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REPORT 6 Aprile Apr 2013 0900 06 aprile 2013

Il mondo si arma e poi muore di fame

La corsa alle spese militare degli Stati.

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Nel 2011 nel mondo sono stati spesi 1.738 miliardi di dollari per gli armamenti.

L’escalation di tensione tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, con Pyongyang che ha dato il via libera a un attacco nucleare contro Washington, ha riacceso improvvisamente i riflettori sul pericolo di una nuova guerra atomica. Uno scenario inevitabile, visto che la corsa agli armamenti non ha mai smesso di crescere negli ultimi decenni.
Come ha stimato nel report del 2012 l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri), nel 2011 le spese militari mondiali hanno raggiunto quota 1.738 miliardi di dollari: un dato che conferma come i Paesi non abbiano rinunciato a investire in questo settore.
SI SPENDE IL 63% IN PIÙ DEL 1998. In termini reali (al netto dell’inflazione e dei rapporti di cambio) si tratta infatti del 63% in più rispetto al 1998 e la cifra corrisponde al 2,5% del Prodotto interno lordo globale, pari a 249 dollari a persona.
Solo per il nucleare a livello complessivo, si stima che le spese totali siano di circa 150 miliardi di dollari l’anno.
Gli investimenti maggiori sono stati degli Usa i cui 711 miliardi di dollari rappresentano il 41% del totale, cinque volte di più di quanto speso nel 2011 dalla Cina (la seconda potenza militare) e 10 volte più della Russia.

Nella corsa alle armi ci sono anche i Brics

A spendere milioni di euro per le armi non solo solo gli Usa anche i Paesi emergenti hanno investito milioni di dollari.

Tutte le grandi nazioni hanno però moltiplicato i loro armamenti, tra cui i cosiddetti Brics - Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica - caratterizzati da una forte crescita del Pil: secondo i dati della Federation of american scientists (Fas) aggiornati a dicembre 2012, il totale di armi strategiche dispiegate e le testate nucleari esistenti nel mondo ha raggiunto quota 17.225.
E se nei primi posti ci sono sempre Usa, Russia e Cina, anche Francia, Gran Bretagna, Israele, Pakistan, India, Sudafrica e Corea del Nord hanno aumentato le loro spese militari.
IMPORT-EXPORT: +24%. Non si placa nemmeno il mercato dell’import-export di armi, che secondo i dati del Sipri è cresciuto del 24% tra il quinquennio 2002-06 e il 2007-11.
Tra i protagonisti ci sono anche Paesi come Germania, Italia e Spagna, alle prese con la gravissima crisi economica.
L’Italia, per esempio, spende ancora circa 137 milioni di dollari per ogni caccia F-35.
MINE ANTI-UOMO E TEST NUCLEARI. A queste cifre bisognerebbe poi aggiungere gli enormi costi sociali delle azioni militari (dai danni al sistema sanitario a quelli per l'agricoltura e le infrastrutture), le spese per disattivare le mine anti-uomo e quelle per curare le persone mutilate.
Discorso simile per i danni ambientali provocati dai test nucleari in giro per il mondo: basti pensare che dal 1945 gli Stati Uniti hanno condotto più esperimenti atomici (1.054) di tutte le altre nazioni messe insieme.
«Non tutti i Paesi corrono in questo senso, si tratta di 10-15 super potenze», ha spiegato a Lettera43.it Maurizio Simoncelli, storico esperto di Geopolitica dei conflitti e vicepresidente di Archivio disarmo, istituto di ricerche internazionali.

La spesa militare mondiale nel 2011 (Fonte: Sipri yearbook 2012: armaments, disarmament and international).

Con il 7% dei soldi investiti in armamenti si vincerebbe la fame

Tra gli armamenti acquistati dall'Italia ci sono i tanto contestati F-35.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha stimato che basterebbero 120 miliardi di dollari (meno del 7% delle spese militari mondiali) per raggiungere tutti i cosiddetti Obiettivi del millennio - come la riduzione della povertà estrema - che gli Stati membri dell'Onu si sono impegnati a realizzare entro il 2015.
In particolare, 5 miliardi di dollari all’anno sarebbero sufficienti per eliminare dal mondo la fame e la malnutrizione: 9 miliardi all’anno garantirebbero la scolarizzazione a tutti i bambini della Terra. E con 60 miliardi ogni anno si potrebbe fermare la diffusione di Aids e malaria, riducendo la mortalità infantile di due terzi e quella materna di tre quarti.
STRUMENTO DI SOVRANITÀ NAZIONALE. Peccato però che le grandi potenze mondiali preferiscano spendere tutti questi soldi per i loro armamenti, invece di usarli per combattere il cambiamento climatico, la fame, le malattie e l'oppressione.
La ragione è semplice. «Certamente gli armamenti», prosegue Simoncelli, «costituiscono uno strumento della sovranità nazionale, di influenza politica, e rappresentano anche un fattore di deterrenza».
RICCHEZZA E BENESSERE CIVILI PENALIZZATI. Inoltre piuttosto che ridurre gli investimenti militari, si preferisce tagliare istruzione, assistenza sanitaria e altri servizi sociali.
«Le testate nucleari, nonostante la loro riduzione rispetto ai tempi Guerra fredda (da circa 80 mila a circa 20 mila, ndr), possono sempre distruggere il mondo e intanto le spese militari continuano ad aumentare», continua il vicepresidente di Archivio disarmo. «Invece ci vorrebbe più spesa civile che militare per produrre più ricchezza e benessere, specialmente in Paesi come l’Italia con un tasso di disoccupazione così alto».

La Costa Rica ha rinunciato agli armamenti per investire nella salute

Il primo Paese senza esercito è stato il Costa Rica, che ha rinunciato alle armi nel 1949.

Un esempio estremo è la Costa Rica, primo Paese senza esercito (dal 1949) che utilizza i soldi destinati un tempo agli armamenti per investire nella salute, nell’educazione e nell’ambiente.
In altri Stati più poveri del mondo, invece, si trascurano i problemi sociali favorendo le spese militari.
«Nel Nord Africa, specialmente in Algeria, l’incremento dei costi militari è legato a questioni interne e movimenti terroristici», spiega Simoncelli, «mentre in alcuni Paesi dell’Africa sub-sahariana c’è un diverso approccio alla gestione del potere, spesso tribale, rispetto al nostro».
IL TRATTATO DI PELINDABA. Ma lo storico esperto di Geopolitica dei conflitti ricorda anche che attraverso il trattato di Pelindaba del 1996 (entrato in vigore nel 2009) gli Stati africani si sono impegnati a non permettere l'installazione di armi nucleari sul territorio del Continente nero, seguendo l'esempio di altre aree del mondo libere da armi atomiche come l’America Latina, il Sud Est asiatico e il Pacifico meridionale.
Intanto Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia continuano la loro corsa verso la distruzione del mondo.

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