IL CASO 2 Dicembre Dic 2013 1431 02 dicembre 2013

Prato, imprese cinesi: le responsabilità che nessuno prende

Sindacati, Confindustria e mancati controlli: le colpe di tutti.

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Non sono solo i pratesi a sapere che ogni giorno dalle fabbriche cinesi di confezioni escono abiti made in Italy prodotti da schiavi made in China. Che dentro quelle aziende dai nomi italiani come Teresa Moda (quella in cui è scoppiato l'incendio che ha ucciso sette persone domenica 1 dicembre) i cinesi lavorano, vivono e muoiono, lo sanno tutti.
LE BATTAGLIE MANCATE. Eppure nella scala delle responsabilità che davanti a ogni tragedia si percorre con il dito puntato, i sindacati occupano uno dei primi gradini. Perché se a essere violati sono i diritti umani tout court, quelli dei lavoratori dovrebbero essere loro a tutelarli.
Dove sono? Che fanno? Perché non scendono in piazza per difendere anche i diritti di quelle persone che non indossano le felpe della Fiom né sventolano le bandiere della Cisl, ma sono comunque operai di questo Paese?
Femca e Filctem, le associazioni di categoria del settore tessile della Cisl e della Cgil non si tirano indietro e fanno un mea culpa.
L'ORA DEL MEA CULPA. «Non vogliamo negare le nostre responsabilità, anche il sindacato ha commesso degli errori, ma il vero problema è che noi non abbiamo gli strumenti per fare rispettare la legge», dice a Lettera43.it Sergio Gigli, segretario nazionale della Femca-Cisl. «Sappiamo esattamente quali sono le aziende dove non si rispettano le regole, ma dopo la nostra segnalazione sono la guardia di finanza e la polizia che devono agire: noi abbiamo le mani legate».
Le denuncia come una unica arma, quindi.

«L'illegalità ben nascosta ma nota a tutti»

Le aziende orientali a Prato, secondo la stima della Camera di Commercio locale, sono circa 5 mila.

Una linea rivendicata anche da Luca Barbetti, segretario generale della Filctem-Cgil Toscana.
«Ma è un'arma spuntata. Sono anni che denunciamo, le istituzioni ci avrebbero dovuto ascoltare di più. Queste sono situazioni di illegalità ben nascosta ma nota a tutti», spiega a Lettera43.it.
Il gioco di parole rende l'idea di quanto il sistema cino-pratese sia ben radicato.
LA MALAVITA ORGANIZZATA CINO-PRATESE. A Macrolotto, nella zona industriale di Prato dove si trovano i capannoni delle confezioni cinesi, il segretario nazionale Gigli ha provato ad andarci.
«Volevo entrare a parlare con questi lavoratori ma i colleghi del posto mi hanno sconsigliato di scendere dalla macchina», ricorda, «perché lì il problema non è solo il mancato rispetto delle norme di lavoro, ma il racket, la malavita organizzata cinese».
Quella che costringe i lavoratori a non aver nessun contatto con i sindacati. «Questi operai vivono segregati, non parlano italiano e anche quando escono dai capannoni sono difficili da avvicinare», racconta. «Qualche collega ci ha provato, ed è stato messo in guardia: 'Fatti gli affari tuoi, altrimenti...', si è sentito dire».
IL CORAGGIO CHE NON C'È. Intimidazioni davanti alle quali anche il sindacato «deve reagire e avere più coraggio».
Ma riuscire ad allargare le tutele anche a questi lavoratori non è così facile. Perché «in quelle fabbriche non abbiamo iscritti e se non c'è un delegato sindacale non possiamo entrare, sarebbe violazione della proprietà privata», aggiunge Barbetti.
IL RUOLO DI CONFINDUSTRIA. «Molte di queste aziende invece sono associate a Confindustria, e che cosa fa l'associazione? Prende solo le quote?», critica Gigli, ricordando quando Ivan Lo Bello, il presidente degli industriali della Sicilia disse: «Chi paga il pizzo fuori da Confindustria».
Ora forse sarebbe il caso di dire: «Chi non rispetta le regole e i diritti dei lavoratori lasci l'associazione».

