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L'INTERVISTA 25 Settembre Set 2013 1613 25 settembre 2013

Gianfranco Viesti: «L'Italia e il male della deindustrializzazione»

Gianfranco Viesti sul caso Telecom.

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Un Paese immobile, alla mercé delle strategie altrui e incapace di difendersi.
Nell'arco di 24 ore l'Italia sembra ritornata ai primi del '500 quando le milizie straniere percorrevano la Penisola e ne facevano bottino senza incontrare particolare resistenza.
I francesi sono pronti a portarsi a casa Alitalia a prezzi stracciati. Gli spagnoli potrebbero strapparci infrastrutture strategiche come la rete a banda larga, grazie all'operazione di Telefonica su Telco. E Bruxelles ha lanciato l'allarme: dal 2007 Roma ha perso 20 punti percentuali di produzione industriale: «Una vera deindustrializzazione».
LE RESPONSABILITÀ DELLA CLASSE DIRIGENTE. Le ragioni di questo processo non sono facili da capire. Non si possono incolpare la concorrenza né la crisi. Spagna e Francia, anche azzoppate dalla recessione, riescono a combattere per i loro interessi nazionali. E la Gran Bretagna, ormai senza grandi manifatture, ha trovato un'altra strada.
Di fronte a una tale eccezione, insomma, non ci sono più alibi, ma piuttosto molti colpevoli in casa. «Per essere un grande Paese bisogna pensare. E invece noi siamo un Paese stupido», ha affondato Gianfranco Viesti, docente di Economia internazionale e Politiche economiche europee all'Università di Bari. «Questo Paese non pensa e non si immagina nel futuro. Ma l'assenza totale di politiche industriali non è casuale», ha spiegato a Lettera43.it.

DOMANDA. Siamo i peggiori d'Europa?
RISPOSTA. In realtà abbiamo una struttura industriale molto più forte della Spagna. E siamo la seconda potenza manufatturiera dopo la Germania.
D. Solo che la Germania ha resistito alla crisi, e noi no.
R. La Germania è riuscita a riorganizzare la sua industria in maniera molto intelligente. Ha sfruttato gli investimenti in ricerca e innovazione, nonché il sistema di raccordo con la formazione delle scuole. Ma ha anche puntato sull'integrazione con l'Europa orientale.
D. In che modo?
R. Ha riorganizzato la filiera nei Paesi vicini, vendendo loro prodotti finiti. Oggi la quota di esportazioni verso la Slovacchia è pari al 25% del Pil tedesco. E l'industria non ha mai abbandonato il territorio.
D. La Gran Bretagna invece ha rinunciato alla produzione.
R. Londra ha imboccato un'altra strada: terziarizzazione e finanziarizzazione spinta. Io se fossi un inglese sarei preoccupato. Ma è comunque una strada.
D. Forse gli inglesi hanno anticipato un passaggio ai servizi che è fisiologico.
R. Uno spostamento dall'industria ai servizi è naturale. Ma mantenere una quota di manifattura è comunque importante.
D. La Francia in crisi ha i nostri stessi problemi?
R. Ha una struttura industriale molto equilibrata. Fondata da una parte sulla manifattura e dall'altra su parte dei servizi: distribuzione, assicurazioni, comunicazione. E poi sta lavorando a 34 progetti di nuova industrializzazione.
D. Il piano di Hollande secondo lei avrà successo?
R. Nessuno ha la bacchetta magica, non si può sapere. Siamo in un momento in cui ogni Paese prova a elaborare una strategia basandosi sui propri punti di forza.
D. E la strategia italiana qual è?
R. Appunto. Noi invece neanche ne discutiamo. Siamo l'unico Paese in cui non se ne parla. Poi ci svegliamo una mattina e Telecom diventa spagnola.
D. Cosa pensa di quest'operazione?
R. È preoccupante. Non c'è problema se Alitalia diventa straniera, dal momento che quando era pubblica era uno ostacolo allo sviluppo dei trasporti italiani. Ma la rete della banda larga è un amplificatore di sviluppo per altri settori.
D. Quali?
R. Il digitale, che è peraltro un settore che si adatta all'Italia. Il nostro Paese è pieno di creatività e di giovani che vogliono entrare nel mercato del lavoro. Ma noi vendiamo la rete che è un fattore abilitante per un nuovo sviluppo.
D. Altri Paesi non lo avrebbero fatto?
R. Gli Stati Uniti, considerati iperliberisti, non venderebbero mai alcuna delle loro infrastrutture strategiche. Non lo fanno con i porti, figuriamoci con le telecomunicazioni. E anche Francia e Germania le difendono, anche se in maniera meno sistematica.
D. Come si spiega questa differenza?
R. Noi italiani ci siamo raccontati delle favole.
D. Cioè? Non è un problema di modelli produttivi?
R. Certo, la nostra manifattura subisce la concorrenza cinese. Ma combatte e reagisce. Il problema piuttosto è che non si punta anche su nuove specializzazioni.
D. Perché?
R. Ci siamo raccontati che gli Stati nazionali non contano più. E abbiamo delegato all'Europa la responsabilità dei fondi per la ricerca e alle regioni il sostegno alle imprese, cancellando la prospettiva nazionale.
D. E di chi è la colpa?
D. In parte degli economisti. L'accademia italiana non tratta molto questi temi. Al contrario di Francia e Germania, da noi impera l'idea importata dagli Stati Uniti che lo sviluppo dipenda solo dal mercato: una sorta di ubriacatura ideologica. Che consente a chi vuole di approfittarne.
D. Come?
R. Da quanto tempo non si sente un piano industriale? L'ultimo fu il progetto di Pier Luigi Bersani Industria 2015: era il 2006. L'assenza di politica non è casuale.
D. Cosa intende?
R. Consente operazioni come quella dei 'capitani coraggiosi' di Alitalia che sarebbero impossibili in un Paese con una vera strategia industriale.
D. Perché altri Paesi non lo consentirebbero?
R. Facile: permette di difendere gli interessi forti dei grandi gruppi industriali, la cui ricchezza dipende dalla rendita e non dalla produttività.
D. Eppure non ci sono solo Alitalia e Telecom. Il resto del Paese?
R. La domanda interna che assorbiva due terzi della produzione italiana è crollata. Dal 2008 il Pil è caduto di nove punti percentuali e crescerà solo di tre punti nei prossimi tre. C'è un momento in cui la politica industriale è stata più indispensabile di oggi?

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