Economia 10 Luglio Lug 2014 1107 10 luglio 2014

Usa, Fed spaccata sulla ripresa

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Janet Yellen

Da ottobre in poi l’economia americana dovrà cominciare a stare in piedi da sola, perché la Federal Reserve ha infatti fissato per l’autunno la fine del controverso programma di acquisto di bond e titoli pensato per sostenere una ripresa che ancora fatica a trovare slancio. In realtà la Banca centrale americana non toglierà del tutto la rete di sicurezza che, con manovre sempre più aggressive, aveva concepito quando gli Stati Uniti sono usciti dalla recessione: i tassi di interesse resteranno fermi per un certo periodo dopo la fine del “tapering”, la riduzione progressiva del piano di aiuti, e secondo gli osservatori non ricominceranno a salire almeno fino alla metà del 2015.

FED FINORA MAI COSÌ ESPLICITA. Al di là delle indicazioni sullo stato di salute dell’economia – crescita moderata, miglioramento dell’occupazione, progressivo rialzo dell’inflazione verso i livelli considerati ottimali – la novità dei verbali della riunione dello scorso 17 e 18 giugno è proprio quella data: la Fed da tempo dice che il terzo round di misure di quantitative easing si concluderà entro la fine dell’anno, ma finora non era mai stata esplicita sull’effettiva scadenza. Il programma era pensato per tenere bassi i tassi di lungo termine e per spingere gi investitori verso asset più rischiosi, come l’azionario o il debito aziendale, cosa che avrebbe dovuto a sua volta sostenere il credito, la spesa, gli investimenti e le assunzioni. DIETRO LA DECISIONE LA SCOMMESSA SULL’ECONOMIA. La Fed aveva iniziato a comprare bond durante il picco della crisi finanziaria nel 2009 e aveva ulteriormente aumentato i propri sforzi nel 2012. Da allora gli asset in mano alla Banca centrale sono cresciuti esponenzialmente, passando da 2.800 a 4.400 miliardi di dollari. L’istituto di Washington alla fine del 2013 ha cominciato a ridurre il programma di acquisto di bond e titoli, originariamente pari a 85 miliardi di dollari al mese, di 10 miliardi per volta agli attuali 35 miliardi. Come detto prevede di concludere il piano a ottobre. Cosa c’è dietro la decisione della Fed? Innanzitutto la convinzione che l’economia americana stia gradualmente migliorando, nonostante la battuta d’arresto del primo trimestre, quando il Pil si è contratto a sorpresa del 2,9%. ECONOMISTI NON TUTTI CONCORDI. Va comunque detto che all’interno della Fed, così come nella comunità economica e finanziaria, che non c’è affatto unità di vedute, anzi sono ancora molti i dubbi sul fatto che in assenza di stimoli monetari i progressi continuerebbero. A dare voce allo scetticismo di chi chiede che la politica della Banca centrale resti accomodante ancora per un periodo relativamente lungo c’è Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia e professore alla Columbia University di New York: «Molti indicatori dimostrano che la ripresa è debole», ha detto l’economista, spiegando che in un contesto di disuguaglianza crescente dei redditi è difficile prevedere un boom dei consumi, motore di una ripresa solida. Proprio per questo la Fed sta facendo “esattamente la cosa giusta” non alzando immediatamente i tassi di interesse, cosa «chiaramente prematura». CRESCITA SÌ MA PIÙ LENTA. Anche se la Fed continua a prevedere che l’economia crescerà quest’anno tra il 2,1 e il 2,3% (meno del 2,8-3% stimato in precedenza), per poi accelerare al 3-3,2% nel 2015. «Sono arrivato alla conclusione che un'accelerata sostenuta al 3% o oltre nel prossimo futuro è improbabile», ha detto il governatore della Federal Reserve di Richmond, Jeffrey Lacker parlando al Rotary di Charlotte, in North Carolina, e facendo riferimento a una crescita lenta della produttività, a «moderati aumenti» delle spese per consumi e a un miglioramento «più contenuto» dell’attività edile. YELLEN PIÙ COME BURNS CHE COME GREENSPAN. Proprio per questo, dicono gli esperti, il presidente dell’istituto Janet Yellen dovrà fare i conti con una congiuntura più simile a quella che Arthur Burns, uno dei suoi predecessori, ha visto negli anni Settanta piuttosto che a quella di cui ha goduto Alan Greenspan negli anni Novanta. Per esempio, la crescita della produttività sta rallentando (è salita di una media annuale dell’1,4% da quando la recessione si è conclusa a giugno 2009), non accelerando come aveva fatto alla fine del secolo scorso. Inoltre il Pil sta crescendo a un passo molto più lento rispetto ai precedenti periodi post-recessione, mentre il tasso di disoccupazione, pur se in calo al 6,1% in luglio e lontano dal picco del 10% toccato durante la crisi, è ancora molto più alto del 3,8% toccato ad aprile 2000, il minimo in trent’anni. PRIMO GIRO DI VITE PRIMA DEL PREVISTO. In realtà una prospettiva di questo tipo non spaventa i colossi di Wall Street, che anzi scommettono su un’accelerata della congiuntura e anticipano le previsioni su quando la Fed comincerà ad aumentare il costo del denaro. Jan Hatzius di Goldman Sachs, per esempio, ora prevede il primo giro di vite nel terzo trimestre 2015, mentre prima parlava del primo trimestre 2016. Michael Feroli di JP Morgan è passato dal quarto al terzo trimestre 2015. Altri sono ancora più aggressivi: Paul Ashworth di Capital Economics parla addirittura di marzo 2015. Cosa li ha convinti? Un tasso di disoccupazione che «è calato più rapidamente di quanto previsto» e «i numeri sull’inflazione che hanno ricominciato ad andare verso l’alto», ha detto Feroli.

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