Epidemiologo Paolo Boffetta 140711134052
SCIENZA 13 Luglio Lug 2014 0713 13 luglio 2014

Ricerca, il caso Boffetta e il conflitto di interesse

Quando gli epidemiologi finiscono nella bufera.

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Renzo Tomatis, ricercatore sperimentale, per anni ha diretto a Lione l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc). Nel suo romanzo Il fuoriuscito scrive: «'Quando mi sono venduto?' mi interruppe con una delle sue gran risate. 'Oppure, diciamo, quando mi sono lasciato comprare? Quando ho capito che la ricerca è al servizio del potere e che il ricercatore è un’oca che produce uova d’oro e che quell’oro andava tutto sulla tavola di chi comanda”».
E Tomatis conosceva molto bene e dall’interno le perverse dinamiche che possono indurre un ricercatore a tessere relazioni pericolose con chi tiene i lacci della borsa. Ora, viene logico chiedersi, come si può conciliare la salute delle persone con gli interessi del mercato?
IL CONDIZIONAMENTO DELLE CONCLUSIONI. Per intendersi. Se l’epidemiologo che valuta il nesso tra esalazioni tossiche e cancro è pagato dall’azienda che quelle esalazioni produce è difficile fidarsi. Come può un ricercatore conservare quella trasparenza indispensabile a rendere attendibili i dati raccolti se essi hanno radici in un vistoso conflitto di interessi? Più che legittimo il dubbio che le conclusioni, spesso assolutorie, su varie sostanze cancerogene, si va dall’amianto al cloruro di vinile, siano condizionate e compromesse nella loro oggettività scientifica da chi finanzia gli studi epidemiologici.

Il conflitti di interesse di Paolo Boffetta

L'epidemiologo Paolo Boffetta.

E ruota attorno a questi presupposti la vicenda, di cui si è occupato più volte il quotidiano francese Le Monde, che riguarda un epidemiologo italiano, Paolo Boffetta, fra i più prolifici della sua generazione (un migliaio circa le sue pubblicazioni censite), il quale dopo una lunga permanenza allo Iarc di Lione, è attualmente professore associato alla New York University. Boffetta, che ha avuto spesso come committente per la sua ricerca l'industria e sembra insensibile al nodo morale del conflitto di interessi, era stato proposto alla guida del Centro di ricerca in epidemiologia e salute delle popolazioni (Cesp). Ma la sua nomina, prevista per il 2015, ha suscitato un tale vespaio di polemiche nella comunità scientifica internazionale, da indurlo a rinunciare alla prestigiosa carica. In realtà, pare che la sua non sia stata una rinuncia volontaria, ma che l'Istituto nazionale per la salute e la ricerca medica (Inserm) e l'Università di Parigi-Sud, responsabili per la nomina del direttore del Cesp, gli abbiano chiesto di ritirare la sua candidatura.
I DETRATTORI: «È UN MERCENARIO». I suoi detrattori (e sono numerosi) lo descrivono come un «mercenario» perché da anni si dedica a missioni di consulenza per le industrie che producono sostanze nocive, le stesse che quando lavorava allo Iarc aveva sostenuto essere pericolose: diossina, acrilamide, formaldeide, esalazioni dei motori diesel, cloruro di vinile, e amianto. «Sulla loro nocività non sembrava avere dubbi allora, ma il suo giudizio è successivamente cambiato», ha detto Paolo Vineis, professore all'Imperial College di Londra. «Del resto, credo sia difficile conservare oggettività e integrità nella ricerca epidemiologica se è l'industria che contribuisce a raccogliere e interpretare i dati. Il conflitto di interessi non è, come ha scritto la rivista Science in un articolo a commento della vicenda, una mera questione di opinione: sono in molti a pensare che lavorare per l'industria sia incompatibile per un epidemiologo che appartenga a una istituzione pubblica».
QUELL'ARTICOLO 'COMMISSIONATO' DALL'ACC. Non a caso per stabilire la cancerogenicità di una sostanza lo Iarc mette assieme scienziati provenienti dal mondo accademico, scelti in funzione della loro autorevolezza ma anche dell’assenza di conflitti di interesse. Ora Boffetta risulta avere una affiliazione all’International Prevention Research Institute (Ipri), un istituto privato fondato a Lione, nel 2009, da Peter Boyle, già direttore dello Iarc, istituto che fornisce consulenze all’industria sui rischi per la salute di certe sostanze. Il ricercatore, che detiene azioni per un quarto del totale dell’Ipri, a fronte delle critiche che gli sono state mosse, ha deciso di cederle. Basta questo suo gesto a liberare il campo da ogni dubbio? Stéphane Foucart nell’articolo su Le Monde, Epidemiologie: des liaisons dangereuses, elenca le contraddizioni di Boffetta. Se nel 1997 lo Iarc classificò la diossina o Tcdd come cancerogena, nel 2011 il ricercatore scrisse sulla Clinical Review in Toxicology che «le recenti prove epidemiologiche non dimostrano in maniera conclusiva la relazione fra Tcdd e cancro». A “commissionare” l’articolo in questione era l’American Chemistry Council, che rappresenta gli industriali americani della chimica.

