Economia 21 Luglio Lug 2014 1027 21 luglio 2014

Caos calmo, i mercati snobbano la guerra

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L'invasione di terra della striscia di Gaza da parte del Governo israeliano per ora non ha portato tensioni Borsa. Effimere impennate e innocui capitomboli sui mercati finanziari, sballottati tra le onde degli imprevisti di conio geopolitico, segnali macroeconomici contrastanti, ma di scarso rilievo, l’incessante «bla bla» dei banchieri centrali e i residui dell’ultima vicenda di malaffare societario che coinvolge ancora una volta i disinvolti padroni di qualche «ferriera» finanziaria. Tirate le somme, il bilancio dell'ultima settimana di Borsa - 14/18 luglio 2014 - non cambia rispetto al tran tran delle ultime settimane, mesi, anni. Mercati azionari tutti in rialzo, a partire da Wall Street, che si arrampica  a un passo dai massimi, spinta da risultati trimestrali mediamente decenti rispetto ad attese oculatamente guidate verso l’obiettivo desiderato dai direttori finanziari delle società. Corale chiusura settimanale positiva anche per le borse europee e asiatiche. L’inevitabile ceffone che si prende quella di Mosca, che ha lascia sul terreno oltre il 7% nella settimana dal 14 al 18 luglio 2014, rimane l’unica nota stonata. IL DOLLARO BENEFICIA DELLE TENSIONI, IL BUND SCENDE La  drammatica fine del volo MH 17, di cui sembrano ormai accertate le responsabilità dei separatisti ucraini, potrebbe avviare un crescendo sanzionatorio  con il blocco dell’accesso ai mercati e delle transazioni in dollari  per gli emittenti russi.  Queste vicende, sommate alle rinnovate tensioni in Medio Oriente hanno favorito il dollaro, tornato vicino a quota 1,35 contro euro e i mercati obbligazionari, con la conquista di nuovi minimi di rendimento per i bund tedeschi. Ma non si è trattato del classico assalto alle tipiche operazioni da avversione al rischio. Il pulsante «risk off» è rimasto spento, ancora una volta. Nell’ottava dal 14 al 18 luglio, infatti, oro e metalli preziosi hanno perso terreno e le obbligazioni periferiche europee hanno segnato ulteriori riduzioni degli spread, malgrado il fallimento dichiarato dalla controllante del portoghese Banco Espirito Santo. Persino il petrolio, usuale beneficiario delle tensioni nell’area compresa tra le montagne afgane e le steppe russe, pur tra alti e bassi, è rimasto vicino ai minimi delle ultime settimane. LA DIFFERENZA CON LE TWIN TOWERS E LA GUERRA IN KUWAIT Va notato che a “parità di altre condizioni”, dalla Baia dei Porci all’attacco alle Twin Towers, gli eventi, anche drammatici, di natura geopolitica o militare hanno quasi sempre rappresentato ottime opportunità d’acquisto per i predatori della finanza. Unica eccezione l’attacco di Saddam al Kuwait dell’agosto 1990. Anche in quell’occasione, però, con l’invasione americana dell’Irak del successivo gennaio, gli indici tornarono a puntare verso l’alto. Certo, in tutti i casi, le prime reazioni dettate dall’emotività derivante dall’evocazione di scenari più o meno apocalittici, permettevano al  denaro “furbo”,  di fare ottimi affari. Per ora, però, di emotività se n’è vista poca; anzi la reazione dei mercati all’aumento delle tensioni internazionali è stata quasi catatonica. I SEGNALI MACROECONOMICI EUROPEI CONFERMANO LA DEBOLEZZA Sul fronte delle economie le statistiche rese note dal 14 al 18 luglio 2014, dalle vendite al dettaglio negli Stati Uniti, all’indice di fiducia ZEW in Germania, hanno confermato la debolezza della congiuntura. Segnali sempre più frequenti in Europa, in particolare da noi. Anche nel 2014 sarà crescita zero, sostiene Banca d’Italia. Se andrà bene sarà uno 0,2%, con buona pace delle previsioni contenute nel Documento di Economia e Finanza che, come da prassi, andrà riscritto a settembre. Dal paese dello zero virgola a quello del sette virgola le distanze, da ogni prospettiva, sono siderali. Il Pil cinese del secondo trimestre ha segnato un aumento del 7,5% su base annuale,  in perfetto allineamento astrale rispetto agli obiettivi degli zelanti burocrati di Pechino.

I dati di crescita del Pil cinese nel secondo trimestre hanno suscitato dubbi tra gli analisti. IL PIL CINESE IN CRESCITA NON CONVINCE GLI OPERATORI Stupiscono l’ansiosa attesa e l’attenzione dei media per dati probabilmente manipolati e costruiti con l’evidente finalità di beatificare la lungimiranza dei pianificatori di Pechino. Questioni di credibilità, quella che fa ancora difetto, dopo le batoste subite negli ultimi anni, alle agenzie di rating. Moody's, tra il disinteresse generale,  ha ribadito la visione negativa per il settore bancario italiano, ancora sepolto dalle sofferenze. Probabilmente hanno ragione loro. Rimane però la sensazione che sia troppo facile guardare solo nello specchietto retrovisore. MICROSOFT E I SUOI 18 MILA TAGLI È PASSATA (QUASI) INOSSERVATA Nella caotica casualità del rumore di fondo spicca un annuncio, passato sotto relativo silenzio, che rappresenta il simbolico paradigma dei tempi, perfetta sintesi delle tendenze economico finanziarie che governano il pianeta e i mercati  dagli anni ottanta del secolo scorso. Microsoft, il gorilla che domina il mercato del software per i pc, ma vuole contare anche nella connettività mobile e nel cloud, ha annunciato diciottomila licenziamenti. Lo ha fatto con il titolo ai massimi, in crescita di oltre il 20% nell’ultimo anno e senza apparenti problemi di conto economico. Ovviamente, come sempre in questi casi, l’azione è stata immediatamente premiata. LA NUOVA TECNLOGIA SOSTITUISCE IL LAVORO Il nuovo capitale tecnologico sostituisce il lavoro, incluso quello dotato di preparazione universitaria d’alto livello. È l’economia delle “superstar”, caratterizzata dalla crescente polarizzazione di reddito e ricchezza a vantaggio dello 0,1% della popolazione. Un fenomeno guidato dalle dinamiche della globalizzazione e dalla logica delle grandi corporations sovranazionali. Secondo Goldman Sachs, tra il 2002 e il 2012, le dieci maggiori multinazionali del pianeta sono cresciute in termini di attivi del 60%, dei quali ben il 71%, rispetto al 63% di dieci anni prima, sono basati all’estero. In tutte le  economie ad alto tasso di mega imprese la quota dei profitti sul reddito nazionale è in aumento da oltre un ventennio. Nelle altre del mondo occidentale non c’è nulla da distribuire. Perdono tutti. Fa quindi sorridere Janet Yellen, il Governatore della Federal Reserve più di sinistra che si ricordi (come si direbbe in Italia), quando, davanti al Congresso americano, abbia sostenuto che la crescita degli stipendi dei lavoratori statunitensi è ancora troppo debole e che le remunerazioni reali sono ferme sui livelli degli anni ’80. Prima di alzare i tassi vuole vedere un vero recupero delle buste paga, il segnale che manca per l’agognata piena occupazione. Ma salari che aumentano più della produttività, il contrario di quello che accade nell’era della globalizzazione, suonerebbero la campana a morto per i mercati finanziari. Non a caso si continua a ballare sul Titanic: l’iceberg questa volta deve ancora staccarsi dai ghiacci del polo.

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