Economia 11 Luglio Lug 2014 1025 11 luglio 2014

Perché il Banco Espirito Santo non fa paura

La prima banca portoghese rischia il default. E i titoli bancari vanno a fondo. Ma le Borse hanno la forza di reagire. Ecco come.

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La catena di controllo della banca è legata a Espirito Santo International, controllante il 100% di Rioforte, che detiene il 49% di Espirito Santo Group, il quale ha in mano il 25% di Banco Espirito Santo, prima banca portoghese. L’interminabile maratona in salita dei mercati azionari, alimentata dal doping monetario delle banche centrali, ha cominciato a vedere qualche cedimento tra gli atleti meno preparati. E sono proprio le borse del Vecchio Continente le prime a trovarsi con le gambe molli nell’aria rarefatta d’alta quota. Tra i capofila, come sempre, Piazza Affari. I primi sintomi di improvvisa fragilità erano già evidenti nelle scorse settimane con con il cedimento del settore bancario, fiacco da oltre un mese, la cui crescente debolezza ha progressivamente contagiato il resto dei listini. Poca roba, per ora, almeno sui mercati che contano davvero. LA BOMBA DEL BANCO ESPIRITO SANTO Certo, la giornata del 10 luglio ha fatto tremare i polsi  atanti per un fatto nuovo: la notizia della sospensione dalla negoziazione dei titoli del Banco Espirito Santo, la maggiore banca portoghese, a rischio di default per la probabile insolvenza della sua capogruppo finanziaria con sede in Lussemburgo. Lo spread sulle  obbligazioni portoghesi siè impennato immediatamente oltre i 260 punti, seguito a ruota da quello degli altri paesi periferici. Ed è arrivata subito l’accelerazione delle vendite sui titoli bancari europei. A rassicurare gli investitori è arrivato poi un comunicato del comitato esecutivo dell'istituto che ha spiegato: «Le perdite potenziali derivate dall'esposizione di Espirito Santo Group non compromette il rispetto dei requisiti di capitale». Insoma niente paura ma, ancora una volta, le brutte notizie sono arrivate a grappolo, come le bombe sul mercato. Ma davvero non c'è da avere paura? E cosa dobbiamo aspettarci adesso? 1) LA PRIMA MALATTIA È LA CONGIUNTURA INDUSTRIALE Tra le bombe a grappolo del 10 luglio abbiamo dovuto mettere in conto la diffusione dei dati congiunturali e tendenziali sull’andamento della produzione industriale in Francia e Italia, con esiti nettamente peggiori rispetto alle aspettative prevalenti. Conferme dell’aggravarsi di una deriva congiunturale negativa nel paese d’oltralpe e dell’encefalogramma piatto della ripresa italiana, che semplicemente, per ora, non si vede. Qualche giorno prima le analoghe statistiche tedesche avevano segnalato un qualche rallentamento anche della apparentemente spompata locomotiva europea. La reazione dei mercati è stata pavloviana con diffuse vendite sull’azionario e prezzi delle obbligazioni governative tedesche innalzati ai nuovi  massimi storici.

La multa da 8,9 miliardi inflitta a Bnp Paribas dalle autorità americane ha innescato le vendite sul settore bancario. 2) LE BANCHE EUROPEE DEBOLI CONTAGIANO IL MERCATO Il settore bancario, nelle ultime settimane, anzi da almeni un mese, è stato colpito da una grandinata di notizie negative, trascurate troppo a lungo dai distratti operatori della finanza. Malgrado ciò la sua debolezza relativa è evidente ormai ed è destinata ad allargarsi a tutto il mercato. Da tempo infatti le grandi banche dell’Eurozona sono sotto scacco. Gli istituti di credito sono nel mirino delle autorità di vigilanza e delle procure americane che hanno alzato il tiro contro le attività di riciclaggio realizzate in violazione dell’embargo decretato contro i  paesi sulla black list del terrorismo. Dopo la mega multa di 8,9 miliardi di dollari comminata a Bnp Paribas per aver negoziato per oltre un decennio le transazioni petrolifere dell’oligarchia sudanese, accusata tra l’altro di genocidio e  sostegno al terrorismo internazionale, sono in trepidante attesa dei prossimi provvedimenti anche Commerzbank, Societè Generale, Credit Agricole, Deutsche Bank e chissà chi altro. Si tratta di sanzioni che colpiscono direttamente il capitale degli istituti e indirettamente i loro azionisti, lasciando  indenne il top management, responsabile oggettivo delle condotte criminose messe in atto. Ma c'è di più. Gli istituti bancari europei stanno facendo i conti con la  valutazione approfondita degli attivi (l’Asset quality Review – AQR) eseguita dai funzionari della Banca Centrale,  che precede l’avvio, previsto per novembre,  della vigilanza accentrata europea. Per le maggiori banche europee, che dovranno dimostrare di avere i sufficienti requisiti di capitale, è’ l’ultima occasione per fare definitivamente pulizia di bilancio, aumentando gli accantonamenti a fronte delle sofferenze, portando a perdita i crediti inesigibili e chiedendo, se necessario, ulteriori capitali al mercato. Solo la presentazione dei bilanci del secondo trimestre, in arrivo dalla fine del mese di luglio, può dare agli analisti la possibilità di verificare «chi nuota nudo quando la marea si ritira». Entrambi i fattori rappresentano significativi elementi di instabilità nel breve termine e alimentano l’incertezza e la prudenza degli investitori nei confronti del settore bancario che rimane, malgrado gli oltre 100 miliardi di euro di mezzi freschi raccolti negli ultimi due anni, ancora sottocapitalizzato.

