Economia 10 Luglio Lug 2014 1224 10 luglio 2014

Perché la Bri vuole il rialzo dei tassi

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Mario Draghi alla guida della Bce non crede che la gente sarebbe d'accordo con un rialzo dei tassi. A Wall Street il Dow Jones gravita stabilmente sopra i 17 mila punti. Numeri che si registravano prima della crisi del 2007. Nelle principali città tedesche i prezzi delle case sono sopravvalutati anche del 25% e non succedeva da almeno tre anni. E potrebbero trasformarsi in carta straccia titoli immobiliari per decine di miliardi di euro, che sono nella pancia delle indebitate banche renane. Da settembre 2014 Mario Draghi ritornerà a prestare denaro a costo zero agli istituti di credito: ha in mente anche di iniettare mille miliardi di euro nel sistema europeo, entro il prossimo biennio. Non sarà troppo? Per la Banca dei regolamenti internazionali (Bri), comunemente conosciuta come la Banca centrale delle banche centrali, sì. Tanto che ha lanciato un allarme sulla troppa liquidità in giro e ha già richiamato i suoi vigilati in un rapporto: con la fine della crisi bisogna abbandonare le politiche monetarie compiacenti è il consiglio. Cosa significa? Bisogna alzare i tassi d’interesse. La ragione? Il rischio che scoppi una bolla di proporzioni bibliche è concreto per la Bri. Ecco perché. 1) LA DINAMICA DEL 2007 ERA LA MEDESIMA: ANCHE ALLORA LA BRI AVVISÒ CON UN REPORT I tecnici della Bri sono stati chiari: «bisogna invertire la tendenza degli ultimi anni, cioè di tornare ad alzare i tassi d'interesse che sono in modalità espansiva da anni e uscire. E se ci si muoverà troppo lentamente sarà troppo tardi». Per sottolineare le sue doti di Cassandra, la Bri ha voluto legare il lascito dell'ex governatore Fed, Alan Greenspan - cioè un eccesso di liquidità - allo scoppio della bolla dei subprime e al fallimento di Lehman Brothers, innescando la peggior recessione dal dopoguerra con ricadute globali. Quindi ha ricordato lo studio di due dei suoi economisti, Claudio Borio e William White, che nel 2003 avevano denunciato l’eccesso di liquidità e chiesto la fine della politica monetaria accomodante. Nessuno li prese sul serio e sappiamo come è andata. E come allora le banche centrali stanno facendo orecchie da mercante per ragioni politiche. Al momento, infatti, ha respinto l’avvertimento anche un uomo prudente come Mario Draghi. «Non credo che la gente sarebbe d'accordo con un rialzo dei tassi adesso», ha detto. Il banchiere italiano, in questa fase, ha problemi diversi. Innanzitutto riattivare la spirale del credito per portare soldi alle imprese e alle famiglie. Infatti ha abbassato i tassi d’interessi allo 0,10 per cento; ha lanciato un nuovo piano (il TLTRO) per concedere liquidità a costo zero, che a regime potrebbe valere mille miliardi di euro; non esclude di comprare bad loans o bond di Paesi periferici. E forte di questo, il 9 luglio ha chiesto in cambio ai governi di coordinare le riforme e le politiche economiche. Sarebbe la chiusura del cerchio dopo aver messo in comune la moneta e la vigilanza bancaria. 2) LA SPACCATURA ALL’EUROTOWER VIZIATA DALLA POLITICA Non a caso Benoit Coeure, membro francese nel board della Bce, ha spiegato che l’Eurotower «terrà a lungo molto bassi i tassi d'interesse per garantire la stabilità, ma i governi devono lavorare ad aumentare crescita, contenere il debito e fare investimenti. Perché l'unica via d'uscita è fare investimenti». Ma sul tema c’è un dibattito più serrato di quanto si pensi. Jens Weidmann, il capo della Buba e il Signor No per eccellenza, da tempo sostiene la necessità di un aumento del costo del denaro. Anche se la sua posizione è viziata dagli interessi tedeschi: una moneta più forte valorizzerebbe le esportazioni del Paese e allontanerebbe lo spettro dell’inflazione, che accompagna Berlino dai tempi di Weimer. Più diplomatico è stato invece il capo della Banca centrale austriaca e membro del direttivo dell’Eurotower, Ewald Nowotny. Il falco sostiene che «i bassi tassi d'interesse sono importanti per aiutare la crescita dell'economia europea ma, da soli, non sono sufficienti. Anche perché in Europa e in parte anche negli Stati Uniti molte risorse rimangono inutilizzate».

Janet Yellen alla guida della Fed sta cercando di mediare tra le varie anime della banca centrale americana. 3) LA FED SI SPACCA E LONDRA FA ANNUNCI A SINGHIOZZO Sull’altro versante dell’Atlantico, la Fed sta seguendo una politica dei due forni. Stando alle minute del Fmoc diffuse il 9 luglio, Janet Yellen ha annunciato che da ottobre 2014, la Banca centrale americana «se la situazione resterà positiva in termini di crescita e disoccupazione, interromperà l'acquisto di bond». Sarebbe la conclusione, e con un taglio pari a 15 miliardi di dollari, del piano lanciato da Ben Bernanke per rastrellare T-Bond e mutui ipotecari. Eppure siamo di fronte a una mezza exit strategy. Sempre all’ultima riunione del braccio finanziario della Fed, la Yellen ha imposto ai colleghi di mantenere probabilmente «bassi e per un periodo di tempo considerevole i tassi d’interesse dopo che sarà terminato l'acquisto dei bond». Cioè tra lo 0% e lo 0,25%. Ma la spaccatura all'interno della banca centrale è tra chi vuole il rialzo e chi no dei tassi è evidente. E Yellen sta provando a frenare queste spinte. Le cose non vanno meglio a Londra. L’atteggiamento della Bank of England è a dir poco schizofrenico. Un mese fa si è scoperto attraverso un verbale della riunione del board del 4 giugno, che «potrebbe essere imminente un rialzo del costo del denaro già il prossimo dicembre», anticipando la precedente previsione fissata a marzo 2015. Subito il governatore Mark Carney ha confermato la cosa, perché «l’economia cresce e la disoccupazione cala». I mercati non hanno gradito. E dopo le prime speculazioni, Carney è dovuto correre davanti alla Camera dei Comuni dove, facendo ammenta, ha ridimensionato le dichiarazioni, spiegando che si resterà ancora per un po’ ai valori attuali (2,5%). Ma i Comuni hanno preteso di più. Così il banchiere si è scusato per aver «fatto dichiarazioni a titolo personale», quindi, in perfetto stile sovietico, si è dovuto anche correggere visto che «i salari sono troppo bassi per poter alzare i tassi». Parole che sembrano essere state ispirate dal governo Cameron.

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