germania.

Tutto, in Germania, era partito nel 2000, con il programma di incentivi alle energie alternative, il cosiddetto Eeg Gesetz, varato dal governo di Gerhard Schröeder e consolidato da Angela Merkel che, con il piano di dismissione dal nucleare, ha investito massicciamente nelle fonti rinnovabili.
In 12 anni, sono spuntate oltre 10 mila imprese, più di 865 impianti e 150 mila impiegati, delocalizzando all'estero e vendendo le loro tecnologie anche nei Paesi in via di sviluppo. Strategia, quest'ultima, che si è rivelata frettolosa e ingenua per i tedeschi.
I MAXI-INCENTIVI STATALI CINESI. Se la bolla, alla fine, è esplosa, la colpa non può essere addossata solo allo dumping spregiudicato di Pechino, che ha imbottito le aziende cinesi di incentivi statali talmente massicci da rendere il prezzo di vendita dei loro prodotti all'estero più basso di quello di produzione.
L'allievo, nel caso della guerra commerciale del fotovoltaico esplosa tra la Germania e la Cina, ha superato il maestro. Come, in un doloroso mea culpa, ha ammesso il presidente dell'Associazione dell'industria solare tedesca Carsten Körnig, sono stati proprio molti i tedeschi a rivendere, negli anni del boom, fino al 90% dei macchinari e attrezzature made in Germany per la produzione del fotovoltaico in Asia.
KNOW-HOW TEDESCO IN CINA. Verso l'estremo oriente sono partiti anche decine di ingegneri. Poi assunti dai cinesi con maxi-stipendi, per copiare la tecnologia tedesca e mettere in piedi fabbriche e centri di ricerca. In pochi anni, la Germania si è trovata stritolata in un meccanismo dal quale non è più riuscita a uscire.
Mentre per Berlino, i costi per finanziare lo sviluppo di energie alternative si rivelavano più onerosi del previsto, in Cina il comparto solare cresceva a ritmi impressionanti, offrendo prodotti di qualità medio-alta. Costretti a rincorrere gli orientali sulle politiche di basso prezzo, le aziende tedesche hanno man mano accantonato il settore della ricerca, ritrovandosi confinate in un vicolo cieco.

Da Sovello a Q-Cells: aziende storiche chiudono. O cercano compratori asiatici

Q-Cells ha 2.200 occupati e ha sede a Bitterfeld-Wolfen.

Come sia andata a finire, ormai è cronaca quotidiana. Fondata nel 2005, ad agosto Sovello, fiore all'occhiello della nascente industria nell'ex Germania Est, ha chiuso i battenti, dopo l'apertura di una procedura fallimentare, conclusasi con il licenziamento degli oltre 1.000 dipendenti degli stabilimenti nella solar valley di Bitterfeld.
Poco lontano, nella primavera scorsa, anche il colosso Q-Cells, dal quale Sovello si era staccata, aveva avviato una pratica d'insolvenza, cercando acquirenti per salvare più posti di lavoro possibili tra i circa 1.300 lavoratori rimasti. Un'offerta d'acquisto è arrivata, questa estate, dalla coreana Hanwha, che potrebbe tenere in vita le fabbriche, proprio come accaduto pochi mesi prima alla berlinese Solon - altra multinazionale tedesca, con controllate in Italia e in America - che è stata rilevata dagli indiani di Microsol.
LE FABBRICHE USA CHIUDONO. Pioniera insieme a Solon nella costruzione delle prime centrali solari del Paese, da dicembre 2011 anche la bavarese Solar Millennium, con circa 230 dipendenti, è in cerca di compratori. Proprio come la piccola Solar Hybrid, in Nord Reno-Vestfalia.
Neanche agli americani va meglio, soprattutto in terra europea. Se, con i dazi anti-cinesi, negli Usa almeno gli stabilimenti più grandi resistono, le sedi europee chiudono. È il caso, per esempio, del colosso Konarka, che dopo aver cessato le attività negli States ha liquidato anche la controllata tedesca.
SOLARE, LA CAPORETTO TEDESCA. La connazionale Solar First ha invece deciso di fermare la sua fabbrica di Francoforte sull'Oder, mandando a casa 1.200 dipendenti. Con il taglio degli incentivi statali alle fonti rinnovabili e i cantieri che vanno a rilento, per creare le infrastrutture in grado di trasportare energia alternativa in tutto il Paese, in Germania il sogno dell'autosufficienza ecologica si avvia a essere una Caporetto.

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