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L'INTERVISTA 28 Dicembre Dic 2012 0050 28 dicembre 2012

Severino: capitalismo senza futuro

Lettera43.it a colloquio con il grande filosofo: il primato della tecnica, la politica, la Chiesa, la morte delle ideologie e il rischio (anche di Monti) di concepire lo stato come azienda.

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Dollari americani.

Non ha mai presentato un suo libro e raramente partecipa a eventi pubblici. A Emanuele Severino, classe 1929, uno dei più importanti pensatori del nostro tempo, la filosofia piace farla, scriverla.
Accademico dei Lincei, professore emerito alla Ca’ Foscari di Venezia e docente di filosofia teoretica all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, Severino ha aperto le porte della sua casa bresciana a Lettera43.it per parlare di quello che definisce «un rametto» della sua immensa produzione filosofica.
LA FINE DEL CAPITALISMO. La sua ultima fatica, Capitalismo senza futuro (Rizzoli editore, 2012) arriva 20 anni dopo il Declino del capitalismo e descrive ancora più chiaramente come dopo il «già perento comunismo», anche tutte le altre grandi forze della tradizione occidentale - cristianesimo, islamismo, capitalismo - siano destinate al tramonto.
Ideologie che sinora hanno usato la tecnica come mezzo per realizzare il proprio scopo. Ma che sono destinate a diventare solo strumenti a servizio della tecnica.
Un fenomeno inevitabile che ancora oggi sfugge alla cultura contemporanea e che Severino, come una Cassandra, va denunciando da anni. «La tecnica sta distruggendo ogni forma tradizionale di civiltà, cristiana, borghese, marxista», scrisse nel 1979, «e quindi anche ogni forma tradizionale di conoscenza».
IL TRAMONTO DELLE IDEOLOGIE. Per questo anche «l’attuale crisi economica non può essere risolta attraverso un semplice rinnovamento della classe dirigente», spiega il filosofo seduto nel divano del suo soggiorno, vicino a un pianoforte a coda - memoria del suo passato da compositore - e una grande scultura in creta di Orfeo.
Secondo Severino, che parte da una riflessione sulla situazione dell’Europa e sulle ambizioni dei suoi leader, i poteri forti sono come «foglie secche, ancora attaccate ai rami, ma senza futuro». E i politici, i capitalisti, i capi cristiani o islamici, semplici imbalsamatori che cercano di tenerle attaccate.

