Otmar Issing Economista 140702144319
L'ANALISI 3 Luglio Lug 2014 0602 03 luglio 2014

Eurozona, Issing sulla flessibilità

La ricetta dell'ex falco della Bce.

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Il mantra di Matteo Renzi è «riforme, flessibilità, crescita».
Il premier-rottamatore lo ha recitato per convincere i 28 leader del Consiglio europeo (Angela Merkel in primis) e ribadito nel suo discorso inaugurale all'Europarlamento per il semestre europeo a guida italiana, di fronte alla nuova assemblea eletta alle Europee del 2014.
I PALETTI TEDESCHI. Ma dalla Germania, ai sorrisi possibilisti e alle blande aperture della cancelliera («Renzi è un premier di grande successo») si alternano i continui richiami al rigore da parte di pezzi da novanta della politica e dell'economia.
Il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, deus ex machina della politica economica non solo tedesca, difende lo status quo: «Più flessibilità? Non ne ho mai sentito parlare in Europa dal premier italiano né da nessun altro. Come dico sempre, non dobbiamo parlare di modifiche delle regole attuali, ma dobbiamo rafforzarle».
Il falco a capo della Bundesbank Jens Weidmann (ex sherpa di Merkel) è stato ancora più categorico: «Ammorbidire il patto di Stabilità e crescita», ha ammonito, «sarebbe fatale, potrebbe scatenare massicce scosse nell'Eurozona».
ISSING, IL SILENZIO DEL FALCO. Sentito da Lettera43.it, l'ex capo economista della Banca centrale europea (Bce) Otmar Issing, tra gli architetti dell'euro ed anche ex capo economista della Bundesbank, sull'operato e i propositi di Renzi ha preferito non rispondere. Eguale no comment alla domanda su eventuali «responsabilità della Bce e dei leader Ue nel progetto dell'euro in via di fallimento» e su una sua «valutazione del lavoro e della linea dell'attuale presidente dell'Eurotower di Francoforte Mario Draghi», incluso il ricorrere a «misure non convenzionali».
«AVANTI CON LE RIFORME». Ma sulla via europea per uscire dalla crisi Issing è inflessibile, specie dopo il voto del 24 maggio.
«Il risultato elettorale, tutto sommato prevedibile, è un grido d'allarme. Così non si può più andare avanti», spiega Issing. «Il successo degli euroscettici sprona i governi a non allentare la presa sulle riforme».
Invece di criticare la politica d'austerity proposta da Merkel come soluzione per gli Stati indebitati, «non si dovrebbe dimenticare che la cancelliera ha già fatto molte concessioni».

Gli slogan contro l'euro sono «pericolosi per l'Ue»

Dalle finestre del Centro per gli Studi finanziari (Cfs) che presiede alla Goethe University di Francoforte, Issing vede l'Eurotower della Bce allontanarsi sempre di più dall'ortodossia della Bundesbank, mischiando economia e politica.
MONETA UNICA «PREMATURA». Sull'euro, l'esperto di politiche monetarie additato come un «falco» ammette che, alla fine degli Anni 90, «l'introduzione della valuta unica nell'Ue è stata prematura e condivisa da Paesi troppo eterogenei tra loro».
La conseguenza è stata che «da un bel pezzo esiste l'Europa a due velocità» che Merkel, al termine dell'ultimo vertice di Bruxelles del 27 giugno scorso, ha indicato come «possibile». Di fatto, per Issing invece di unire ormai «l'euro divide l'Ue in due gruppi».
ALLARME POLARIZZAZIONE. Ma il custode dell'ortodossia che vuole la finanza separata dalla politica è anche uno degli ultimi a sostenere, citando il padre fondatore dell'Ue Jean Monnet, che nell'Unione europea delle divisioni e dei campanili «bisognerebbe ripartire dalla cultura».
Gridare in massa, come fanno i populisti, all'uscita dall'euro, prendendosela con la dottrina del rigore tedesca, è dunque sbagliato, perché «crea una polarizzazione molto pericolosa, economica e politica».
L'alternativa all'euro malfatto non è il ritorno a un supermarco contro la lira. Ma il prosieguo dell'imperativo delle riforme strutturali. Insomma, le regole non vanno cambiate. «Ultimamente lo stato di salute dell'Eurozona», valuta Issing, «è migliorato, soprattutto in Paesi come Spagna e Portogallo, dove sono state condotte in porto riforme decisive».
PAREGGIO DI BILANCIO NEL 2015. Alla fine dei conti, basta che Renzi faccia le riforme che vuole la Germania.
Al netto degli slogan sulla flessibilità, nella sostanza all'ultimo Consiglio europeo il premier-rottamatore, per incassare uno «Ja» della cancelliera sul «miglior uso flessibile, Paese per Paese, del patto di Stabilità», ha dovuto approvare davanti agli altri 27 leader un documento ufficiale che raccomanda all’Italia il pareggio di bilancio «entro il 2015», da raggiungere a colpi di tagli e riforme.
L’opposto dello slittamento al 2016, chiesto in una lettera, pochi mesi prima, dal suo ministro all'Economia Pier Carlo Padoan alla Commissione Ue.

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