I gestori internazionali sono arrivati in massa da gennaio 2014 sul  mercato italiano grazie all'effetto Renzi. Da aprile 2014 però il flusso di denaro si è interrotto. 3) PIAZZA AFFARI: SI SGONFIA L'EFFETTO RENZI, È LA PIÙ PENALIZZATA D'EUROPA La debolezza relativa dell’indice italiano rispetto a quello tedesco riflette prevalentemente il diverso peso che il settore bancario ha nei rispettivi panieri. Spropositato in Italia, modesto in Germania. Non stupisce quindi l’andamento relativo nelle ultime settimane, che ha corretto parzialmente il vantaggio accumulato da inizio anno dalla borsa italiana rispetto a quella di Francoforte, pari ad un massimo di 15 punti percentuali, toccato a marzo 2014. Peraltro c’è da ricordare che negli ultimi dieci anni il differenziale di rendimento tra i due indici, che riflette in definitiva, sia pure in modo distorto, lo “spread” tra l’andamento delle due economie, vede l’Italia soccombere seppellita da un saldo negativo di circa il 75%. Troppo, secondo molti grandi gestori azionari internazionali che tra lo scorso novembre e marzo hanno deciso di spostare una minima quota dei loro enormi patrimoni su Piazza Affari. Gonfiandone velocemente le quotazioni. I giganti del risparmio gestito erano guidati da due motivazioni. La prima: sulla base dei parametri di valutazione fondamentale, non a caso si potrebbe sostenere, le valutazioni delle italiche aziende sembrava la più a buon mercato del pianeta. La seconda: a portata di mano c’era anche il potenziale catalizzatore che, con un po’ di fortuna,  avrebbe potuto liberarne il potenziale inespresso. Ci riferiamo all’irresistibile ascesa di Matteo Renzi, la cui narrativa «rivoluzionaria», declinata in un paese ormai all’ultima spiaggia, apriva la strada alla speranza di cambiamento che, per gli investitori più attenti, significava cinicamente arrivare per primi al banchetto del verosimile “rerating” della borsa italiana. Da aprile questi flussi si sono interrotti. Inevitabilmente il mercato nostrano ha iniziato a sgonfiarsi, proprio mentre, sulle grandi testate internazionali, la figura del Presidente del Consiglio, fresco e unico vincitore delle elezioni in Europa, fa raccolto rinnovati e unanimi consensi. 4) LE ATTESE DEI BILANCI BANCARI DEL SECONDO TRIMESTRE FANNO SPERARE Quindi la festa è finita? Probabilmente no. I mercati non possono muoversi all’infinito in linea retta e quella corrente va considerata, almeno per ora, una fisiologica correzione che potrebbe terminare ben presto, con la pubblicazione dei bilanci bancari del secondo trimestre e la rimozione dell’incertezza che grava ancora sul settore. Rimane, come nota stonata, l’encefalogramma piatto delle economie dell’Eurozona. In autunno è previsto l'avvio a pieno regime del nuovo piano di rifinanziamento della Bce, limitato al sostegno dell’economia reale, che supera il trilione di euro. Per le piccole-medie imprese italiane, come affermato dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, potrebbe trattarsi di 200 miliardi di nuovo ossigeno. Soldi veri che potrebbero alimentare almeno una ripresina. Nel frattempo i padroni del risparmio internazionale rimangono pazientemente alla finestra, in attesa di cogliere i primi tangibili segni del tanto evocato «cambiamento di verso». Ricordiamoci solo che la pazienza non è infinita: dopo le promesse aspettano i fatti.

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