Economia 1 Luglio Lug 2014 1022 01 luglio 2014

Semestre Ue, le 4 sfide di Renzi

Flessibilità, fondi strutturali, emigrazione e... i punti su cui il premier fa leva per coniugare il futuro dell'Italia a quello d'Europa.

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Da oggi 1 luglio l’Italia guida il prossimo semestre di presidenza europea. A differenza dei suoi predecessori Matteo Renzi presenterà ai partner una lista di obiettivi concisi, nella speranza di respingere i paletti che già hanno paventato i Paesi del Nord, Germania in testa. Ecco le quattro sfide, con le quali il premier vuole coniugare il futuro dell’Italia a quello del Vecchio Continente. TRA RIGORE E FLESSIBILITÁ

L'ultimo Consiglio europeo non è stato di buon auspicio. Anche perché la Merkel ha imposto ai partner di applicare sul versante della flessibilità soltanto le scappatoie previste dal Fiscal Compact e dal Sixt Pack. E in teoria non sarebbero neppure poche. Eppure Matteo Renzi andrà per la sua strada e chiederà ai partner di rendere meno stupida l'applicazione del patto di stabilità. Il premier italiano non ha intenzione di abbassare il tetto del 3%. Chiede che il deficit Pil sia calcolato tenendo conto delle riforme fatte, degli investimenti e del ciclo economico in atto. In più, vuole maggiori aiuti ai Paesi in fase di turn-around. Al riguardo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Del Rio, ha spiegato al Corriere della Sera: «La richiesta di maggiore flessibilità vuol dire che quando si calcola il deficit non viene considerata, o meglio viene considerata flessibile, una parte della spesa. Di fatto si allenta il patto di Stabilità. Può essere fatto per il cofinanziamento, cioè i soldi che l'Italia è obbligata a spendere per utilizzare i tondi europei. Parliamo di una cifra intorno ai 7 miliardi di euro l'anno. Ma c'è anche la clausola degli investimenti, che consentirebbe di lasciare fuori dal calcolo spese ad alto impatto sociale, come la messa in sicurezza delle scuole o del territorio. In totale, stando ai calcoli di Palazzo Chigi, si potrebbe recuperare in questo modo risorse pari ad almeno dieci miliardi l'anno».
SALVARE I FONDI INFRASTRUTTURALI
Il ministro per le politiche comunitarie, Sandro Gozi, si è affrettato a smentire che l'Italia abbia nel cassetto un piano da 240 miliardi per le infrastrutture. «Quello», ha detto il plenipotenziario del premier a Bruxelles, «è un progetto francese». Questo perché Matteo Renzi ha altre priorità: deve trovare una soluzione, visto che nell'ultimo decennio abbiamo bruciato qualcosa come mezzo miliardo in fondi Ue. Infatti o mancano le risorse per il confinanziamento oppure gli adempimenti burocratici sono tali e tanti che slittano i tempi per rispettare i termini dei bandi. Ma è sul primo puntoche Roma sta forzando Bruxelles. La proposta italiana al riguardo è semplice e si articola in due parti: da un lato si chiede all'Europa di non inserire i fondi strutturali nel calcolo del patto di stabilità interno; dall'altro si punta a ridurre il livello di cooperazione dei Paesi membri. Sempre in questa direzione, il vero numero due di Renzi, Graziano Del Rio, ha rilanciato sull'uso dei project bond. L’Italia poi chiede l’autorizzazione di usare parte dei fondi strutturali (quelli del monte Fsr in particolare) per sovvenzionare le politiche del lavoro. In questo modo, e assieme al sistema del Fse, la lotta alla disoccupazione potrebbe contare su risorse superiori ai centomiliardi.
IL PIANO PER L'ECONOMIA REALE
Bruxelles, si sa, ha un approccio schizofrenico verso la grande manifattura. Da un lato, c'è la ferra opposizione agli aiuti di Stato o agli interventi che potrebbero drogare la concorrenza. Dall'altro, si muove con meno remore soltanto quando sono da lanciare piani di salvataggio verso i settori strategici più colpiti dalla crisi (è già successo con l'acciaio o con le banche). Per incentivare la ripresa Renzi ha inserito anche una piattaforma per il rilancio dell’industria manifatturiera. L'obiettivo è quello di estendere i fondi per la parte di ricerca e sviluppo nel tentativo di aumentare la competitività e di limitare la delocalizzazione verso i Paesi dove si fa dumping. In quest'ottica il governo italiano vuole trattare a livello comunitario i ritardi nello sviluppo dell’agenda digitale (partendo dal digital divide tra i Paesi membri) e la nascita di un sitema integrato dell'energia. Al riguardo la crisi ucraina, secondo Palazzo Chigi, rende necessari maggiori investimenti per l’interconnessione delle reti e per la riconversione della produzione elettrica verso le fonti rinnovabili.
LA UE DELL'IMMIGRAZIONE
 Matteo Renzi ha un'idea molto romantica dell'Europa. Nel messaggio che apre il sito del semestre italiano di presidenza europea, ha chiesto con un pizzico di retorica: «Non provate un brivido pensando di essere chiamati oggi a realizzare quel sogno degli Stati Uniti d'Europa, avuto da quella generazione che nelle macerie del dopoguerra inizia la creazione di un nuovo soggetto?» E la sua risposta è che «il tema dell'Europa è dire ai nostri figli, noi che siamo la generazione Erasmus, che è possibile che l'Europa oggi sia il luogo in cui è possibile la speranza». Anche per questo chiederà ai partner una nuova politica sull'immigrazione. Per il premier l'Europa dovrebbe dotarsi di una struttura che coordini le risorse e le politiche per questo capitolo. L'obiettivo è non abbandonare i Paesi che come l'Italia sono lasciati soli a gestire i flussi migratori e le emergenze umanitarie. All'ultimo Consiglio europeo questa linea è stata ridimensionata dai partner. I Ventotto hanno deciso di dare a Frontex, l'agenzia che vigila sulle frontiere comuni, il compito di formare un apposito corpo di polizia. Ma non hanno voluto modificare le regole per facilitare le richieste per ottenere lo status di rifugiato. L'ex sindaco di Firenze è pronto a dare battaglia. «Se ci diranno no sull'immigrazione», ha fatto sapere, «risponderemo tenetevi la vostra moneta, ma lasciateci i nostri valori».

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