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TASSI DI CAMBIO 10 Luglio Lug 2014 0954 10 luglio 2014

Euro-dollaro, la nuova guerra della moneta

La Francia vuole un euro più competitivo sul dollaro.

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Scorre sotteranea, ma rischia di deflagrare. Scoppiata prima tra Stati Uniti e Giappone, trasferita poi sul fronte russo, la guerra della moneta rischia ora di divampare tra Washington e Bruxelles. E tutto, o quasi, per colpa di una multa a una banca. Bnp Paribas, infatti, è stata condannata al pagamento di 8,83 miliardi di dollari, circa 6 miliardi di euro, per affari siglati con Iran, Cuba e Sudan. Stati sui quali gli Usa hanno imposto sanzioni estese a tutte le transazioni in dollari.
UN RUOLO MAGGIORE PER L'EURO. Per tutta risposta il ministro dell'Economia francese Michel Sapin il 7 luglio ha dato fuoco alle polveri dichiarando al Financial Times che bisognerebbe ridimensionare il ruolo del dollaro nel commercio globale a vantaggio dell'euro.
Ma lo stesso Sapin vorrebbe anche svalutare la moneta unica rispetto al bigliettone verde e riportarla a un tasso di cambio competitivo per l'export (francese).
L'APPOGGIO DEGLI IMPRENDITORI. Numerosi manager dei colossi d'Oltralpe gli hanno immediatamente dato sostegno: l'amministratore delegato di Total, Christophe de Margerie, si è schierato a favore di un incremento delle transazioni in moneta unica, mentre l'8 luglio il presidente di Airbus, Fabrice Brégier, ha chiesto sempre tramite il giornale della City di mettere un freno alla corsa del super euro.
Richieste differenti e intrecciate, ma destinate da una parte a rinfocolare il possibile conflitto con i mercati di Washington e dall'altra a dividere profondamente le nazioni europee in nuovi fronti di 'guerra'.

Il cambio euro-dollaro si attesta, il 10 luglio 2014, a 1,36 (Gettyimages).

1. L'87% delle transazioni globali è in dollari, i Brics oppongono resistenza

Oggi il dollaro è la moneta utilizzata nell'87% delle transazioni internazionali. Ma conflitti diplomatici e finanziari hanno da tempo innescato la corsa a rimpiazzare progressivamente il monopolio del biglietto verde con una sorta di multilateralismo della moneta. A fare da traino sono stati gli Stati in rotta o in competizione con Washington, in primis la Cina, destinata a rimpiazzare gli Usa come prima potenza economica del mondo, e la Russia. Gli ultimi accordi energetici sottoscritti dalle due potenze sul gas sono in rubli e yuan e il Cremlino, complice la crisi ucraina, ha annunciato l'aumento delle proprie riserve monetarie in valuta cinese.
L'AVANZATA CINESE. Nella primavera del 2013 l'ex impero Celeste aveva già sottoscritto un accordo commerciale con l'altro big dei Brics, il Brasile. E anche allora aveva scelto la strada delle due valute nazionali, escludendo il dollaro: uno schiaffo per il sistema del Wto, l'associazione mondiale per il commercio che per mezzo secolo ha fondato tutte le intese sulla moneta americana. Risultato: a fine 2013 lo yuan ha superato l'euro come moneta utilizzata negli scambi internazionali.
Tuttavia il dollaro resta la base dei commerci mondiali, dalle piazze finanziarie al mercato petrolifero. Per questo la presa di posizione dello chief executive della Total era inaspettata, «Non c'è ragione di pagare il petrolio in dollari», ha dichiarato de Margerie, chiarendo che abbandonare il biglietto verde «non sarebbe realistico, ma sarebbe bello, se l'euro fosse utilizzato di più». E il 9 luglio è stato seguito anche dall'ad di Gdf Suez, Gerard Mestrallet.
PIÙ MONETA UNICA? UN MALE PER L'IMPORT. Sul mercato energetico, una Ue con le mani libere dalle sanzioni americane potrebbe valutare con più autonomia eventuali futuri accordi commerciali con Paesi produttori o detentori di petrolio non graditi a Washington. Al punto che dietro alle dichiarazioni francesi potrebbero celarsi anche trattative tra Ue e Usa per l'import export di greggio.
«L'abbandono dei dollari nelle transazioni internazionali non ci avvanteggerebbe dal punto di vista delle importazioni», fa notare Lettera43.it, il capo economista di Nomisma, Sergio De Nardis. Un maggiore utilizzo della moneta unica aumenterebbe anche gli euro in circolazione. L'effetto sarebbe contrario e quindi positivo, invece, sul fronte delle esportazioni.

L'andamento dell'export italiano rispetto ad altri Paesi europei (Report di Nomisma, giugno 2014).

