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ECONOMIA 12 Luglio Lug 2014 0900 12 luglio 2014

Cina, aiuti all'estero: il ritardo di Pechino

Il Dragone versa solo lo 0,06% del Pil.

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Pechino in tre anni ha messo a disposizione appena 10,5 miliardi di euro per il programma di aiuti.

Aiuti per 10,5 miliardi di euro. A tanto ammonta, secondo il Consiglio di Stato, la cifra messa a disposizione da Pechino in tre anni (fino al 2012) per sostenere l'economia di 121 Paesi, 12 dei quali in Europa (non è stato specificato quali). Ma pure 51 in Africa, 30 in Asia, 19 in America Latina e nei Caraibi e nove in Oceania
In pratica una fetta di Prodotto interno lordo cinese (0,06%) è stata donata nel progetto di sviluppo di Stati all'esterno.
Ma non ci si illuda: la quantità di soldi messa a disposizione di Pechino è ancora molto al di sotto dell'obiettivo definito dalle Nazioni Unite per le nazioni sviluppate (0,7%).
AIUTI INSUFFICIENTI. Eppure il rapporto ha sottolineato come gli aiuti della Cina per l'estero siano cresciuti in questi anni, visto che fino al 2009 la cifra non superava i 30 miliardi di euro.
Ma lo sforzo, per l'Onu, non è ancora sufficiente: gli Usa, stando ai dati pubblicati sul sito web dell'Agenzia americana per lo Sviluppo internazionale, hanno investito in aiuti 22,8 miliardi di euro nel solo 2012. Praticamente il doppio dell'ultimo triennio cinese.
POCHI FONDI DALLA CINA. Non è tuttavia la prima volta che Pechino è accusata di fornire aiuti insufficienti.
Nel 2013, quando il Tifone Haiyan devastò le Filippine, la Cina offrì appena 100 mila dollari, meno di quanto diede la sola azienda Ikea per far fronte all'emergenza.
Una cifra veramente misera, quella del Dragone, se la si confronta poi con quella di altri Paesi. Gli Stati Uniti, per esempio, inviarono aiuti per 20 milioni di dollari. Nella gara di solidarietà seguirono il Giappone (10 milioni), la Gran Bretagna (9,6 milioni) l'Australia (9,39 milioni) e il Vaticano (4 milioni).
SNOBBATE LE FILIPPINE. Ma non si dimentichi che la Cina è l'unico Stato ad avere un contenzioso aperto con le Filippine.
Prima dell'escalation di tensione tra i due Paesi, nel 2011, quando l'arcipelago fu travolto dalla tempesta tropicale Washi che fece centinaia di vittime, il governo cinese inviò a Manila circa 1 milione di dollari in aiuti.

Pechino ufficialmente non vuole interferire nei Paesi beneficiari

L'Onu ha chiesto ai Paesi di mettere a disposizione lo 0,7% del Pil in aiuti all'estero.

In cosa consistono gli aiuti della Cina?
Il report del Consiglio di Stato specifica per prima cosa che Pechino non vincola in nessun modo a «condizioni politiche» la sua assistenza e non ha alcun interesse a interferire negli affari interni delle nazioni beneficiarie. Come dire: investiamo meno di quello richiesto, ma per lo meno non chiediamo niente indietro. Almeno all'apparenza.
PRESTITI E BORSE DI STUDIO. Oltre la metà degli aiuti elargiti (55,7%) - è scritto nei documenti - sono composti da prestiti agevolati, per «progetti di infrastrutture grandi e medie imprese». Seguono le borse di studio (36,2%) e i prestiti senza interessi (8,1%).
C'è da sottolineare comunque che molte delle pratiche adottate dalla Cina risultano essere differenti rispetto a quelle più studiate e conosciute degli attori aderenti al Development assistance committee (Dac) dell'Organization of economic cooperation and development (Oecd).
DEFINIZIONE DELLE REGOLE. Mentre i Paesi Dac sono dotati di strutture istituzionali specifiche adibite all'Aiuto per lo sviluppo (Aps), che si sono consolidate nel corso dei decenni, da un'analisi approfondita dei documenti ufficiali di Pechino in materia di Foreign Aid (così sono chiamati gli aiuti in Cina) si direbbe che il il Dragone si trovi ancora in una fase di elaborazione e definizione della struttura istituzionale migliore e delle regole più valide per il corretto funzionamento del sistema.
STATO IN VIA DI SVILUPPO. Almeno stando ai documenti, uno degli obiettivi di Pechino è il principio della self-reliance, ovvero un contributo economico teso alla costruzione di quelle capacità endogene del Paese beneficiario affinché esse risultino protagoniste della crescita.
In pratica, la Cina ha scelto la strategia del do ut des: elargendo aiuti, coltiva i suoi interessi, basandosi sul principio della win-win cooperation.
Anche perché, pur avendo un Pil in crescita e minacciando il primato economico degli Usa il Dragone rivendica ancora l'appartenenza alla categoria dei Paesi in via di sviluppo. Così da una mano versa e dall'altra incassa.

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