Solo 2 aziende iscritte a Confindustria su 3 mila

Nel corso dei numerosi controlli intensificati negli ultimi anni dalle forze di polizia è emerso come spesso, all'interno dello stesso capannone, ci sia un numero di ditte maggiore dell'unità immobiliare che le contiene.

Il presidente della Confindustria pratese, Andrea Cavicchi, non ha problemi ad accogliere l'invito: «Noi da tempo stiamo cercando di fare un'opera di sensibilizzazione», dice a Lettera43.it.
«Ma in realtà tra gli iscritti abbiamo solo due aziende cinesi con 15 dipendenti, e a Prato sono ben 3 mila». Anche la Confederazione nazionale dell'artigianato (Cna) sta cercando di avvicinare questi imprenditori, «hanno già 80 iscritti, perché qui a Prato quelle cinesi sono realtà artigianali più che industriali».
I CONTROLLI MANCATI. E «l'associazione non è un organo di controllo: io devo sostenere le imprese. A sanzionarle se sbagliano devono invece essere le forze dell'ordine», ricorda.
Le quali però, con un certo «lassismo», «spesso sorvegliano più gli imprenditori italiani che quelli stranieri».
La riflessione su quanto è successo a Prato, tuttavia, deve essere più ampia ancora. «Qui c'è un problema di perdita della legalità che si è inserito in un distretto industriale che stava morendo», segnala il presidente degli industriali locali.
LA FILIERA CHE SERVE A TUTTI. C'è infatti un problema mai risolto, un compromesso che il Paese ha tacitamente accettato.
«Quel territorio ha sviluppato una ricchezza indotta e tutti hanno chiuso un occhio per far sì che il distretto industriale rimanesse lì, anche a costo di avere regole sommarie», ammette il sindacalista Gigli.
Per anni quel modus operandi «è stato utile alla stessa classe imprenditoriale pratese, che attraverso l'esternazione della manodopera ha costruito la propria fortuna», aggiunge Barbetti.
LE COLPE DISTRIBUITE. «Tutti hanno commesso degli errori», ricorda Cavicchi, che è anche presidente della Furpile Idea, azienda tessile fondata nel 1972 dal padre, «ma fare gli sceriffi ora e accusarsi a vicenda non risolve nulla, al massimo può portare dei voti».
A livello locale Confindustria e sindacati hanno più volte affrontato il tema insieme. «L'effetto dumping di questa situazione è sempre stato sotto gli occhi di tutti», dice Barbetti, «alla fine il trasferimento della lavorazione dalle aziende che rispettavano le regole a chi sfruttava i lavoratori ha danneggiato tutti».
Ma il confronto tra le parti sociali sulla ricomposizione della filiera del tessile, sulla tracciabilità dei prodotti non ha dato i risultati sperati: «Abbiamo scritto e sottoscritto degli impegni, che però sono rimasti sulla carta».
LA TRACCIABILITÀ NON BASTA. «Serve tempo», riflette Cavicchi. «A Buxelles abbiamo ottenuto il primo sì all'articolo 7 sulla tracciabilità dei prodotti, ma non dobbiamo dimenticare che le manifatture cinesi fatte a Prato sono comunque italiane, quindi non è con la tracciabilità che si risolve il problema. È il rispetto delle regole che bisogna pretendere».
Ma nemmeno questo è facile: perché «spesso gli imprenditori affittano i capannoni, superano tutti i controlli e operano secondo le regole, ma poi nel giro di pochi mesi li trasformano in posti di lavoro illegali», rileva.
UN PATTO TRA LE PARTI. Come si cambia? Con un monitoraggio più costante, «che le forze dell'ordine del territorio non riescono a garantire da sole: per questo chiediamo un intervento serio del governo», sintetizza il presidente di Confindustria.
Dopo l'ennesima tragedia, per risolvere il problema non bastano i mea culpa né i j'accuse: «Serve un patto per sradicare questa nuova schiavitù e per farlo Confindustria, governo, forze dell'ordine e sindacati devono lavorare insieme», conclude Gigli.

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