Dollari 140630175146
BASSA MAREA 30 Giugno Giu 2014 1648 30 giugno 2014

Se il crollo del Pil americano è uno scherzo

L'economia statunitense soffre. Mancano i consumi. Ma il -2,9% potrebbe essere dovuto a fattori esterni. Come il maltempo.

  • ...

L'economia Usa non dà segnali concreti di ripresa.

Noi abbiamo urgente bisogno di un’economia americana sana e robusta perché così esportiamo di più e perché così abbiamo un esempio virtuoso da seguire. I brutti dati sulla crescita dell’economia americana nel primo trimestre, +0,1% poi -1% alla prima revisione e poi -2,9% su base annua, sono stati accolti dalla maggioranza degli addetti ai lavori negli Stati Uniti con scetticismo, attribuiti alle pessime condizioni atmosferiche dell’inverno 2013-2014 e ad altri fattori irripetibili. Uno scherzo statistico. Questa anche l’interpretazione rimbalzata in Italia.
LA MANCANZA DI UNA VERA RIPRESA. A metà giugno questa rubrica metteva in guardia sui facili ottimismi con un articolo dal titolo «Stati Uniti ancora nella palude» e a qualcuno sarà sembrato forse eccessivo. Ma il +4,1% citato in tivù come modello anche da Matteo Renzi era un risultato trimestrale su base annua, quello del terzo trimestre 2013 e di trimestri simili nello stesso 2010 e nel 2011, mai però con lo stacco sicuro e duraturo di una vera ripresa. Risultato, la crescita dal 2009 a oggi è attorno al 2,2%. Una manna, l’avessimo noi. Ma lontano ancora dall’America «locomotiva» ed esempio per tutti. E comunque una situazione, fatte le debite differenze di ogni tipo, non agli antipodi di quella europea.
Come mai?
CONSUMI, CHI LI HA VISTI? Secondo un’analisi di due mesi fa del Levy Economics Institute di Bard College, piccola università dell’Hudson legata all’eredità di Hyman Minsky (americano di Chicago e cittadino onorario di Bergamo), è deficitario il pilastro principale della crescita: il consumo. Mentre gli altri, spesa pubblica keynesiana ed export, sono uno inesistente e l’altro insufficiente.
Sia Washington sia gli Stati, le contee e le città stanno seguendo da tempo una politica del rigore, fatto difficile da recepire da parte di alcuni in Italia perché romanticamente convinti che «l’America non farà mai austerità». Ma i dati parlano chiaro.
E insufficiente e in netto calo, dopo due anni di crescendo, si sta rivelando l’export, a causa della congiuntura globale.
INDEBITAMENTO COSTANTE. La stagnazione trentennale dei redditi della middle class e in sostanza del 90% degli americani (ricorda qualcosa di italiano?), accoppiata alle austerità dei bilanci pubblici, rende ancora più difficile affidarsi ai consumi, trainati solo da un crescente indebitamento. È l’effetto della growing inequality.
Nuovi dati usciti dopo lo studio del Levy Institute confermano l’approccio. Il debito delle famiglie, che col 2008 avevano drasticamente diminuito l’esposizione, cresce dal 2013. Dati di aprile hanno fatto vedere un buon trend degli acquisti. Ma altri dati della Federal Reserve indicano che sono stati finanziati a credito, con un balzo del debito in aprile del 10,2 % su base annua. Altre analisi indicano che l’indebitamento globale del sistema, pubblico e privato, è a un nuovo record storico, quasi 60 mila miliardi di dollari.
LE RAGIONI DELLA CRISI DEL 2007. Ora, la crescita del debito per finanziare consumi e investimenti altrimenti stagnanti è alla base della crisi del 2007. Anche oggi l’unico stimolo oltre al debito è quello offerto dalla Federal Reserve, ma le migliaia di miliardi di quantitative easing e i tassi a zero sembrano incapaci di arrivare all’economia reale se non come stimolo al debito, e ai record di Wall Street, una storia tutta di banche e finanziarie, mentre gli investimenti azionari delle famiglie sono ai minimi storici.
Un altro studio della Russel Sage Foundation conclude che «fino a tutto il 2013 almeno vi sono pochissimi segnali di un significativo recupero della perdita di ricchezza subita dalle famiglie americane durante la Grande Recessione». Il 10% più alto dei redditi ha spesso subito perdite secche ma ha recuperato, il 90% poco o nulla.
Infine un’analisi di Patrick Artus della banca d’affari e asset manager francese Natixis mette a confronto la stagnazione dei redditi reali e la crescente diseguaglianza da un lato con il robusto aumento dei consumi dall’altro.
LA POLITICA IPERESPANSIVA DELLA FED. La politica iperespansiva della Fed ha facilitato l’indebitamento, come già dalla fine degli Anni 90 al 2007, mentre il tasso di risparmio salito dopo il 2007 ha ripreso a scendere dalla fine del 2012. Ma che succede se la politica iperespansiva, come sta accadendo, rallenta? Succede che la fondamentale componente consumi del Pil americano, pari al 70-75% del totale, non è garantita.
Intanto due considerazioni, una preoccupante (forse) e una un po’ più positiva, in attesa a fine luglio del Pil del secondo trimestre, e successive revisioni.
Un -2,9% si iscrive, nella lista dei 25 risultati trimestrali peggiori, a quota 17 tra il -10,37% del primo trimestre 1958 e il -1,73% del quarto trimestre 1969. Quindi, si è visto di peggio. Ma tutti questi trimestri negativi sono stati all’inizio o nel corso di una recessione.
IL FATTORE MALTEMPO. Il maltempo eccezionale che ha colpito aree con 187 milioni di abitanti su 320 milioni è stata però una realtà, e ha rallentato l’economia. Così come gli effetti frenanti, non si capisce bene ancora come e perché, dell’Obamacare (la riforma sanitaria) sulla spesa medica sono stati considerati solo nella seconda revisione quando sono arrivati i fatturati a campione di ospedali e centri medici e farmaceutici.
Quindi, la crescita Usa non è una garanzia, ma il -2,9 può darsi sia stato uno «scherzo».

Correlati

Potresti esserti perso