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EUROZONA 4 Luglio Lug 2014 1520 04 luglio 2014

Ue, Bundesbank: il declino del rigore di Berlino

Il lento declino dei banchieri tedeschi.

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Il presidente della Bundesbank Jens Weidmann.

No ai soldi per la crescita prima delle riforme in Italia. No alle misure straordinarie della Banca centrale europea (Bce) per la ripresa, che mischiano finanza e politica. No al salario minimo garantito in Germania, che aumenta il costo del lavoro per le imprese.
Il 3 luglio è stata una giornata da dimenticare per la Bundesbank, la Banca centrale tedesca che, a Francoforte, vede come mai prima d'ora insidiata la sua cabina di controllo delle politiche economiche nazionali e di Bruxelles.
NON PIÙ SOLO RIGORE. In Europa, con l'avanzata degli euroscettici e il buon risultato alle Europee 2014 del Partito democratico e i socialdemocratici (Spd) in Italia e in Germania, s'è concretizzata un'Ue critica verso le politiche di solo rigore, guidata dal tedesco Martin Schulz all'Europarlamento e dal cristiano-democratico, Jean-Claude Juncker, in Commissione europea.
DIETROFRONT DI MERKEL. A Berlino poi, il premier Matteo Renzi ha come alleato la Spd al governo nella Grande coalizione con Angela Merkel, la quale, per quanto abbia dichiarato in campagna elettorale nei panni di esponente della Cdu-Csu che «l'Ue non sia un'Europa sociale», come capo di un esecutivo bipartisan, non può che appoggiare Juncker. E in casa propria, sdoganare riforme di sinistra, come garantire il salario minimo e abbassare l'età pensionabile per determinate categorie di lavoratori.
L'ASSE PRO FLESSIBILITÀ. Sostanziose concessioni che la Bundesbank vede come il fumo negli occhi: distrutta una diga se ne potrebbero rompere altre.
Basta che Renzi, in combutta con la Spd, si saldi in un asse pro flessibilità, per esempio con la Francia del socialista di François Hollande per stringere in un angolo gli inflessibili banchieri tedeschi.
BCE: SOLDI ALLE BANCHE. Specie con il capo della Bce, l'italiano Mario Draghi, che da quel rigoroso alla tedesca che era, ora fa sempre più l'americano, imitando le misure della Federal reserve Usa.
SuperMario, dall'Eurotower della Bce, dispensa in anticipo, in cambio di «riforme strutturali», 1.000 miliardi di euro a lungo termine alle banche, vincolandoli al credito di famiglie e imprese, dopo aver fatto incetta di titoli di Stato sul mercato secondario. Ecco perché anche Draghi è un altro nemico della Bundesbank.

Attacco agli ultraortodossi del rigore anche dalla cancelliera tedesca

Angela Merkel e Matteo Renzi.

A giudicare dalle ultime sue mosse, pure Merkel sembra aver realizzato che, solo aprendo a sinistra, la sua leadership politica può essere garantita in Germania e come guida dell'Ue, passando da paladina dell'austerity ad abile mediatrice tra falchi e colombe.
Inevitabile, dunque, che, nella giornata nera dell'ortodossia rigorista, l'attacco della Bundesbank sia stato a 360 gradi, ben oltre che limitato all'insubordinazione di Renzi.
SCONTRO RENZI-WEIDMANN. Non solo, infatti, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha avuto parole acide contro il premier-rottamatore («Renzi dice che la fotografia dell'Europa è il volto della noia e ci dice cosa dobbiamo fare»), aprendo un qui pro quo con Roma («Se la Bundesbank pensa di farci paura forse ha sbagliato Paese. Sicuramente, ha sbagliato governo», ha ribattuto il presidente del Consiglio).
SALARIO MINIMO CONTESTATO. Dalla stessa tribuna del Consiglio economico dell'Unione dei cristiano-democratici tedeschi (Cdu-Csu) Weidmann (ex sherpa di Merkel) ha bacchettato il suo governo per la legge - approvata il 3 luglio a stragrande maggioranza dal Bundestag - che fissa il salario minino di 8,5 euro all'ora per tutti i lavoratori.
«Anche quando le esperienze di altri Paesi non hanno mostrato l'aumento automatico della disoccupazione con l'introduzione di un minimo salariare, la minaccia è comunque di gravare le dinamiche occupazionali», ha contestato il presidente della Bundesbank, andando contro il potere esecutivo, legislativo e anche contro la volontà di nove tedeschi su 10, che in un sondaggio commissionato dalla tivù pubblica Ard si sono detti favorevoli alla tariffa base nazionale.
GLI INTERESSI CORPORATIVI. Le associazioni di categoria - che nella Germania della media e grande impresa rispondono ai dettami economici della Bundesbank - hanno lamentato un aumento nel 2015 degli stipendi per 3,7 milioni di impiegati, per un costo tra i 9 e i 10 miliardi di euro dei datori di lavoro.
All'alta finanza tedesca non vanno giù le misure che minano i profitti delle loro corporazioni. E che, come l'interpretazione flessibile del Patto di Stabilità in Europa e l'abbassamento dell'età pensionabile a 63 anni per chi ne ha 45 di contributi (approvato dal Bundestag il 23 maggio) in Germania, fanno aumentare la spesa pubblica.
BERLINO VUOLE LA CRESCITA. Quanta influenza abbiano, a questo punto, i falchi di Weidmann, è da vedere. Esplosa la crisi diplomatica tra Roma e Francoforte, l'ufficio della cancelliera non ha commentato.
Alla kermesse di Cdu-Csu, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, Richelieu delle politiche economiche tedesche ed europee, non poteva che prestarle il fianco. «Bisogna attenersi a quello che è stato concordato. Ho parlato con Pier Carlo Padoan». Ma con un distinguo. «La Germania rifiuta il tema della flessibilità. Ma abbiamo bisogno di crescita», ha detto, «e di investimenti».

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