Economia 2 Luglio Lug 2014 1006 02 luglio 2014

4 Ipo da seguire oltre Alibaba

Michaels companies, Moko social media, Xuniei, Servicemaster sono le quotazioni oscurate dal debutto sui listini del colosso dell'e-commerce. Che però hanno le carte per essere una scommessa vincente.

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Per molti investitori l’unica quotazione che valga la pena seguire quest’anno a Wall Street è quella, attesissima, del colosso cinese dell’e-commerce Alibaba. Il fatto che Alibaba abbia scelto, come aveva fatto Twitter a novembre il New York Stock Exchange anziché il listino tecnologico Nasdaq è diventato un casus belli, la data della quotazione è oggetto di speculazioni (qualcuno dice l’8 agosto, perché 8/8 è un numero fortunato) e le cifre sono al centro di un continuo gioco al rialzo (secondo gli analisti Alibaba potrà raccogliere fino a 26 miliardi di dollari, cifra che ne farebbe schizzare il valore fino a 220 miliardi). LE CHIACCHIERE E I MEDIA NON FANNO IL SUCCESSO DI UNA QUOTAZIONE Ma il fatto che un’Ipo sia grande, chiacchierata e spettacolare non è una garanzia di successo: negli ultimi anni sono state svariate le maxi quotazioni che si sono rivelate, almeno nell’immediato, un buco nell’acqua. Si pensi al flop di Facebook, penalizzata da una serie di errori tecnici al Nasdaq, alla delusione del produttore di videogiochi online Zynga e alla stessa Twitter, che pur essendo andata bene il giorno del debutto in Borsa, viaggia ora a un valore dimezzato rispetto al massimo delle ultime 52 settimane. Se è vero che quotazioni più piccole non sono comunque una garanzia di successo, è vero anche che hanno caratteristiche tali da renderle meno problematiche, per esempio hanno un prezzo di collocamento meno influenzato dall’attenzione mediatica e più legato ai fondamentali. E allora ecco quattro Ipo “oscurate” da Alibaba, ma che probabilmente saranno una scommessa vincente. Parola di esperti. 1. MICHAELS COMPANIES, SCOMMESSA SUL RETAIL Secondo molti non è esattamente una gemma nascosta, soprattutto a causa dell’alto debito (3,5 miliardi di dollari alla fine del 2013). Tuttavia, la catena di negozi di “arts and crafts”, arti e mestieri, ha il vantaggio di essere controllata da due colossi del private equity, Bain Capital e Blackstone Group, che l’avevano rilevata per 6 miliardi di dollari e tolta da Wall Street otto anni fa. La società ha un flusso di cassa costante e l’anno scorso ha messo a segno vendite per 4,2 miliardi di dollari, in rialzo del 4% dal 2012. Il vantaggio è che Michaels ha in programma una forte espansione, che passa per l’apertura di 50 nuovi punti vendita e che potrà fare crescere il fatturato e calare il debito. L’Ipo punta a raccogliere 500 milioni di dollari. 2. MOKO SOCIAL MEDIA, INTERNET SÌ, MA REDDITIZIO A differenza di altre più note rivali del settore internet e social, il segreto della newyorkese Moko è la capacità di generare fatturati interessanti: l’anno scorso ha messo a segno un giro d’affari da 5,4 miliardi di dollari, che ha in qualche modo bilanciato le perdite per 5,8 milioni di dollari. La società, dicono gli esperti, ha in mano il Santo Graal dell’internet moderno: è specializzata in pubblicità sui social network. Con l’Ipo punta a raccogliere una cifra modesta, circa 10 milioni di dollari, ma date le somme esorbitanti pagate per società come Oculus (specializzata in realtà aumentata e comprata da Facebook per 2 miliardi di dollari) e Beats Electronics, comprata da Apple per 3 miliardi, è probabile che dopo l’Ipo anche Moko finisca nel mirino di qualche grande società. 3. XUNIEI, CON ALIBABA CONDIVIDE SOLO LA PROVENIENZA Xuniei è cinese, di Shenzen, e qui finiscono i punti di contatto con Alibaba. Si occupa di servizi di download digitale e in passato è finita nella bufera quando nel 2011 un gruppo di hacker ha utilizzato i suoi software. Quella è acqua passata. Xuniei, che proprio quell’anno doveva quotarsi in Borsa ma ha preferito rimandare, ora ci riprova e lo fa partendo da un fatturato da 175 milioni di dollari nel 2013 (una cifra relativamente bassa, ma non se si considerano le dimensioni del gruppo). Il suo vantaggio è di avere attività molto diversificate e versatili, come dimostra il fatto che produce app per iOS, il sistema operativo di Apple, Android, il sistema di Google usato da Samsung, e per altre piattaforme. 4. SERVICEMASTER, POCO GLAMOUR MA EFFICACE ServiceMaster Global Holdings ha un nome altisonante, che per gli americani è una garanzia perché controlla divisioni da cui escono prodotti che finiscono in tutte le case: i pesticidi Terminix, gli impianti di sicurezza American Home Shield e la società di pulizie Merry Maids. Qualcuno la considera l’anti-Alibaba: i servizi e prodotti che offre non sono glamour e non è legata ad app o a social network. Eppure è riuscita a costruire un impero solido, che punta ora a sbarcare in Borsa: ServiceMaster punta a raccogliere 700 milioni di dollari, che saranno utilizzati per lo più per ripagare il debito e consentiranno di fare salire il valore della società (quando è stata rilevata nel 2007 da una cordata di private equity valeva 4,7 miliardi di dollari).

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