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ECONOMIA 12 Luglio Lug 2014 0754 12 luglio 2014

Industria, il made in Italy in mano straniera

Sempre più imprese di casa nostra in mano straniera.

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Una fabbrica Indesit.

Parlano cinese, inglese, francese, coreano, arabo. Ma sempre meno italiano. Sono le aziende di casa nostra. O meglio: lo erano. Fra il 2008 e il 2012, secondo un’analisi di Kpmg, 437 sono passate in mani straniere. Non è un caso, dunque, che a dicembre scorso l’Eurispes abbia intitolato uno studio sulla vendita delle imprese simbolo del made in Italy Outlet Italia – Cronaca di un Paese in (s)vendita.
Colpa, troppo spesso, della iperburocratizzazione della macchina amministrativa, di una tassazione iniqua e dell’impossibilità di accesso al credito. Fattori che, mescolati insieme, hanno portato il ‘malato’ a essere colpito da un’emorragia inarrestabile.
INDESIT IN MANI AMERICANE. Fra le ultime cessioni illustri figurano i nomi di Indesit e Poltrona Frau. L’11 luglio la prima è stata acquistata al 60,4% dall’americana Whirlpool, che ha raggiunto un accordo con Fineldo e alcuni membri della famiglia Merloni. A febbraio la storica azienda torinese fondata da Renato Frau ha invece ceduto il 58,6% del suo capitale alla statunitense Haworth, presieduta (scherzo del destino) da un italiano, Franco Bianchi.
AI COREANI PIACE IL GELATO ITALIANO. Uno dei fiori all’occhiello della gastronomia italiana, la gelateria Fassi di Roma – nata nel 1880 e rimasta uno degli ultimi esercizi di proprietà italiana all’Esquilino – è recentemente stata venduta ai coreani di Haitai Confectionery and Foods Co. Fassi è già presente in Corea del Sud con più di 80 store ma Haitai punta ad aprirne altri 200, necessari, da qui al 2020, a raggiungere un fatturato da 70 milioni di euro.

Da Unilever a Lactalis: l’agroalimentare italiano fa gola agli stranieri

Il marchio Nestlé.

La vicenda di Fassi dimostra come il campo alimentare sia uno dei settori che stuzzica maggiormente gli appetiti degli investitori stranieri. Il colosso anglo-olandese Unilever ha acquisito, negli anni, Algida, Riso Flora e Santa Rosa, mentre l’americana Kraft ha rilevato il Gruppo Fini, il marchio Simmenthal, Splendid e Saiwa.
Dal 1988 la svizzera Nestlé è invece proprietaria della Perugina, marchio storico dei prodotti dolciari italiani. Non solo: la più grande azienda alimentare del mondo ha infatti assunto il controllo – fra gli altri – di Vismara, Motta, San Pellegrino e del Gruppo Buitoni.
ADDIO A SPERLARI, PERONI E FIORUCCI. Fra gli altri marchi storici del nostro agroalimentare che hanno cambiato bandiera ci sono Locatelli, Invernizzi, Galbani e Parmalat, finite sotto l’ala della multinazionale francese Lactalis, leader mondiale nel settore dei latticini. Dal 2003 la Peroni è entrata a far parte del colosso sudafricano SabMiller plc, mentre da otto anni la Star parla spagnolo (è stata acquistata al 75% dalla Gallina Blanca). In questo contesto non vanno poi dimenticate il Gruppo Gancia, ora della Russian standard corporation, e Pernigotti, di proprietà della famiglia turca Toksöz.

Anche alta moda e arredamento in cima alla lista dei desideri degli investitori

Ducati è stata ceduta all'Audi nel 2012.

Nel campo della moda le operazioni di cessione dei brand hanno fatto registrare una forte impennata dal 2010 a oggi.
Chi nel nostro Paese ha comprato a passo di carica è il Gruppo Lvmh. Dall’azienda del marchese Emilio Pucci di Barsento (2000) a Fendi e Acqua di Parma (2001), prima di passare a Bulgari (un’operazione da 4,3 miliardi) e Loro Piana, leader mondiale nella lavorazione del cashmere di cui nel dicembre 2013 la multinazionale francese ha acquisito l’80%, la corsa è stata interminabile.
VALENTINO IN MANO QATARIOTA. La maggior parte dei marchi più importanti dell’alta moda è comunque controllata da aziende straniere. Gucci, la maison nata a Firenze nel 1921, fa parte di Gucci Group, divisione della holding francese Kering; Fiorucci, già dal 1990, è stata acquistata dalla giapponese Edwin International mentre Valentino e Krizia sono rispettivamente nelle mani dei qatarioti di Mayhoola for Investments e dei cinesi di Shenzen Marisfrolg Fashion.
DUE RUOTE DALLA SOLIDITÀ TEDESCA. Un altro dei settori del made in Italy che attira molto l’attenzione dei compratori di tutto il mondo è quello dei motori. Nata nel 1926 a Bologna e considerata fra le case motociclistiche più famose al mondo, nel 1996 la Ducati Motor Holding Spa è stata ceduta al fondo di investimenti a stelle e strisce Texan Pacific Group. Nel 2005, però, la creatura dell’ingegner Antonio Cavalieri Ducati è tornata a essere italiana: la Investindustrial Holding S.A. ne ha infatti acquisito la quota di maggioranza ma, sette anni più tardi, la società Audi Ag del gruppo tedesco Volkswagen ha definitivamente assorbito l’azienda.
DA CHRYSLER ALLA VOLKSWAGEN. Anche Lamborghini, una delle eccellenze in campo automobilistico, è targata Volkswagen. Alla fine degli Anni 80 l’azienda di Sant’Agata Bolognese fu ceduta prima alla Chrysler e poi da quest’ultima a un gruppo di investitori indonesiani, che nel 98 la vendettero al colosso tedesco per 110 milioni di dollari.

L’economista Daveri: «Bisogna passare dalle parole ai fatti»

Francesco Daveri, docente di Scenari economici presso l’università di Parma e la Sda Bocconi.

Per Francesco Daveri, docente di Politica economica all’Università di Parma, la spiegazione a un simile scenario è semplice: «Se un’azienda viene venduta è perché chi la sta gestendo non ha un progetto per il futuro mentre chi la compra vede in lei delle potenzialità e investe capitali».
Certo, aggiunge l’economista interpellato da Lettera43.it, «il contesto odierno non aiuta, fare impresa in Italia è difficile se non impossibile». Però «non c’è niente di male se un’azienda viene ceduta all’estero. Per un lavoratore trovo sia meglio accogliere un tedesco che ha un’idea piuttosto che rischiare di rimanere disoccupato. Continuiamo a reputare fondamentale l’italianità ma in suo nome, negli anni, si sono estratte un sacco di risorse dalle tasche dei contribuenti e la situazione è sotto gli occhi di tutti».
«SERVONO RIFORME IMPORTANTI». Per rialzare la testa c’è bisogno di «fare le riforme». La lista delle cose che Matteo Renzi ha messo in campo «va bene» ma si deve «passare dalle parole ai fatti». Il parlamento, dice Daveri, ha discusso per «settimane della riforma del Senato», mentre «si è smesso di parlare di quella del lavoro, della dirigenza pubblica, di digitalizzazione». Di fronte a importanti investitori internazionali «c’è la necessità di migliorare l’attività di impresa offrendo un futuro ai giovani a saldando i debiti della Pa. Ciò permetterebbe un’iniezione di denaro fresco nelle casse delle aziende e rafforzerebbe la nostra posizione in Europa».

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