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EDITORIALE 6 Luglio Lug 2014 1200 06 luglio 2014

Renzi, concentrati su fisco, debito e lavoro

Le tasse tengono al palo i consumi. E la disoccupazione sale. L'Italia continua a essere la Cenerentola d'Europa.

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Matteo Renzi a Bolzano (5 luglio 2014).

Ci sono tre indicatori, in questa Italia Cenerentola europea della ripresa, che continuano inesorabilmente a salire.
Sono quelli del debito, che ogni mese macina inesorabili record (siamo a un passo dalla soglia dei 2.200 miliardi di euro), della pressione fiscale e del lavoro.
Che non solo scarseggia, ma sta allargando la forbice tra quelli che ce l'hanno e quelli che lo vorrebbero trovare, includendo tra questi ultimi quel 42% di giovani in cerca di occupazione, il che la dice lunga sulla insormontabilità delle barriere di ingresso.
POLITICA IMPANTANATA. Ora, sarà bello, utile e appassionante parlare di Italicum e riforma del bicameralismo perfetto, ovvero i temi che da settimane tengono impantanata la vita politica in una palude fatta d'inedite alleanze trasversali tra sostenitori e oppositori di Matteo Renzi.
Altrettanto proficuo parlare di riforme, quelle della Pubblica amministrazione e della Giustizia in primis, visto che sono un deterrente allo sviluppo del Paese e agli investimenti che vi possono arrivare.
URGONO PRIORITÀ. Ma forse, invece che mettere tutto nel mucchio con la conseguenza di creare affollati ingorghi (un conto è annunciare i provvedimenti, un conto il loro iter attuativo che la burocrazia rende solitamente lungo e complesso), il presidente del Consiglio pur nella sua giusta frenesia di cambiamento, dovrebbe darsi delle priorità.
Non basta, come ha fatto, allungare da 100 a mille giorni l'agenda di governo facendola sostanzialmente coincidere con la fine della legislatura.
Nel vasto panorama delle cose da cambiare, ce ne sono alcune che richiedono maggiore attenzione e urgenza. E sono appunto quelle di cui i succitati indicatori segnalano l'estrema gravità.
LA ZAVORRA DEL DEBITO. Cominciamo dal debito, la zavorra che anche il più decisionista dei premier si porta dietro e con cui deve fare i conti perché è diventata il tallone d'Achille che l'Europa usa per dire picche alla flessibilità sui parametri, ovvero il mantra che l'ex sindaco di Firenze, ora presidente del Semestre Ue, cavalca a ogni occasione.
Il debito italiano richiede una cura drastica per essere portato come primo obiettivo sotto il 100% del in rapporto al Pil, per poi scendere nel corso degli anni verso quel 60% che è la soglia che una delle clausole del Fiscal compact ci impone.
DEL RIO E GLI EUROBOND. Le ricette sono varie e tutte discutibili e discusse: si va dal prelievo patrimoniale (che non dispiace a sinistra), al draconiano taglio della spesa (che piace a destra, almeno quella non populista) alla massiccia alienazione di beni pubblici, a operazioni di ingegneria finanziaria come potrebbero essere le cartolarizzazioni sugli immobili, fino all’ultima proposta del sottosegretario Del Rio che ripesca dal cassetto la soluzione eurobond, fin qui per altro sonoramente bocciata dei tedeschi.
POCHI STIMOLI DI CRESCITA. Ognuna di queste ricette costituisce una medicina amarissima, ma non ci sono alternative perché, anche se la discesa dello spread consente di risparmiare sugli interessi, lo stock del debito è talmente alto che non lascia alcun margine a quanti invocano, keynesianamente, investimenti pubblici di stimolo alla crescita.
DISOCCUPAZIONE SEMPRE IN SALITA. Capitolo lavoro. Nonostante le politiche messe in atto, la disoccupazione continua a crescere e sono i giovani quelli che ne pagano più dazio.
Il fallimento sui voucher voluti dal governo Letta per favorire il loro inserimento dimostra che misure placebo non servono.
Per convincere un imprenditore ad assumere in un contesto che rimane recessivo, occorre una radicale detassazione del costo del lavoro. Detto in soldoni, per almeno tre anni chi assume giovani non deve pagare oneri fiscali e contributivi e deve poter disporre di una totale (a eccezione dei licenziamenti discriminatori) flessibilità in uscita.
L'INSICUREZZA DELLE AZIENDE. Solo così, forse, un'azienda può considerare vantaggioso lo scambio tra l'insicurezza sulle prospettive dell'economia da cui dipende il suo operare sui mercati di riferimento e le condizioni di estremo vantaggio cui può accedere nell'assorbire forza lavoro.
VOGLIA DI BANDA LARGA. Altro fronte su cui Renzi deve accelerare, l'agenda digitale. Siamo ancora troppo indietro sulla diffusione delle banda larga, cosa che limita l'enorme potenziale di creazione di lavoro che offre la Rete.
Il ritardo crea un corto circuito letale per cui, allo stato attuale, l'economia digitale pesa di più per il suo effetto di disintermediazione che cannibalizza interi settori del mondo del lavoro.
Detto più banalmente, è che come se Internet ammazzasse le vecchie occupazioni senza creare i presupposti per l'affermarsi di nuove.
IL NODO TASSE. Infine la questione tasse, la terza spina che impedisce di liberare ricchezza produttiva tenendo al palo il ciclo dei consumi. Domenica 6 luglio La Stampa ha pubblicato un'impressionante inchiesta sul fallimento del federalismo fiscale, mostrando la progressione geometrica con cui sono cresciute in questi anni le imposte locali.
Se il presidente del Consiglio non vuole che lo si accusi di demagogia per i famosi e contestati 80 euro in busta paga, un provvedimento che ha dato una piccola boccata di ossigeno al solo ceto medio, deve impedire che il fisco si rivalga su altre poste di bilancio (dai bolli sui passaporti, alle accise sulla benzina, a tasse improprie come quella recente su computer o hard disk per finanziare l’equo compenso della riproduzione privata) creando surrettiziamente nuove tasse per cancellare le esistenti.
DAL FISCO ALLE BOLLETTE. Nell'immaginario della gente il fisco non è soltanto l'Irpef, ma grossolanamente tutto ciò che uno deve pagare per i servizi che utilizza, dal pedaggio autostradale alla bolletta, alla selva di tasse sulle concessioni governative.
Sarebbe già un miracolo se Renzi riuscisse, con provvedimenti di reale riduzione fiscale, a sostituire l'idea imperante di Stato vessatorio a quella di uno Stato interprete e garante del giusto equilibrio tra risorse prelevate ai cittadini e servizi resi.

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