DOMANDA. Chi ha causato la morte del capitalismo?
RISPOSTA.
Il maggiore nemico del capitalismo è il capitalismo stesso Che è autoditruttivo come era un tempo la produzione dell'economia pianificata sovietica, e come lo è oggi quella cinese, ancora più inquinante di quella occidentale.
D. Il capitalismo avvelenando l'ambiente avvelena se stesso?
R.
Il carattere distruttivo dell'azione capitalistica fa sì che il capitalismo per sopravvivere concentri la propria attenzione sulla elaborazione di tecniche alternative, che rechino meno danni all'ambiente.
D. Quello che fece Bill Clinton quando auspicò la missione capitalista di creare un ambiente sano?
R. Sì, ma se l'obiettivo non è più l'incremento del profitto privato bensì il rafforzamento della tecnica, il capitalismo non è più tale.
D. Che cosa diventerebbe?
R. Che non sarà più la tecnica a servire il capitale, ma viceversa. Un capitalismo strumentale che in divenire porterà al tramonto di tutte le ideologie del nostro tempo.
D. Quelle politiche in primis?
R.
Il marxismo sosteneva il primato della politica sull'economia. Ma con l'illuminismo si capì subito l'impossibilità della pura politica e della stessa forza militare di dominare l'economia.
D. Oggi, infatti, è l'esatto contrario.
R.
La frase di Marx: «I governi sono i comitati d'affari del capitalismo» è quanto mai attuale. Solo che ora questo comitato d'affari deve servirsi della tecnica per sopravvivere. E senza rendersene conto è costretto ad agire contro se stesso.
D. I cosiddetti governi tecnici?
R. La tecnica di cui parlo io non è quella che serve al capitalismo o alla politica, ma che si serve del capitalismo e della politica. Questi governi tecnici che si muovono all'interno del capitalismo, invece, hanno della politica una concezione subalterna, e sono completamente dominati dall'economia capitalista.
D. Gli organismo finanziari, la cosiddetta troika, che hanno dettato le misure anticrisi all'Italia sono però controllati dalla politica.
R.
Quella franco-tedesca. E oggi Francia e soprattutto Germania sono in Europa le migliori rappresentanti del tentativo del capitalismo di sopravvivere, di non farsi liquidare.
D. Cosa pensa del governo Monti?
R.
Anche Monti, nonostante il suo cattolicesimo, che al capitalismo ha sempre chiesto un equilibrio tra efficienza e solidarietà, alla fine ha fatto prevalere la prima istanza.
D. Perché Monti non ha perseguito la solidarietà sociale?
R.
Per farlo avrebbe dovuto 'ammazzare' il capitalismo, non avendo più come scopo l'aumento indefinito del profitto.
D. Per evitare questo pericolo, quindi, meglio la dittatura dello spread?
R.
È la dittatura del capitalismo. Da tempo si dà per scontato, ormai anche a sinistra, che l'unico tipo di organizzazione sociale sia quella capitalista.
D. Marx si starà rivoltando nella tomba...
R.
Oggi la sinistra italiana si vanta di ispirarsi al modello democratico americano. Nessuno dà la giusta attenzione a ciò che sta succedendo veramente.
D. Cioè?
R.
La distruzione non solo del capitalismo, ma di tutte le ideologie del nostro tempo.
D. Perché stanno scomparendo?
R.
Ognuna di queste forze vuole escludere le altre. E questo le rende meno potenti rispetto alla tecnica, che invece cerca di incrementare all'infinito la capacità di realizzare i suoi obiettivi, aumentando così la potenza a disposizione dell'uomo.
D. Quindi la fine del capitalismo non sarà la fine del mondo?
R.
Che il capitalismo vada in malora non è un esito negativo, perché questo mette a disposizione dell'uomo quelle potenzialità che nella civiltà occidentale il dominio delle ideologie ha tenuto a freno.
D. Può spiegarlo meglio?
R.
La tecnica vuole essere aumento della potenza e mira quindi alla eliminazione della scarsità. Scopo questo del capitalismo, che vuole perpetrare la carenza delle merci. Il capitalismo quindi si serve di un servitore, la tecnica, che lavora contro gli interessi del padrone.

Il futuro è della tecnica

La genetica si prepara a rivoluzionare la tecnologia biometrica.

D. Con il dominio della tecnica avremo quindi il migliore dei mondi possibili?
R.
Sì, ma solo se ci sarà una unione tra la voce della filosofia che dice «non ci sono limiti» e la capacità tecnologica di oltrepassarli.
D. Nessun rischio Matrix: la tecnica che ci si rivolta contro?
R.
Non siamo noi che diamo potere alla tecnica, è la tecnica che se lo prende. Non ci dobbiamo illudere, così come fece Simone Weil quando diceva che nel socialismo gli individui erano in grado di gestire la macchina tecnologica burocratica finanziaria e amministrativa dello Stato.
D. E paghiamo ancora oggi le conseguenze di quell'utopia?
R.
Oggi è la tecnica che si sta scrollando di dosso tutte le forze che pretendono di servirsene come semplice strumento. Nella dialettica servo-padrone della Fenomenologia di Hegel c'è un grandioso precedente di questo discorso.
D. Qual è?
R.
Si narra che la società nasce come esito di una lotta primigenia dell'uomo arcaico che vuole cibo, acqua, spazi, e per ottenerli deve eliminare il nemico attraverso la lotta. È allora che uno dei due teme la morte e si inginocchia.
D. E così nasce la società.
R. Esatto. Comincia così il rapporto sociale: chi ha ceduto diventa servo e chi ha vinto diventa padrone. I servi allora lavorano per il benessere del padrone, ma per farlo devono imparare a dominare la natura. È da loro che nascono la scienza e la tecnica. A un certo punto però il servo, proprio per servire bene il suo padrone, diventa più potente del padrone stesso.
D. Che tutto diventi mezzo/servo della tecnica, compreso l'uomo, non fa paura?
R.
Fa paura all'uomo ideologico, così come concepito dal cristianesimo, dal capitalismo, dal comunismo, dai totalitarismi. Però bisogna pensare che questi diversi modi tra loro contrastanti dell'essere uomo hanno in comune la radice stessa della tecnica: la volontà.
D. E quindi?
R.
L'uomo vive solo se vuole, se scuote il mondo in cui si trova. Se ne è imprigionato invece muore.
D. Cosa deve fare per salvarsi?
R.
Deve smuovere quello che per lui è la potenza che si presenta come inviolabile e che viene identificata come il divino, il demoniaco, il supremo. Usando una formula forte: solo uccidendo Dio, allontana quella barriera che gli impedisce di respirare e vivere.