Dall'acrilamide all'amianto: gli studi più controversi

La protesta dei parenti delle vittime di Montefibre.

Ma non è finita qui. Nel 2011 relativizzò i rischi dell’acrilamide (sostanza che si forma durante la cottura ad alte temperature) catalogata come cancerogena l’anno precedente dallo Iarc. Guarda caso lo studio era co-finanziato da Frito-Lay, una filiale di PepsiCo che produce patatine disidratate.
Sempre nel 2011, questa volta lo affiancava un altro epidemiologo italiano, Carlo La Vecchia, direttore di ricerca all’Ipri, e per molti anni capo dipartimento per l'epidemiologia all'Istituto Mario Negri di Milano. Su commissione della Montefibre i due epidemiologi parteciparono come periti di parte al processo in cui l’azienda era accusata di negligenza criminale per aver causato le morti per mesotelioma di alcuni operai.
IL CASO MONTEFIBRE E I MORTI DEGLI ANNI 50. Come scritto nella lettera indirizzata al presidente e ai membri della direzione della European Cancer Organization (Ecpo), Boffetta e La Vecchia argomentarono che se i lavoratori della Montefibre erano stati esposti all’amianto negli Anni 50 e 60, le successive e ripetute esposizioni non rappresentano un danno aggiuntivo per la loro salute. E dal momento che i manager degli Anni 50 e 60 erano morti, i vertici della società dovevano considerarsi non punibili per aver continuato a esporre gli operai all’amianto nei decenni successivi.
La lettera indirizzata ai vertici dell'Ecpo intende portare all’attenzione dell’organizzazione il discutibile comportamento dei due ricercatori, i quali mentre il processo era in corso pubblicavano sull’European Journal of Cancer Prevention, il giornale dell'Organizzazione, un articolo dal titolo: Role of Stopping Exposure and recent exposure to asbestos in the risk of mesothelioma, in cui sostengono la tesi perorata anche in aula durante il processo. Ovvero: sul rischio di mesotelioma non influiscono successive e più recenti esposizioni.
«INCONGRUENZE SCIENTIFICHE E LACUNE ETICHE». I firmatari della lettera fanno notare che l’articolo, con incongruenze scientifiche e lacune etiche, inviato il 28 settembre 2011, fu accettato a tempo di record quattro giorni dopo, il 2 otttobre. Con una velocità che fa supporre una mancanza di diligenza nella valutazione dei peer reviewer, gli scienziati di pari grado che giudicano i lavori. O che si può spiegare con il fatto che La Vecchia è uno dei due direttori della rivista. Molteplici studi dello Iarc hanno evidenziato che la mortalità per mesotelioma è proporzionale alla durata dell’esposizione all’amianto. Come sottolinea l’epidemiologo Dario Mirabelli, intervistato da Le Monde, Boffetta e La Vecchia prendono in esame un numero limitato di studi e i risultati vengono riportati in modo selettivo e citati solo parzialmente. A testimonianza della discutibile condotta etica di Boffetta e La Vecchia, si cita nella lettera il fatto che entrambi i ricercatori dichiarano di non avere conflitti di interesse: ma non sono stati ingaggiati e pagati dalle Montefibre per proporre alla corte proprio gli argomenti che utilizzano nell’articolo pubblicato sull’European Journal of Cancer Prevention?

Un epidemiologo: «È imbarazzante, ma fa parte di un sistema collaudato»

L'epidemiologia studia distribuzione e frequenza di malattie ed eventi di rilevanza sanitaria nella popolazione.

