Economia 8 Luglio Lug 2014 1505 08 luglio 2014

Titoli di stato: che fine hanno fatto i rendimenti?

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Con le emissioni Bot il Tesoro ha risparmiato 1,3 miliardi di interessi. Pareva già un dato straordinario. A fine 2013, il Tesoro italiano, pur collocando circa 475 miliardi di euro di Buono ordinari del Tesoro (Bot) e altri titoli, ha pagato mediamente il 2,02% di rendimento ai sottoscrittori dei titoli in fase di collocamento. Ora quel valore non è polverizzato, ma quasi. Se si pensa che nei primi sei mesi del 2014, quando l’importo delle emissioni in euro ha superato quota 260 miliardi, il costo della raccolta, ovvero il rendimento pagato dal Tesoro stesso, scende all’1,53%. Il calo del rendimento medio sull’intero anno precedente è significativo. Naturalmente la medaglia ha al solito due facce. Quella gioiosa del Tesoro (e indirettamente dei contribuenti), che risparmia poco meno di 1,3 miliardi di interessi. Quella triste dei risparmiatori che hanno investito al tasso medio dello 0,558% lordo, se hanno comprato Bot, e del 2,997% lordo, se hanno destinato la liquidità alle emissioni con scadenza compresa fra sette e dieci anni. Il colmo a fine giugno scorso. L’asta del Bot semestrale si chiuse a 99,842, per un rendimento lordo dello 0,309%. Il prezzo comprensivo dell’imposta del 12,50% sale a 99,846. Valore a cui non era possibile applicare 20 centesimi di commissioni. Perché, in tal caso, il rendimento sarebbe divenuto negativo (100,046 sarebbe divenuto il prezzo). I RENDIMENTI DEI BOT POSSONO SCENDERE ANCORA NEL BREVISSINO TERMINE Si è forse giunti al punto di svolta o per il Tesoro spazi di raccolta a costi inferiori esistono ancora? Potremmo assistere ad una discesa ulteriore dei rendimenti a brevissimo termine, Bot, perché per quanto bassa sia la  redditività, è sempre meglio che pagare lo 0,10% depositando la liquidità presso la Banca Centrale Europea. Mentre meno certo è un nuovo calo del rendimento dei titoli a lunga scadenza. Nell’immediato, perché la situazione politica interna vive ancora in un limbo d’incertezza. Nel medio periodo, perché, pur a fronte di una probabile riduzione del differenziale di rendimento tra titoli italiani e tedeschi, non è da escludere che, gradualmente, inizi a salire il rendimento dell’emissione decennale tedesca, apprezzata non certo per la redditività, ma per la sicurezza che offre agli investitori. Dovesse aumentare il rendimento stesso, trascinerebbe verso l’alto l’intera curva decennale dei rendimenti d’area euro. SE LA BCE NON TOCCA I TASSI I RENDIMENTI RESTANO FERMI Ma è possibile che i rendimenti d’area euro aumentino, nel momento in cui la Bce comunica che manterrà il tasso di riferimento su livelli bassi ancora a lungo? La risposta è nell’ipotetico contagio di fonte Usa. Oltre Atlantico, infatti, al di là delle dichiarazioni ufficiali, si rafforza la convinzione che i rendimenti possano aumentare in tempi più ravvicinati di quanto previsto. Anche se, al momento, l’incertezza è totale e la curva decennale Usa oscilla seduta dopo seduta, senza esprimere una tendenza ben decisa. E, in area euro, pur a fronte di prospettive economiche decisamente meno brillanti, se confrontate con quelle made in Usa, quanto potrà resistere il fronte dei bassi rendimenti, se dovessero aumentare quelli americani? Attualmente i rendimenti d’area euro sono considerati troppo bassi, se si pensa al rischio che comporta per l’investitore scegliere strumenti forieri di una redditività, ancorché di livello scarsamente remunerativo. Troppo bassi, anche perché è basso il tasso d’inflazione, soprattutto perché i consumi languono, in gran parte dell’Occidente. E, per ora, le strategie delle Banche Centrali non sono in grado di ridare loro lo slancio di cui l’attuale fase del sistema capitalistico necessiterebbe. LO SCONTRO TRA POLITICHE MONETARIE NEL 2015 Chi prevarrà? La politica monetaria espansiva, che si specchia in questo livello dei rendimenti (e dei tassi ufficiali), o la svolta verso una politica più restrittiva, seppure centellinata, che riporti rendimenti e tassi ufficiali a valori ‘normali’? Il meccanismo, forse, si muoverà a velocità doppia. Lasciando spazio, per un arco temporale non lunghissimo, ad un divergente andamento sia dei rendimenti di mercato, sia dei tassi ufficiali. Che potrebbero salire a metà 2015 negli Usa. Dopo che, come spesso accade, i mercati avranno già riportato il valore dei rendimenti a piani superiori, forse già a partire da fine anno in corso. Mentre potrebbero restare stabili in area euro. Più a lungo, probabilmente fino a metà del prossimo anno. Con un possibile duplice effetto. Una mini fuga degli investitori dall’euro, da un lato, alla ricerca di una maggiore redditività. Strategia che, finalmente, farebbe perdere valore alla moneta unica nei confronti del dollaro Usa. E una favorevole combinazione fra tassi e rendimenti bassi e il finanziamento a lungo termine al sistema bancario da parte della BCE, dall’altro, che dovrebbe riportare la prospettiva economica dei paesi d’area euro verso la definitiva uscita dalla fase di recessione.

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