Primo tweet del papa.

La Chiesa, il limite teologico e il dominio della tecnica

D. O il Paradiso o il paradiso della tecnica insomma?
R.
Se la tecnica ha come scopo l'incremento infinito della capacità di realizzare scopi, allora questo vuol dire che è un agire che progetta se stesso come capace di oltrepassare ogni limite.
D. Qual è questo limite?
R.
Nella nostra Storia è il limite con la L maiuscola, cioè Dio, nei vari modi in cui è concepito.
D. Aveva ragione Nietzsche: Dio è morto?
R.
Quella frase non è la stramberia di un letterato, di uno scrittore o di un musicista fallito, come qualcuno dice. C'è una potenza concettuale che mostra che non ci può essere alcun limite all'agire dell'uomo.
D. Per questo oggi la Chiesa teme la tecnica più di ogni altra cosa?
R.
No. Almeno fino a quando si tratta di una tecnica guidata dalla scienza. Cioè da un sapere che riconosce se stesso come semplicemente ipotetico, incapace di mostrare la verità.
D. Che cosa deve temere allora?
R.
La filosofia. Che mostra e dimostra che non esiste alcun Dio, che autorizza la tecnica a superare ogni limite e la rende potente. Questo è il vero nemico della Chiesa, non quel fantoccio che viene chiamato relativismo e che è già stato messo fuori gioco.
D. Insomma il problema della Chiesa è quello di non capire il suo tempo?
R.
Questo è il tramonto delle nostre abitudini morali ed estetiche. Viviamo una grande momento storico, una svolta in cui si dice no a tutti i valori del passato: in campo bioetico, sessuale, familiare.
D. E i segni si percepiscono ogni giorno...
R.
La desacralizzazione è un vecchio fenomeno che la Chiesa conosce bene. Basta pensare che l'Europa sta ridiventando terra di evangelizzazione, diminuisce il numero delle vocazioni e dei matrimoni religiosi rispetto a quelli civili. Sono i ragazzi, a partire da quelli del Nord Africa, che stanno avviando un processo di rinnovamento.
D. E senza aver letto Nietzsche...
R.
O Leopardi, ma in qualche modo percepiscono che la sapienza ultima del nostro tempo è la distruzione del divino, l'abbattimento totale di quella barriera che il teologo e storico Rudolf Otto chiamava il tremendum e il fascinans.
D. Una distruzione a cui la Chiesa cerca di sopravvivere in tutti i modi, anche usando Twitter?
R.
È un altro modo in cui il cristianesimo si serve della tecnica, finché non si realizzerà il contrario.
D. Come e quando la Chiesa si è servita del capitalismo?
R.
Sebbene lo consideri un ottimo strumento di produzione della ricchezza, certamente migliore del socialismo reale, la Chiesa non ha mai voluto che il suo scopo fosse un incremento del profitto privato ma il bene comune della società.

I politici, la menzogna, il bene comune e l'unificazione europea

Foto di gruppo del vertice dell'Unione europea di Bruxelles.