2. Ogni aumento dell'1% del tasso di cambio vale un punto di export

Nel 2013 la bilancia commerciale europea ha registrato un attivo di 40 miliardi, con la Germania nel ruolo di grande locomotiva delle esportazioni. Dal 2010, però, anche quelle italiane hanno ripreso a crescere: nel 2013 Roma ha chiuso con un valore di vendite superiore a quello tedesco. Nello stesso periodo la bilancia commerciale francese ha segnato un pesante -1,6%.
E il dato italiano è ancora più degno di nota, considerando l'apprezzamento della moneta unica.
Nel 2013, infatti, Deutsche Bank ha calcolato il valore del tasso di cambio otre il quale il super euro può mettere in difficoltà le economie dei diversi Paesi Ue. Secondo la ricerca, la soglia di allarme si attesta in media a 1,34 dollari per un euro, già superato quindi dal valore attuale di 1,36. Ma le differenze tra una economia e un'altra sono significative.
ITALIA E FRANCIA LE PIÙ ESPOSTE. Considerando gli attuali (bassi) livelli di crescita, non ci sarebbero ripercussioni negative sull'export tedesco fino a quando la moneta unica non superasse la quotazione di 1,54 sul dollaro. Se la crescita aumentasse, l'euro potrebbe apprezzarsi fino a 1,9 dollari senza che l'economia di Berlino accusi il colpo. Anche Madrid riuscirebbe a reggere un apprezzamento tra l'1,83 e 1,94. L'Italia invece inizierebbe a soffrire a uno scambio a 1,24 e la Francia addirittura a 1,17.
Non a caso dunque le richieste di una svalutazione della moneta unica sono arrivate da imprenditori d'Oltralpe. Secondo Brégier di Airbus l'euro dovrebbe calare dall'attuale tasso di cambio a 1,36 a circa 1,20-1,25 dollari. «In generale», calcola De Nardis con Lettera43.it, «a ogni calo dell'1% del tasso di cambio euro-dollaro corrisponde un aumento dell'export di circa un punto percentuale».

Le proteste contro l'euro ad Atene (Gettyimages).

3. La Bce non riesce a fermare l'apprezzamento della moneta, che brucia il Pil

L'apprezzamento della moneta unica preoccupa anche la Bce. Si tratta, infatti, di uno degli effetti della deflazione, ovvero il calo di prezzi di beni e servizi, già registrato in Grecia, Cipro e Portogallo e sintomo della crisi generalizzata dei consumi: gli europei non hanno abbastanza liquidità da poter spendere e quindi i prezzi delle merci registrano aumenti bassissimi e in alcuni Paesi diminuiscono andando a cascata ad alimentare la crisi. Il tasso di inflazione dell'Eurozona a giugno era stabile allo 0,5%. Dovrebbe arrivare, secondo gli obiettivi fissati da Mario Draghi, al 2%.
TASSI SUI DEPOSITI NEGATIVI. L'Eurotower ha tentato numerose manovre per stimolarne l'aumento, arrivando il 5 giugno a portare i tassi di interesse sui depositi a Francoforte addirittura in territorio negativo, in modo da avvantaggiare i prestiti degli istituti di credito al mercato. Tuttavia finora questi interventi non hanno portato a un'inversione di tendenza.
Per essere chiari Unicredit ha calcolato il legame tra andamento dei tassi e apprezzamento della moneta: per ogni aumento del 10% del cambio euro-dollaro, i tassi di interesse aumentano tra lo 0,5 e l'1%, che significa anche una discesa del Pil dello 0,8% ogni 24 mesi.
I LIMITI DELL'EUROTOWER. Nel 2013 l'euro ha aumentato il suo valore sul dollaro di quasi 10 punti, con un incremento di oltre il 7%. Nello stesso periodo la banca centrale del Giappone svalutava la sua moneta del 15%. Ma la Bce non può intervenire direttamente né sulla valuta, né sui mercati dei tassi e il suo margine di manovra è limitato.
«Le prossime iniezioni di liquidità sono previste a settembre e dicembre, ma per ora sembra che la cinghia di trasmissione tra le mosse della Bce e l'economia reale non abbia funzionato», fa notare De Nardis,«e molto dipende dagli squilibri interni all'Eurozona».

I dati sul surplus commerciale tedesco tra il 2007 e il 2013 (Lavoce.info).

4. Francia, ma non solo, contro il surplus commerciale tedesco

Un modo per riportare sotto controllo il valore dell'euro potrebbe essere combattere gli squilibri commerciali tra i diversi Paesi dall'Ue.
La Germania ha un surplus della bilancia dei pagamenti pari a circa il 7% del suo Pil: esporta tanto e importa poco. E in questo modo fa ricadere la sproporzione anche sulle altre economie legate a Berlino dalla moneta ma non da un meccanismo fiscale capace di bilanciare gli scompensi commerciali.
L'export tedesco è rivolto soprattutto ai Paesi extra Ue, ma gli squilibri sono anche dentro ai confini. L'esempio più lampante è l'andamento degli scambi commerciali tra Germania e Francia. Tra il 2007 e il 2013, ha ricordato Francesco Daveri su lavoce.info, Berlino ha aumentato l'export verso Parigi del 9,5 %, mentre i prodotti che fanno il percorso inverso sono cresciuti solo del 2%.
PROCESSO UE ALLA GERMANIA. La Commissione europea ha acceso i riflettori sul problema, aprendo un'inchiesta formale sulla bilancia commerciale tedesca e chiedendo a Berlino di correggerne gli eccessi. Per ora i tedeschi non hanno ottemperato agli impegni, ma loro come altri hanno potuto approfittare del periodo di tolleranza dovuto al rinnovo delle istituzioni europee.
Se la Francia torna a lamentare l'apprezzamento della moneta unica ha le sue buone ragioni. Ma anche poche possibilità di ottenere qualcosa. «La speranza è che i dati della produzione industriale tedesca, in calo dell'1,8% a maggio, possano allarmare anche Berlino», ragiona De Nardis. Altrimenti la guerra della moneta rischia di rimanere solo una sanguinosa polemica.

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