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LE PROPRIETÀ 22 Gennaio Gen 2013 1111 22 gennaio 2013

Il tesoro segreto del Vaticano

Così il papa ha gestito i fondi dei patti lateranensi.

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Immobili di lusso, società prestanome e scatole cinesi. Nel cuore di Londra il Vaticano nasconde un patrimonio. Un impero commerciale fatto di proprietà anonime, disseminate a un passo da Piccadilly, lungo le vie dello shopping del West End. Sono edifici e investimenti di cui la Santa Sede preferisce non parlare, forse perchè frutto del peccato, dello storico patto politico siglato con il regime fascista di Benito Mussolini nel 1929.
Prima della Seconda guerra mondiale, infatti, la Chiesa nascose il bottino creando società offshore in Lussemburgo, paradiso fiscale ante litteram. E poi le protesse dai servizi di intelligence francesi e britannici.
ALLA CHIESA LE VETRINE DI BULGARI. Ma, ancora oggi, su quei milioni lievitati negli anni vuole mantenere il massimo riserbo, evitando domande scomode e, presumibilmente, controlli finanziari. Così li ha reinvestiti nell'amata capitale britannica, città com'è noto frequentata anche dai banchieri dello Ior (Istituto opere religiose). Lì il Vaticano ha comprato uffici e negozi, oggi sedi di prestigiose gioiellerie e banche, dal quartier generale di Altium Capital alle vetrine scintillanti di Bulgari.

Nessun nome al catasto, le azioni portano alla Svizzera

La cupola di San Pietro si riflette nelle pozzanghere della piazza.

Nel portafoglio immobiliare del Vaticano rientrano anche il palazzo che sta al civico 168 di Bond Street, non lontano dalla sede della casa d'aste di Sotheby's e dal monumento dei due presidenti di guerra Winston Churchill e Franklin Delano Roosvelt, così come quello che sorge al numero 30 della centrale Saint James Square. Un tesoretto comprato con i soldi dei Patti Lateranensi e che nel tempo è stato rivalutato fino a raggiungere la cifra di 500 milioni di sterline, circa 590 milioni di euro. A cui vanno aggiunti i palazzi a Coventry e a Parigi.
Formalmente però nulla a che fare con la Chiesa Cattolica. Sui capitali della Santa Sede molto è stato scritto e romanzato, ma questa volta i cronisti inglesi del Guardian si sono messi sulle tracce del tesoretto vaticano, e passando per diverse finanziarie tra Europa e Stati Uniti sono arrivati dritti in Svizzera. Un puzzle difficile da comporre per i giornalisti del quotidiano progressista inglese che durante le indagini hanno fatto molte domande, ottenendo ben poche risposte.
IL SEGRETO MANTENUTO DI BANCA IN BANCA. Gli immobili londinesi sono intestati alla società British Grolux Ltd, che il Vaticano fondò prima della guerra. Nel tempo però il legame è divenuto opaco e mantenuto nell'ombra. E nemmeno il registro ufficiale del catasto di Londra chiarisce il nome del proprietario.
Oggi le azioni della British Grolux, ristrutturata nel 1999, riconducono a due banchieri cattolici: John Varley, chief executive di Barclays, istituto recentemente finito nella tempesta per la manipolazione dei tassi Libor, e Robin Herbert, ex chief executive della Leopold Joseph merchant bank che nel 2004 è stata acquistata dalla Butterfield Bank, quotata alla Borsa delle Isole Cayman e alle Bermuda, non proprio due piazze finanziarie trasparenti.
Entrambi non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. Mentre il segretario della società John Jenkins si è limitato a un laconico: «Confermo che il mio cliente non permette di fornire alcuna informazione»

Al riparo nei paradisi fiscali per sfuggire alla lente delle potenze alleate

Le quote della British Grolux però portano dritte a New York, alla banca Jp Morgan, e ai conti della società svizzera Profima Sa, holding vaticana con base a Losanna. E il nome della Profima si trova anche negli archivi del ministero dell'Economia inglese.
Durante l'ultimo conflitto mondiale, la finanziaria finì nel mirino delle autorità britanniche come «società che ha interessi in contrasto con le potenze alleate». Sia la Francia, sia la Gran Bretagna stavano valutando di inserirla nella lista nera delle società nemiche.
Spulciando i documenti di Stato conservati a Kew, oasi di verde sul Tamigi a Sud Ovest di Londra, si trovano le critiche del governo inglese al banchiere Bernardino Nogara, incaricato di gestire il delicato dossier dei 'soldi del fascismo' da parte dell'allora pontefice Pio XI. Il 'funzionario' cattolico fu intercettato nel 1945, riportano i dispacci ufficiali, mentre era impegnato in trattative con un contatto a Ginevra.
OFFSHORE IN LUSSEMBURGO. E c'è poco di cui stupirsi. Nel 1931 il Vaticano aveva messo al riparo il bottino ricevuto da Mussolini in Lussemburgo, attraverso la società offshore Groupement Financier Luxembourgeois. E poi aveva ampliato la finanziaria creando il ramo inglese. Con lo scoppio del conflitto i soldi vennero spostati negli Stati Uniti e in Svizzera.
Oggi la 'donazione' di Mussolini e le altre finanze vaticane sono nelle mani di Paolo Mennini, direttore dell'Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica. E secondo le stime dell'Unione europea, dal 2010 impegnata a far rispettare al Vaticano le norme anti riciclaggio (tanto che il 13 gennaio 2013 ha deciso addirittura di bloccare tutti i bancomat della Santa Sede), il suo patrimonio oggi supera i 680 milioni di euro.

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