D. Un bene comune che nemmeno i politici sono riusciti a perseguire?
R.
Mi riesce difficile pensare a un uomo politico che anteponga al proprio vantaggio il bene comune.
D. L'unico esempio che fa nel suo libro infatti è Marco Aurelio, qualcuno più attuale?
R.
In giro non ne vedo. Forse Alcide De Gasperi e Aldo Moro, ma sono solo supposizioni.
D. Nel suo libro scrive che politici sono costretti a mentire e li paragona agli imprenditori che pur volendo rendere appetibili i prodotti hanno come unico scopo il profitto. Berlusconi pare essere una sintesi perfetta...
R.
L'esempio è quello. Il suo più grave errore è stato quello di intendere lo Stato come un'azienda perché il bravo imprenditore è innanzitutto uno che rischia, non è un tecnico. E come scrisse Thomas Hobbes, lo Stato moderno è nato proprio per eliminare il rischio dell'homo homini lupus.
D. Dopo il premier imprenditore è arrivato il premier tecnico. Siamo salvi?
R.
Talvolta la parola azienda Italia è venuta fuori anche dai discorsi di Monti, che è indubbiamente un esponente del mondo capitalistico. Pensare allo Stato come a un'azienda vuol dire concepire uno Stato a rischio. Gli stessi economisti favorevoli al capitalismo lo paragonano al gioco d'azzardo.
D. Se c'è una cosa di cui però dà atto a Berlusconi è l'avvicinamento alla Russia.
R.
Hegel parlava di astuzia della ragione, che consiste nel raggiungere certi scopi con individui che sono inconsapevoli di ciò che stanno facendo. In questo caso, la mossa più interessante compiuta da Berlusconi è stata proprio questa relazione con Putin, che ha permesso di stabilire dei rapporti privilegiati tra i due Paesi.
D. Lei da tempo parla di una inevitabile simbiosi tra Europa e Russia.
R.
Mi ha fatto piacere che poco tempo fa anche l'economista Giulio Sapelli abbia sostenuto questa tesi. Io lo dicevo sin dal crollo del muro di Berlino e mi davano del matto.
D. Prima però servirebbe una vera unificazione europea, che secondo lei è stata osteggiata dagli Stati Uniti.
R.
Sino a quando la crisi economica indebolisce l'Europa, questa è un peso per gli Stati Uniti ed è per questo che ora Washington spinge per l'unificazione politica del Vecchio continente. Ma se l’Ue riuscisse ad avere non solo un' autonomia e una forza politica, ma anche militare ed economica, allora sì che sarebbe un problema per gli americani.
D. Perché?
R.
Questo frazionamento dell'Europa fino ad ora è stato favorito proprio dagli Stati Uniti, che temevano la formazione di un blocco politico capace di gestire in autonomia i propri rapporti con la Russia.
D. Un’alleanza strategica che molti Paesi hanno già iniziato a tessere?
R.
L’Europa compra il gas russo che costa di più, e non quello americano che costa di meno. Magari qualcuno si arricchisce e cura i propri interessi personali, ma resta il fatto che attraverso l’illegalità viene rafforzata la convergenza tra Europa e Russia.
D. Chi ci guadagna?
R.
Certo oggi la crisi economica dell'Europa riduce la sua capacità contrattuale nei confronti della Russia che ha il suo arsenale atomico e le sue risorse, mentre l'Europa ha sempre meno soldi. Prima la contrattazione poteva svolgersi alla pari: l'Europa poteva comprare dalla Russia i suoi prodotti come il gas e con i soldi ricavati la Russia poteva realizzare la sua potenza atomica.
D. Ma la guerra fredda è finita.
R.
Sì però oggi, dopo 50 anni di pace, si sta riproducendo quella stessa tensione.
D. Con le stesse due potenze Usa e Russia come protagoniste?
R.
Sì. Stati Uniti con India, Francia e Inghilterra da una parte. Russia, Cina e Iran dall'altra. E per fortuna, perché il costituirsi di due schieramenti tiene sotto controllo i cani sciolti, che sono quelli più pericolosi.
D. Può fare un esempio?
R.
La Corea del Nord: il fatto che sia protetta dalla Cina è un'assicurazione, fosse sola potrebbe fare qualche pazzia.
D. E l'Iran?
R.
L'Iran non può colpire Israele senza rendere conto alla Russia e il sì della Russia all'Iran sarebbe un no detto all'America. Questo determinerebbe la conflagrazione tra le due super potenze che non vorranno mai mettere a rischio la propria esistenza.
D. Il tutto in uno scenario completamente nuovo: allora le ideologie come il capitalismo e il comunismo erano le protagoniste, oggi sono senza futuro, quindi, senza nulla da perdere...
R. È chiaro che ognuna di queste forze non resterà indifferente rispetto al proprio deperimento ma reagirà. Sarebbe interessante studiare quello che dovrà accadere prima che il lottatore capitalista molli.
D. Assisteremo a un duello all'ultimo sangue, che pagheranno i cittadini?
R.
Marx diceva che le prime vittime del capitalismo sono i capitalisti, e sono d'accordo, perché è un sistema per cui l'apprendista stregone ha messo in moto qualcosa che non sa più controllare.

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