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INTERVISTA 4 Luglio Lug 2014 1410 04 luglio 2014

Lavoro, Nadio Delai: «Gli incentivi servono a poco»

ll sociologo Delai: si alla formazione.

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Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, lo ripete in continuazione. Forse sperando, a parole, di invertire una tendenza che negli ultimi anni si è trasformata in una piaga sociale: «Facciamo largo ai giovani» è il suo mantra.
La disoccupazione giovanile resta, infatti, uno dei mali atavici dell'Italia, malgrado le ultime stime dell’Istat parlino di una diminuzione dello 0,3%. I giovani fra i 15 e i 24 anni senza lavoro sono oggi 700 mila, il 43% del totale, 64 mila in più rispetto a 12 mesi fa.
FLOP DEL BONUS LETTA. A nulla, per ora, sembrano essere serviti gli strumenti che gli ultimi governi hanno provato a utilizzare per «cambiare verso» al problema.
Il bonus per le assunzioni messo in campo nel 2013 dal governo di Enrico Letta, che a fronte di uno stanziamento di 794 milioni di euro avrebbe dovuto portare nel biennio 2013-15 alla creazione di 100 mila nuovi posti di lavoro, si è rivelato un flop.
L’agevolazione, pari a un terzo della retribuzione (fino a un massimo di 650 euro al mese) per 18 mesi, ha portato a risultati poco incoraggianti: al 23 giugno, dicono i dati resi noti dall’Inps, le domande di prenotazione sono state appena 28.606 (5.499 delle quali scadute).
DUBBI SU GARANZIA GIOVANI. Non va meglio neanche se il focus si sposta sul piano europeo Garanzia Giovani, partito in Italia il 1 maggio, che secondo Poletti dovrebbe portare 900 mila giovani ad entrare nel mondo del lavoro nei prossimi due anni. Stando all’ultimo report, pubblicato il 4 luglio, a fronte di 110.333 registrazioni già effettuate i posti disponibili sono 'solo' 4.068. Colpa, in questo caso, delle Regioni (soprattutto quelle del Mezzogiorno), che stanno accumulando inspiegabili ritardi nella fase di lancio di un progetto per cui il nostro Paese ha incassato da Bruxelles 1,5 miliardi di euro.
«SEGUIAMO IL MODELLO TEDESCO». Ha dunque ancora senso pensare di invertire il trend con strategie simili?
«Se il Paese fatica a crescere gli incentivi sono utili, ma servono a poco», dice a Lettera43.it Nadio Delai, sociologo, ex direttore generale del Censis e oggi presidente di Ermeneia.
Il problema, secondo lui, risiede nel fatto che «in Italia manca un efficace sistema di giunzione tra la formazione e il lavoro». Perciò «serve un sistema alla tedesca che permetta di andare oltre soluzioni temporanee non più sufficienti».

Nadio Delai, sociologo e presidente di Ermeneia (©ImagoEconomica).

DOMANDA. La disoccupazione giovanile scende dello 0,3% rimanendo, però, una delle più alte d’Europa. A poco, per il momento, sono serviti gli incentivi alle assunzioni.
RISPOSTA. Se un imprenditore si trova a operare in un mercato che non cresce, strumenti simili possono essere utili, ma non lo convincono ad assumere nuovo personale. Il problema è un altro.
D. Quale?
R. Abbiamo un sistema di giunzione tra la formazione e il lavoro ancora troppo fragile se non assente. Oggi gli uffici del lavoro collocano più o meno il 2% delle persone che entrano nel mercato: è come se non ci fossero. E anche i sistemi fai-da-te non funzionano.
D. Qual è allora la soluzione al problema?
R. Le giunzioni non hanno bisogno solo della buona volontà ma anche, e soprattutto, di un sistema vero, alla tedesca.
D. In che cosa consiste?
R. Serve personale selezionato e formato per fare quel determinato tipo di mestiere. Non si può dire a un insegnante di fare un po’ di orientamento. È una percorso sbagliato.
D. Vanno coinvolti anche i privati?
R. Certamente. Anzi io dico poco pubblico e molto privato. Ci deve essere un sistema organizzato che permetta, come avviene in Germania, di capire qual è il 'curriculum nascosto' di un lavoratore, cioè le abilità non dichiarate.
D. Basterebbe questo a creare occupazione?
R. Non sarebbe sufficiente, ma rappresenterebbe comunque un inizio. Lo Youth Guarantee, per esempio, è un atto di buona volontà, ma non è la soluzione al problema. Al fianco del sistema scolastico ne va creato uno di giunzione che funzioni. Le soluzioni a tempo non sono più sufficienti.
D. I provvedimenti finora messi in campo dal governo Renzi la convincono?
R. Bisognerà vedere a quali risultati porteranno. Lo sforzo messo in atto è apprezzabile, ma serve una scossa. Anche perché la platea interessata si allarga se guardiamo a quelle persone che perdono il posto e che devono essere aiutate a reinserirsi.
D. A quelle, nella maggior parte dei casi, pensa la cassa integrazione.
R. Cioè un sussidio di disoccupazione prolungato che ormai non regge più.
D. L'alternativa?
R. Bisogna favorire politiche del lavoro attive, altrimenti saremo perennemente destinati a perdere. In questo caso, però, il discorso non riguarda solo la classe dirigente italiana, ma più in generale quella europea.
D. Cioè?
R. Negli ultimi anni, nelle classi dirigenti europee, ho visto prevalere quello che io chiamo il «pensiero gregge»: tutti la pensano alla stessa maniera nello stesso momento.
D. Si spieghi meglio.
R. Quando tutti erano per la globalizzazione, la competizione e il liberismo si recitava un’unica messa cantata e si parlava di un mondo che cresceva con risultati positivi per tutti.
D. Poi qualcosa si è rotto.
R.
Quando il giocattolo è andato in frantumi c’è stato uno spaesamento generale, poi, con qualche vocina timida fuori dal coro, ci si è votati al rigore.
D. In questo senso, il presidente del Consiglio sta provando a invertire la tendenza.
R.
Il percorso per uscire da questo circolo vizioso è impervio. Si tratta di una specie di coazione a ripetere di lentezza e inefficienza che rischia di distruggere il 'mercato' della politica e che non porta ad affrontare il tema della disoccupazione da un altro punto di vista.
D. Quale?
R. È vero che oggi ci sono lavori quantitativamente minori e qualitativamente peggiori, ma è comunque meglio lavorare che rimanere in attesa di una futura occupazione più qualificata.

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