E poi ci sono anche altre “inesattezze”. Per esempio, i due epidemiologi affermano che «il lavoro è stato condotto con il contributo dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), progetto n. 10068». La smentita dell’Airc non si è fatta aspettare: il sospetto è che il nome dell’associazione sia stato usato per dare credito al loro articolo. «Il professor Boffetta non ha mai chiesto finanziamenti all’Airc e in più lavora all’estero, e la nostra associazione per statuto può finanziare solo ricercatori che siano in Italia. In quanto agli studi del professor La Vecchia finanziati dall’Airc, essi non hanno mai riguardato né l’amianto né il mesotelioma. Inoltre, il progetto n. 10068, cui si fa riferimento nel ringraziamento in questione non tratta né di amianto né di mesotelioma», scrive Maria Ines Colnaghi, direttore scientifico dell'Airc.
L'elenco delle convergenze tra gli interessi dei committenti e le conclusioni scientifiche è lungo. «È imbarazzante, ma fa parte di un sistema collaudato. Più volte mi è capitato di avere questi colleghi ingaggiati come periti di parte dall'industria che inquina», dice un epidemiologo che ha chiesto di mantenere l'anonimato. «Se devo commissionare una ricerca che mi scagioni, io inquinatore so a chi rivolgermi perchè venga pubblicato nella letteratura scientifica un lavoro che neghi le mie responsabilità».
LA POLEMICA SUI MOTORI DIESEL. Uno degli articoli firmato da Boffetta, pubblicato nel 2012 su Critical Review in Toxilogy, conclude che «il peso delle evidenze per confermare il legame fra emanazioni dei motori diesel e cancro al polmone è inadeguato». Nella dichiarazione sul conflitto di interessi l'epidemiologo afferma di aver lavorato come consulente del Mining Awareness Resource Group (Marg), una coalizione dei giganti delle miniere. La stessa che nel febbraio 2012, tramite i suoi avvocati, aveva diffidato più riviste scientifiche dal pubblicare i risultati di un grande studio epidemiologico eseguito negli Usa sugli effetti del diesel sulla salute dei minatori i quali lavorano accanto a macchinari che funzionano a gasolio.
A rivelare il fatto è la rivista The Lancet, secondo la quale Marg aveva cercato di bloccare la pubblicazione dello studio per evitare allo Iarc, che si stava pronunciando in quei giorni sul diesel, di tenerne conto. Nel marzo 2012 il Journal of the National Cancer Institute, incurante delle minacce del Marg, pubblicò lo studio americano. Qualche settimana dopo la rivista ricevette da Boffetta una critica allo studio in questione. E lo fece, come dichiara nella liberatoria sul conflitto di interessi, in qualità di «consulente pagato da Navistar», grande azienda di autotrasporti americana i cui salariati, come i minatori, sono esposti alle esalazioni dei diesel.
STRATEGIE MIRATE A NON FARE CHIAREZZA. A metà giugno dello stesso anno lo Iarc classificò le esalazioni dei diesel come cancerogene ed era solo di qualche giorno prima la pubblicazione della sintesi della letteratura scientifica commissionata dal Marg e firmata da Boffetta che metteva in dubbio il legame fra diesel e cancro al polmone.
Una strategia per condizionare il giudizio dello Iarc? Un modo per indebolire, agli occhi dell'opinione pubblica, il verdetto dell'agenzia? Secondo Paolo Vineis, l'obiettivo è screditare i risultati creando confusione e diffondere l'idea che l'epidemiologia sia una scienza debole di cui non ci si dovrebbe fidare. Descrive bene Tomatis nel suo libro Il fuoriuscito quali sono le strategie che utilizza chi non vuole si faccia chiarezza. È stato così per l'amianto: mentre la maggioranza era concorde che i dati fossero sufficienti per classificarlo senza riserve come cancerogeno per il polmone, altri, al soldo dell'industria, insistevano sulla necessità di ulteriori indagini e verifiche. Scrive Tomatis: «Si può discutere alla luce del sole l'incertezza determinata dalla scarsezza di dati o da dati contrastanti, ma quella che si ispira a interessi precostituiti e inconfessati rimane tra le righe e impedisce che si arrivi a conclusioni utili».

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