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AFFARI 13 Luglio Lug 2014 0914 13 luglio 2014

Macao, la crisi dell'azzardo

La Las Vegas cinese diversifica il business.

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da Pechino

Nel 2006 ha superato Las Vegas come capitale mondiale del gioco d'azzardo, ma il business di Macao come capitale del vizio ora è in calo. L'ex colonia portoghese, zona amministrativa speciale della Cina (come Hong Kong), l'anno scorso ha totalizzato 45 miliardi di dollari di revenue. Tuttavia i maggiori gestori di casinò calano in Borsa: nelle ultime settimane, Mgm è sceso del 2,3%, Sands dell'1,6 sulla piazza di Hong Kong. A luglio, dice Bank of America Merrill Lynch, il lordo dell'azzardo potrebbe diminuire fino all'11% rispetto all'anno precedente.
LE CAUSE DELLA CRISI. Secondo gli operatori dei casinò locali, la responsabilità è del rallentamento dell'economia cinese, dato che i giocatori d'azzardo che affollano Macao sono soprattutto ospiti danarosi in arrivo dal continente. Ci sarebbe poi la concorrenza di nuove mecche internazionali del gioco d'azzardo, come le Filippine e il Giappone, dove gli stessi tycoon della zona amministrativa speciale cominciano a investire.
È questo per esempio esempio il caso di Lawrence Ho, erede di Stanley Ho Hung-sun, l'uomo che ha detenuto per 40 anni il monopolio del gioco d'azzardo a Macao (fino al 2002). Con il miliardario australiano James Packer, ha costituito Melco Crown Entertainment, ha già aperto un casinò nelle Filippine e ha progetti in terra nipponica.
LA DIVERSIFICAZIONE DELL'OFFERTA. Questo outsourcing dell'azzardo corrisponde a un parallelo tentativo di diversificare l'offerta a Macao: non più solo roulette e slot machine, ma divertimento a tutto tondo, per attirare turisti di ogni tipo. Un po' come nel modello originale, Las Vegas.
È proprio la sorella di Lawrence Ho, la 51enne Pansy Ho Chiu-re, co-presidente di Mgm China, ad avere imboccato questa strada: nelle sue sale da gioco sono spuntati negozi, ristoranti e si tengono spettacoli per trasformare la città in una destinazione turistica globale.
MALL E RESIDENCE: NUOVO BUSINESS. Pansy sta allargandosi a Hengqin, un'isola cinese collegata a Macao da un ponte ma che non gode dello stesso status. A Hengqin non si andrà ovviamente a giocare. «Stiamo costruendo alberghi, residence e un centro commerciale», ha detto Ho al South China Morning Post, per un progetto da 118 milioni di dollari.

I casinò nel mirino dell'anti-corruzione di Pechino

Macao è un'isola cinese a statuto speciale.

Tuttavia, dietro alle cospicue fortune di Macao, ora un po' altalenanti e alla ricerca di diversificazione, c'è un enorme non detto. I casinò del territorio speciale sarebbero da anni un'enorme lavanderia di denaro sporco che arriva dalla terraferma e un tramite per portarlo nelle banche estere.
Il calo del business sarebbe quindi imputabile anche al grande giro di vite anticorruzione ordinato da Xi Jinping in corso da oltre un anno, che comincerebbe a dare i suoi frutti.
I JUNKET OPERATOR. Due terzi delle puntate ai casinò di Macao dipendono infatti dai cosiddetti junket operator (operatori «giunca», dal nome della tradizionale imbarcazione commerciale che naviga in quelle acque), che portano i giocatori dalla Cina continentale e ne trasferiscono di fatto il denaro. Gli intermediari hanno un ruolo fondamentale, offrendo prestiti ai giocatori cinesi, che possono esportare giornalmente un massimo di 20 mila yuan in contanti (2.700 euro). Inoltre, riscuotono spesso i debiti di gioco. Attività molto poco trasparenti.
Così, a maggio le banche di Macao hanno dato indicazioni per limitare l'uso di carte UnionPay, il circuito di credito made in China che l'anno scorso ha collezionato 22,5 miliardi dollari di transazioni nella zona amministrativa speciale. La metà dell'intero fatturato dei casinò.
LA FUGA DI CAPITALI. L'ipotesi piuttosto realistica, che Lettera43.it ha raccolto da fonti anonime della stessa Macao, è che chi vuole esportare valuta di non chiara provenienza dalla Cina, versi il contante agli operatori junket presenti oltre Muraglia, i quali a loro volta ricaricano carte UnionPay utilizzabili a Macao.
A questo punto, il funzionario o il businessman che intende esportare valuta illegalmente va a giocare ai casinò sottratti al controllo delle autorità monetarie cinesi, fa qualche puntata, compra qualche articolo di lusso nei negozi locali con la sua carta UnionPay e deposita il resto nelle filiali delle banche estere che sono presenti all'interno delle sale da gioco. Il meccanismo, ovviamente, gonfia sia le puntate a Macao - ed ecco i record su record accumulati negli anni - sia la fuga di capitali dalla Cina.
Messi sotto pressione dalle autorità cinesi, i casinò stanno ora diversificando e limitando il ruolo degli intermediari, che intercettano con le loro commissioni una discreta fetta (non quantificabile al momento) del denaro che fanno transitare.
MIRE SUL PICCOLO GIOCATORE. I casinò hanno così intensificato gli sforzi per attirare giocatori dal mercato di massa, che sono più redditizi anche perché permettono di scavalcare gli operatori. Insomma, si vira sulle formichine del gambling e si limitano i grandi giocatori. Ed ecco i parchi gioco, i centri commerciali e anche lo sbarco in altri Paesi.
Perché Macao, ormai, ha gli occhi addosso.

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