Economia 8 Luglio Lug 2014 1119 08 luglio 2014

Wall Street: cosa aspettarsi dalle trimestrali

Si apre con Alcoa la stagione dei conti. Ma tutti i fari sono puntati sulle banche. E per gli analisti non sarà un successo. Ecco perché.

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La stagione dele trimestrali è cominciata con i conti di Alcoa, ma tutti i fari sono puntati sulle banche. Costi legali e difficoltà nel settore del trading nel reddito fisso: nel primo trimestre di quest’anno erano stati questi i punti deboli che avevano reso appannata la performance della maggior parte delle grandi banche americane. Il secondo trimestre appena concluso potrebbe non essere molto differente, dicono gli analisti, nonostante un aumento del credito al consumo e alle aziende. Ora sono solo previsioni e speculazioni, ma per avere delle certezze non si dovrà aspettare molto: la cosiddetta «stagione delle trimestrali» americane è iniziato l’8 luglio con Alcoa. Ma i fari sono puntati sugli istituti finanziari, attesi al varco a partire dall’11 luglio, con Wells Fargo, poi seguiranno Citigroup, il 14 luglio, Goldman Sachs e JP Morgan Chase, il 15 luglio, Bank of America, il 16 luglio, e Morgan Stanley, il 17 luglio. GLI ANALISTI SI ASPETTANO PROFITTI IN CHIAROSCURO Gli analisti di Bloomberg prevedono per Wells Fargo un ribasso dei profitti del 2% a 5,4 miliardi di dollari, cosa che interromperebbe la serie di utili record che dura tre anni e mezzo: va detto che l’istituto, quarto maggiore per asset e primo per capitalizzazione di mercato, limiterà i danni perché non è particolarmente forte nel trading, ma si affida di più al credito e ai mutui: stando ai dati di Inside Mortgage Finance nel primo trimestre ha erogato prestiti per 36 miliardi di dollari, con una quota di mercato del 16%. Per Citigroup è atteso un attivo di 3,45 miliardi di dollari, il 17% in meno rispetto all’anno scorso, per Goldman Sachs è stimato un rallentamento del 17%, mentre per JP Morgan un calo del 19% a 5,3 miliardi. Per Bank of America è prevista una discesa dell’utile del 26% a 3 miliardi di dollari, complici oneri legali previsti per 4,6 miliardi di dollari anche a causa del maxi patteggiamento sui mutui. Proprio i costi legali nei primi tre mesi dell’anno avevano affossato la banca, che era scivolata in rosso, unica tra le “Big Six”, schiacciata anche da un calo del 65% dei mutui erogati e da un ribasso del 2% nelle attività di trading nel reddito fisso, valute e materie prime. WALL STREET PREFERISCE LA CAUTELA Nell’attesa, Wall Street preferisce la cautela, nonostante i livelli record toccati nelle ultime settimane dai listini che è maissimi da 14 anni a questa parte. Del resto, sono proprio questi a preoccupare gli economisti. Come Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, che si è detto «molto a disagio» con gli attuali livelli del mercato azionario, dal momento che non rispecchiano una solida ripresa negli Stati Uniti. Il Dow Jones ha superato la soglia record di 17.000 punti la prima settimana di luglio, dopo il dato migliore delle previsioni sull'occupazione di giugno.«La ragione per cui il mercato azionario è alto è che i tassi di interesse sono bassi, i salari sono bassi e i paesi emergenti crescono molto più rapidamente degli Stati Uniti, per non parlare dell’Europa», ha detto Stiglitz all’emittente Cnbc, sottolineando che «questo è il sintomo di un’economia debole, non di una ripresa solida dell'economia reale».

Tra le banche sul listino americano è Citigroup quella che perde di più da inizio anno (-8,2%). I TITOLI DELLA BANCHE FANNO MENO BENE DELLO S&P 500 Un discorso analogo si può fare per i titoli delle banche, che dall’inizio dell’anno hanno messo a segno performance più lente rispetto a Da inizio 2014 la banca che cede di più sul mercato è Citigroup con l’8,2%, seguita da JP Morgan che cede il 2,5%, Bank of America che arretra dell’1%, Goldman Sachs che perde il 5% e Morgan Stanley che sale del 4,3%. L’unica eccezione è Wells Fargo che, nonostante il ribasso dell’1% circa in attesa dei conti, guadagna più del 16% da inizio anno e con una capitalizzazione di poco più di 276 miliardi di dollari si avvia a diventare la banca americana con maggiore capitalizzazione di sempre, infrangendo il record fissato a 282,75 miliardi di dollari da Citigroup nel 2001. LE BANCHE HANNO MESSO LE MANI AVANTI Che i conti delle banche potranno deludere è cosa che si sa da tempo e gli stessi istituti nelle scorse settimane hanno messo le mani avanti, prevedendo un trimestre debole: a fine maggio il direttore finanziario di Citigroup aveva parlato di un possibile calo del 25% delle attività di trading nel reddito fisso rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre JP Morgan ha ipotizzato un ribasso del 20% circa. In generale, secondo le stime di Deutsche Bank, il fatturato da trading delle banche americane calerà tra il 20 e il 25%. Anche l’agenzia Fitch Ratings prevede un generale ribasso degli utili, ma ritiene che l’outlook delle banche americane resti stabile, grazie alla solidità dei livelli patrimoniali e di liquidità, al calo degli asset in cattive condizioni e alla riduzione dei costi. LA CRISI È PASSATA, MA IL NERVO È SCOPERTO Il fatto è che, sei anni dopo la peggiore crisi finanziaria dalla Grande Depressione degli anni Trenta, i timori sui possibili rischi rappresentati dalle grandi banche non sono del tutto allontanati. Proprio per questo di recente il presidente americano Barack Obama ha ipotizzato un ulteriore giro di vite in termini di regolamentazione per limitare l’eccessiva assunzione di rischio, cosa già fatta con la riforma della finanza del 2010. «C’è ancora un lavoro da finire», ha detto Obama, senza precisare meglio in quale aree vorrebbe intervenire, ma forse pensando a un limite ai compensi dei banchieri. È invece improbabile che voglia andare a toccare le leggi, dal momento che la stessa Dodd-Frank Act, quella varata appunto quattro anni fa, non è ancora del tutto applicata.

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