ANALISI 19 Luglio Lug 2014 0800 19 luglio 2014

Aereo abbattuto, la Russia e le conseguenze economiche

La strage in Ucraina rende incerto il mercato.

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I resti dell'aereo abbattuto in Ucraina.

Il primo giorno, quando si è saputo della nuove sanzioni americane ed europee alla Russia, le Borse mondiali sono crollate tra il 2 e il 3%. Ventiquattr'ore dopo, e con la tragedia nei cieli ucraini della Malaysia Airlines, il calo si è ridotto della metà. Poi il mercato ha mostrato come al solito la sua «concretezza» (qualcuno preferirebbe il termine «cinismo») e i principali listini mondiali sono risultati piatti.
CHIUSURE POSITIVE. Nell'ultima seduta, Milano ha chiuso in positivo dello 0,65%, Parigi dello 0,36, Londra dello 0,08, Francoforte dello 0,51; mentre il Dow Jones e Nasdaq hanno aperto in positivo dello 0,49 e dello 0,97%.
LA CORSA DEL RUBLO. Le cose, inutile dirlo, sono andate diversamente in Russia: a inizio giornata l'indice Micex espresso in rubli cedeva l'1,67%, il Rts, in dollari, il 2,23. Se non bastasse la valuta russa si sta rafforzando ora dopo ora su dollaro ed euro. Un bene per un Paese esportatore di petrolio. Un male per una nazione che compra oltre confine tutte le tecnologie per la trasformazione del suo oro nero.
Ed è proprio per questo che la crisi russo-ucraina porta con sé: un livello di incertezza superiore al dovuto.

Sulle società russe la spada di Damocle delle sanzioni

Gazprom è la più grande compagnia russa ed il maggiore estrattore al mondo di gas naturale.

Ben prima della secessione della Crimea o dell'abbattimento del MH17 i mercati avevano dovuto fronteggiare due eventi - per il loro modus vivendi - non meno dirompenti: la scelta della Fed di chiudere progressivamente con l'acquisto di T-Bond e mutui ipotecari americani e il picco di capitalizzazione raggiunto da tecnologici e dalle aziende biotech. Quelle che, secondo la presidente Janet Yellen, sarebbero foriere di una sempre più possibile bolla.
INVESTIMENTI SELEZIONATI. Tutto questo ha spinto gli operatori a selezionare meglio le loro opzioni di investimento. Molto denaro è stato riversato sull'America, altro sul debito sovrano dei Paesi periferici dell'Europa, visto che Btp e Bonos danno cedole più interessanti del Bund tedeschi. Il tutto, va detto, a scapito dei listini degli emergenti, compresa la Borsa di Mosca.
Questo schema si è mantenuto anche nelle ore successive all'attentato ucraino. Per esempio l'ottava settimana si è chiusa con lo spread tra il nostro decennale e quello tedesco a 163 punti. Se non bastasse, è rientrata la corsa alle materie prime, tipica dei momenti di crisi: a New York il petrolio ha ceduto lo 0,29% (102,90 dollari al barile), l'oro lo 0,52 (1.310 dollari l'oncia).
L'INCOGNITA MISSILE. Secondo molti analisti, la situazione potrebbe peggiorare se si scoprisse che il missile che ha colpito il MH17 è davvero di matrice russa. In quel caso Usa ed Europa sarebbero costrette ad ampliare le sanzioni verso Mosca, colpendo quelle società (come il colosso petrolifero Rosneft che ha il 13% di Pirelli) ben presenti nelle principali economie del mondo.
Anche perché nella lista nera americana è finito il braccio finanziaro di Gazprom, Gazprombank, il principale azionista del South Stream.

A Mosca non basta l'accordo energetico con la Cina

Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente cinese Xi Jinping.

