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RISPARMIO 19 Luglio Lug 2014 1249 19 luglio 2014

Finanza islamica, Italia ignorata dagli investitori

Solo 7 società del nostro Paese nel Dow Jones Islamic Market.

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Una filiale della Islamic Bank of Britain, la prima banca islamica d'Europa

Mette al bando tassi di interesse, speculazione o investimenti in beni e attività proibite.
Ha una pluralità di organismi per l'interpretazione di cosa sia conforme alla Shariah, la legge di Dio.
Eppure la finanza islamica è una realtà ormai imponente, con investimenti per 1.900 miliardi di dollari nel 2013, più dell'1% della finanza mondiale.
IL NOSTRO PAESE IGNORA IL SETTORE. In tutto questo emerge una scarsa attenzione da parte del mondo finanziario italiano.
Le iniziative non sono significative, pur se il 3% della popolazione italiana è musulmana, un terzo degli stranieri residenti nel Paese. Mentre le società italiane incluse nei maggiori indici presi a riferimento dai gestori del risparmio islamico hanno un peso molto inferiore a quello delle società delle principali economie. E questo ha effetti negativi quanto alla capacità di attrarre investimenti da quell'area, con impatto sia sulla liquidità dei titoli in Borsa e sia sul costo del capitale.
È la fotografia aggiornata sul tema che emerge in uno studio della Consob, il quaderno giudirico La finanza islamica nel contesto giuridico ed economico italiano.
Per un confronto, le società italiane oggi incluse nell'indice Dow Jones Islamic Market Indices, sono sette: Diasorin, Luxottica, Moncler, Parmalat, Recordati, Ferragamo e Tod's. Le francesi sono invece 23, mentre le tedesche 36.
In questa prospettiva potrà essere importante, segnala l'analisi Consob, la creazione all'interno delle società emittenti non finanziarie di una struttura di controllo sciariatico che assicuri la conformità dei prodotti, e dei servizi, di finanza convenzionale alla Shariah o, in alternativa, il rilascio di una analoga certificazione di conformità.
IL BUSINESS DEI SUKUK. I principali prodotti non bancari islamici sono i sukuk: dei certificati di partecipazione simili alle cartolarizzazioni (le obbligazioni convenzionali e gli altri strumenti di debito sono vietate). Ci sono poi i fondi comuni di investimento, dove pur con le limitazioni all'attività di investimento, l'industria ha superato i 60 miliardi di dollari di gestioni, e per gli Etf sono sorti al mondo diversi indici islamici (Dow Jones Islamic Market Index, Msci Global Islamic Indices, Ftse Global Islamic Index o lo Standard & Poor's Shariah Indices). E' quindi previsto l'investimento in azioni, ma per l'Islam non si può investire in società troppo indebitate, che ricevono ingenti somme di denaro a titolo di pagamento di interessi, o nelle quali i creditori hanno una quota di patrimonio superiore ai beni. Infine i derivati: quelli con finalità meramente speculativa sono vietati, mentre ci sono aperture significative verso quelli con finalità di mera copertura. Va ricordato, infine, che tipicamente dagli investimenti vengono escluse le imprese bancarie, finanziarie ed assicuratrici convenzionali. Le prime due in quanto operano sulla base del tasso di interesse (vietato dalla Shariah) e la terza in quanto opera sulla base di una tecnica speculativa: l'assicuratore riceve dall'assicurato una somma di danaro (il premio) nella speranza di conseguire un profitto, se i sinistri rimborsati sono inferiori ai premi.

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