Va da sé che, in caso di nuove sanzioni, la Russia risponderà con non meno dure ritorsioni. Dal Cremlino hanno infatti mandato a dire a Barack Obama: «Resta aperta la porta ai negoziati per uscire da questa situazione. Ma se i nostri partner continueranno con le sanzioni, in risposta saranno prese misure contro persone e compagnie straniere».
INTEGRAZIONE CON L'OCCIDENTE. Ma alcuni esperti fanno notare che il Paese non potrà permetterselo. Nonostante l'accordo con la Cina per la vendita di gas (commesse dal 300 miliardi per i prossimi 30 anni), Mosca è più integrata di quanto si pensi in Occidente. Da aprile, quando Washington e Bruxelles annunciarono la loro prima offensiva, il Paese ha visto «scappare» oltre 230 miliardi all'estero. E sono soldi per lo più legati a investimenti esteri. La crescita a fine anno potrebbe essere anche inferiore di un punto rispetto al 2,5% stimato lo scorso anno.
ROSNEFT COL FIATO CORTO. Ancora più pesanti gli effetti sulla sostenibilità del sistema Paese. Rosneft, per esempio, deve rifinanziarsi sui mercati per 32 miliardi di dollari entro i prossimi 18 mesi. Le sanzioni Usa le impediscono di chiedere aiuto alle banche americane per i prossimi 90 giorni. Questo vuol dire che cresceranno gli interessi sui prestiti a medio-lungo termine per la compagnia come per tutta l’economia russa.

Petrolio, l'interdipendenza con l'Europa

Vladimir Putin, presidente russo.

A frenare questa decisione, naturale in un Paese dalle fortissime diseguaglianze come la Russia, sono soprattutto i produttori di petrolio. I quali, sperano di recuperare nel concambio tra dollaro e rublo, quello che perdono per il calo della domanda.
10 MLN E MEZZO DI BARILI PRODOTTI. Attualmente il Paese soddisfa con un terzo della sua produzione (10,51 milioni di barili) la metà del fabbisogno europeo. E incassa mediamente 160 miliardi. Va da sé che, in caso di nuove sanzioni, farebbe fatica a riversare quel greggio e quel gas verso la Cina. Ma allo stesso modo la Ue non avrebbe gasdotti o impianti per la rigassificazione sufficienti a recuperare la stessa quantità da altri mercati (Medio Oriente, Maghreb o Nord Africa). Al momento nulla è stato deciso su questo fronte, con il Cremlino che preferisce fare pressioni minacciando uno sfruttamento in solitaria degli immensi bacini del Polo Nord (circa 150 miliardi di barili tra petrolio e metano).
IL PRESSING DELLE BANCHE. Non a caso fanno pressioni per frenare questa esclation le banche della piazza di Mosca: vuoi perché prendono alte commissioni sull'anticipazione delle costruzione di infrastrutture energetiche, vuoi perché la Borsa locale è per il 70% composta da titoli legati alle materie prime.

Gli investimenti esteri e l'arma delle importazioni che vale 120 miliardi di euro

Il presidente di Rosneft Igor Sechin.

Quando Putin parla di ripercussioni, sa bene di poter «sfoderare» l'arma dei 120 miliardi di importazioni russe. Non a caso la stampa locale ha dato grande spazio all'accordo tra Rosneft e il gruppo Zarubezhneft con il monopolista del petrolio cubano Cubapetroleo per una licenza di prospezione ed estrazione petrolifera nelle acque a Nord Ovest dell'isola.
LE PREOCCUPAZIONI ITALIANE. Questo stato di cose potrebbe impensiere non poco l'Italia, che esporta verso l'ex Cortina di ferro prodotti e servizi per 10 miliardi e ha un presidio di 500 aziende impegnate stabilimente nel Paese.
Il caso più famoso è quello della Fiat, che ha una joint venture con la Vaz già dal 1970 e che ora ha un accordo Sberbank per la produzione e distribuzione di vetture e veicoli commerciali leggeri. Forte anche la presenza degli energetici Eni (socio di Gazprom in South Stream) e di Enel.
MARCHI OLTRE EX CORTINA. Alenia Aeronautica costruisce aerei con Sukoi ed elicotteri con Russian Helicopters. Sono considerati quasi di casa dai russi marchi come Iveco, Ferrero, Indesit, Candy o Mapei. Qualcuno però fa notare che su questo versante le maggiori ripercussioni le avrebbe la Germania. Come dimostra la presidenza di Gerhard Schröder alla testa del consiglio di sorveglianza del gasdotto North Stream, il sistema renano potrebbe fermarsi senza il gas russo.

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